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Visioni della Livorno che sarà – episodio 15

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La cultura low cost

La città di Livorno sta discutendo e preparando il nuovo Piano Operativo. E’ l’occasione per immaginare il futuro della città e avere diverse visioni di quel che sarà. L’avvocato Ruggero Morelli ha raccolto alcuni pensieri di concittadini appassionati e ce li ha inviati. Li racconteremo in questa rubrica, episodio dopo episodio. Ecco il quindicesimo.

Recentemente alla statua di Chia, “La Regina del Mare” che danza allo Scoglio della Regina, sono state messe le mutande, ovvero le sono state dipinte. Per fortuna si tratta di un bronzo e il restauro non sarà difficoltoso ma avrà comunque un costo che graverà sulla comunità. La grande “A” dell’artista Renato Spagnoli, posizionata in piazza Attias, da anni serve come spazio per affissioni pubblicitarie e come scivolo per skaters e bambini tenuti per mano dai genitori. Anni fa “Il Pescatore”, scultura di Mino Trafeli meglio conosciuta come “Il Pensatore”, sdraiato a scrutare il mare sul viale Italia di fronte all’Ostricaio, fu dotato di un televisore affinché non si annoiasse.

Gli esempi non si esauriscono qui ma quelli elencati credo siano sufficienti a denotare uno scarto generazionale che sottolinea la differenza tra gli inconsapevoli vandali e i buontemponi. All’inconsapevole vandalo forse una sanzione desterebbe la consapevolezza, al buontempone pure occorrerebbe una sanzione, perché comunque un danno alla comunità lo reca. Ma non è con le sanzioni che si risolvono i problemi né ci si risolleva dall’ignoranza in cui la nostra città è precipitata negli ultimi decenni.

Negli anni Ottanta, la stanchezza nei confronti dei delitti di mafia e delle stragi terroristiche fecero da trampolino di lancio a una politica del disimpegno che favorì il sorgere di imperi televisivi ed editoriali che un solo e ben preciso scopo avevano: trasformare i cittadini in gregge atto agli acquisti.

Lavorare-guadagnare-spendere nel superfluo-indebitarsi-lavorare-pagare, azioni che sono diventate le note di uno spartito che ha prodotto il totale disprezzo per la cultura, per il bene pubblico. Strategia adottata dalla destra e, assai più colpevolmente, assecondata ed emulata dalla sinistra in un’affannosa rincorsa alla conquista del voto degli “idioti”.

Questo preambolo sbrigativo mi sembra necessario come punto di partenza per una riflessione seria che contempli una politica culturale che magari non darà risultati nell’immediato ma che è profondamente necessaria per allontanarsi dalle tenebre dello sprofondo verso il quale tendiamo. Piccole cose possono produrre grandi risultati.

Da dove partire per quanto riguarda la nostra città? Alcuni suggerimenti low cost.

1. Moltiplicare le occasioni di conoscenza della nostra storia e del nostro patrimonio culturale e artistico. A questo mirava il progetto Fattori Contemporaneo, da me promosso qualche anno fa in quanto amministratore pubblico. Si trattava di una rivalutazione di artisti viventi e no, figure con un percorso storicizzato che ne garantisse la qualità e l’importanza nel mondo dell’arte. Individuare una struttura dove a intervalli regolari si possano proporre mostre di autori livornesi o legati alla città e accompagnare le esposizioni con cataloghi corredati di testi critici potrebbe essere un primo passo verso una presa di coscienza del patrimonio del quale Livorno dispone.

Rendersi conto della ricchezza e del fermento culturale che hanno animato la nostra città, aumenta l’amor proprio e forse anche il senso civico.

2. Promuovere e raccontare l’arte contemporanea con spazi dedicati che divengano fucine per giovani artisti. Esistono in città strutture pubbliche non utilizzate con la motivazione degli ingenti investimenti che occorrerebbero per renderle agibili. Falso! Scuse coadiuvate da pastoie burocratiche. I veri artefici, nel bene e nel male, dell’andamento della cosa pubblica non sono i politici ma i dirigenti e a seguire i funzionari di ogni grado e genere: dalla loro volontà dipende l’andamento della res publica.

