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Livorno, città di rugby

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Il mondo del rugby cittadino è vivo e in continua ascesa e vale la pena riflettere sul suo futuro. Perché non unire le eccellenze delle due società cittadine?

Da alcune settimane è partito il campionato nazionale di A1 di rugby, con il ritorno, dopo diverse stagioni, del Livorno Rugby 1931 nella massima serie (se si esclude la top 10 dei super club).

I biancoverdi puntano a una salvezza comoda, che in ogni caso non sarà facile da raggiungere, ma andrà conquistata giornata dopo giornata, un punticino alla volta.

Ma non è il lato sportivo che voglio approfondire, quanto piuttosto il lato manageriale e gestionale di una società sportiva che deve barcamenarsi con importanti trasferte e contributi irrisori per sopravvivere e mantenere la categoria.

Il Livorno Rugby ha all’interno un gruppo di livornesi che portano avanti la squadra principalmente nel loro tempo libero, come la stragrande maggioranza dei giocatori stessi. Si sa, il rugby nel nostro paese non è ancora uno sport professionale a tutti gli effetti, a parte, appunto, alcune squadre molto ricche della top 10, quindi lo sforzo di questo gruppo di persone è veramente affascinante e ammirevole, visti oltretutto gli ottimi risultati conseguiti in questi anni.

Il rugby è molto amato in città e vanta una lunga tradizione soprattutto nelle fasce giovanili, ma gestire la prima squadra nella massima serie rappresenta uno sforzo notevole, supportato esclusivamente o quasi dai privati, sia come classe dirigente sia come sponsor.

Salta all’occhio ovviamente la presenza ai livelli più alti anche della seconda squadra, i Lions, avversarie in derby nella scorsa stagione in A2, e la domanda sorge immediata nella testa di chi non è esperto delle dinamiche della palla ovale labronica: perché avere due società con mille difficoltà invece di formarne una sola più solida e forte?

Le dinamiche non sono così semplici, e lo sa bene il mondo della pallacanestro del secolo scorso, con due grandi società professionistiche in A1, che alla fine sono implose con la crisi del basket e che adesso navigano nelle categorie inferiori.

Certo, un approfondimento serio si potrebbe intavolare per avvicinare due realtà che tra mille sforzi tengono alto il livello del rugby cittadino, sport che in generale ultimamente, grazie anche alla visibilità della Nazionale, sta richiamando spettatori e passione in moltissimi italiani, anche se ancora fortemente ancorati al calcio. Ma questi due sport non possono e non devono essere antagonisti, basti guardare poco lontano da noi, in terra transalpina, e più in là, in terra britannica.

Unire le eccellenze delle due società cittadine, fortificando la compagine della prima squadra pur mantenendo ampia la selezione giovanile di entrambe le società, potrebbe essere uno spunto su cui riflettere, mantenendo viva l’individualità delle società e soprattutto lo sforzo del settore giovanile che esprime grandissime promesse in diverse fasce di età.

Anche il CONI può e deve supportare un potenziamento della professionalità del rugby per i club italiani. Stiamo già sfornando grandi atleti che al momento sono costretti a giocare fuori per arrivare ai massimi livelli e impedire queste fughe dovrebbe essere il punto di arrivo del movimento.

Tenere lontane le divisioni locali per puntare a una maggiore diffusione economica, con conseguente valorizzazione delle società esistenti in un campionato professionale e competitivo, garantendo al contempo maggiori possibilità anche alla Nazionale, per evitare più spesso il famigerato cucchiaio di legno e magari tra qualche decennio giocarsela alla pari con i mostri sacri della palla ovale.

Nel frattempo vi invito al campo del Livorno Rugby 1931 per godervi l’atmosfera veramente piacevole che si respira sugli spalti del Montano e sostenere l’unica squadra che milita nel massimo campionato di categoria, insieme alle ragazze de La10 per il calcio a 5.

Il 12 novembre invece a Firenze si gioca Italia – Australia, se proprio vi prendesse bene…

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