Numerosi esempi praticati in altre città italiane e oltre confine dimostrano che gli spazi disponibili hanno solo bisogno di essere messi in sicurezza per poterne usufruire, il che significa dotarli di impianti a norma, ingressi e servizi accessibili a tutti e poco altro. Con spese limitate si possono recuperare luoghi splendidi che affidati a soggetti associativi, sulla base di progetti, potrebbero animare la vita culturale e sociale.

3. Ripristinare un premio per l’arte contemporanea. Nel 2019 è stato riattivato dal Comune di Livorno, dopo cinquantadue anni, il Premio Modigliani, con la direzione scientifica del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci e realizzato grazie al sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo. Credo che nessuno se ne sia accorto e che la ricaduta sul territorio sia stata minima. Ritengo comunque molto importante un premio per l’arte contemporanea, che si chiami Premio Modigliani o Premio Combat ha poca importanza. Quel che conta è che abbia un respiro internazionale, che sia sostenuto da una giuria qualificata e che vada ad arricchire la nostra collezione di arte contemporanea, che meriterebbe un suo spazio dedicato. In virtù del Premio Modigliani, il Comune di Livorno dispone oggi di opere di grande pregio e valore.

Se non fosse stato interrotto e se non si fosse messa una pietra tombale sull’arte contemporanea, dopo l’episodio delle false teste di Modi’, oggi avremmo una collezione importante quanto quella di Torino, Cagliari e Firenze. Nel 1984 il desiderio di rinvenire le teste scolpite da Modigliani e da lui, secondo la leggenda, gettate nel Fosso Reale, si impossessò dei nostri amministratori. La vicenda è ben nota ma una riflessione vera non è mai stata fatta. La Livorno artistica di tradizione macchiaiola non aveva mai gradito il premio Modigliani né il Museo di Arte Progressiva di Villa Maria. Il fallimento eclatante derivato dal dragaggio del fosso fu l’occasione per denigrare l’arte contemporanea e gli amministratori, per farsi perdonare, chiusero un museo che per Livorno rappresentava elemento di distinzione nel panorama toscano. Rimediare ai propri errori è cosa encomiabile.

4. Reintrodurre una “Livornina”. La società è profondamente cambiata, negli ultimi decenni si è andata delineando in termini irreversibili quale compagine multietnica. Non ne sono derivate solo difficoltà ma anche ricchezza in termini socio-economici e culturali, ricchezza che va valorizzata. Come spesso accade, le nuove etnie si trovano a convivere nelle zone dove gli immobili sono meno costosi e gli affitti più accessibili. L’area che si sviluppa tra Piazza Garibaldi e Via de Lardarel è ormai un variopinto coacervo di etnie che troppo superficialmente viene bollata solo come luogo dello spaccio. Questa zona ha sempre goduto del pregiudizio, ma è da sempre depositaria di una cultura popolare da preservare. Meriterebbe una “Livornina” che consentisse attraverso sgravi fiscali, elasticità negli orari di apertura e chiusura degli esercizi commerciali, incoraggiamento di iniziative culturali autogestite, la creazione di un luogo dove l’incontro di culture, di profumi e di lingue potesse valorizzarsi e divenire esempio di quello che Livorno da sempre è: una città multiculturale.

5. Tornare a favorire gli spazi di aggregazione e di scambio sociale. In una città dove almeno otto mesi all’anno si può godere di un buon clima non è concepibile la mancanza di luoghi dove condividere attività sportive, ludiche, culturali en plein air. Se a New York si gioca a scacchi per strada perché non farlo a Livorno? Se in Place Dauphine a Parigi si gioca a bocce perché non farlo a Livorno? Campi da basket, da calcetto, da tennis, nei parchi pubblici e, dove è possibile, nelle piazze, una stagione di teatro e musica con palcoscenici nei parchi, preservando la quiete pubblica, sono esempi che porterebbero di nuovo le persone ad incontrarsi, a condividere e a vivere i luoghi che, se dimenticati e relegati alla fioca luce dei lampioni, nutrono il degrado.

La pianificazione culturale di una città è cosa ben più complessa di un elenco di cinque punti ma credo che non intervenire neanche là dove sia possibile nell’immediato e con limitate risorse sia la cartina di tornasole di un atteggiamento volontariamente rinunciatario che spesso nasconde una cattiva coscienza.

Fonte foto: Silvia Cariello da Pixabay

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