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Il diritto di scegliere

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Il mese appena trascorso ha più volte posto alla ribalta, seppure in forme diverse, il tema del libero esercizio della volontà individuale. Aborto, eutanasia, legalizzazione delle droghe leggere. Quanto è allineato il Paese ai pensieri degli italiani?

Nei giorni scorsi si è discusso molto della sentenza della Corte suprema statunitense in tema di aborto. La massima Corte, cancellando una sentenza del 1973, ha deliberato che è competenza dei singoli Stati federali di legiferare sul tema, concedendo, quindi, possibili passi indietro. Nel frattempo, un’altra notizia collegata a questa ha fatto scalpore: la possibilità dei magistrati di chiedere ai fornitori di servizi informatici (es. Google) dati relativi alla posizione geografica delle donne, così da rintracciare chi si spostava dal proprio Stato per andare a esercitare il diritto di aborto in un altro. Google ha risposto che cancellerà la cronologia di localizzazione presso le cliniche pro-aborto e che non fornirà tali dati. Sul tema, credo che il pensiero espresso in diretta tv dalla giornalista Ana Kasparian riassuma molto bene quanto penso, anche se, come precisa Bufale.net, lo sfogo non è successivo alla sentenza ma risale al 2018.

C’è da ritenersi fortunati, comunque. In Italia, grazie al referendum promosso dai Radicali nel 1981, le donne possono legittimamente e liberamente esercitare il proprio diritto senza restrizioni. Nonostante la legge lo permetta, è altrettanto vero però che ci sono alcune regioni (vedi il Lazio, ma non solo) dove la percentuale di medici obiettori di coscienza – i quali, quindi, chiedono di astenersi dall’obbligo di assistere la paziente in questo percorso – è particolarmente alta, rendendo difficoltoso l’esercizio di un diritto garantito da più di quarant’anni. Come riportato su Il Post, in Italia ci sono almeno 31 strutture con il 100% di medici obiettori.

Sempre in merito alla libertà di scelta, il 12 giugno si sono svolti i tanto attesi – si fa per dire – Referendum sulla Giustizia (ne ha parlato su Fuoricomeva Simone Aprea). In quell’appuntamento referendario, però, mancavano due quesiti importanti. Il primo riguarda la liberalizzazione della cannabis: la campagna referendaria era stata proposta per legalizzare la coltivazione domestica. Tuttavia, i quesiti sono stati respinti dalla Corte costituzionale a febbraio 2022. Le motivazioni sono riassunte dal Presidente Giuliano Amato: «Abbiamo dichiarato inammissibile il referendum sulle sostanze stupefacenti, non sulla cannabis. Il quesito è articolato in tre sotto quesiti e il primo prevede la scomparsa tra le attività penalmente punite la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, che non includono neppure la cannabis ma includono il papavero, la coca, le cosiddette droghe pesanti. Già questo sarebbe sufficiente a farci violare obblighi internazionali». Forse, quindi, poteva essere formulato meglio. Chissà.

Un caso che avevo seguito negli ultimi anni era quello di Walter De Benedetto, malato sin dall’adolescenza di una gravissima forma di artrite reumatoide che gli provocava spasmi epilettici e dolori fisici di ogni tipo. Walter ricorreva all’utilizzo della cannabis terapeutica fornita dal Servizio Sanitario Nazionale, ma non gli bastava. Per questo fu mandato a processo, rischiando sei anni di carcere. Walter è morto il 9 maggio del 2022. Fortunatamente, era stato assolto ad aprile del 2021.

L’altro quesito importante, connesso con il diritto di scelta, riguarda la libertà di poter decidere del destino del proprio corpo. Ad oggi, in Italia, il suicidio assistito è permesso a patto di rispettare alcune condizioni vagliate da un Comitato etico. L’eutanasia, invece, no. La differenza sostanziale tra i due casi risiede nel meccanismo che porta alla morte: nel primo caso è il paziente ad azionarlo, nel secondo è un’altra persona a somministrare il farmaco letale.

In merito, mi hanno molto colpito due vicende analoghe. La prima, in ordine cronologico, è quella di Fabio Ridolfi, da 18 anni immobilizzato a letto. Subito dopo la sua morte, avvenuta in data 13 giugno per mezzo della sedazione profonda e la sospensione dei trattamenti di sostegno vitale in corso, il fratello Andrea ha annunciato all’Associazione Luca Coscioni che “Fabio è finalmente libero”. Da quattro mesi aveva chiesto l’aiuto medico al suicidio, rientrando nelle condizioni previste dalla Corte costituzionale. «Ma una serie di incredibili ritardi e di boicottaggi da parte del Servizio sanitario – così ha denunciato l’associazione – l’hanno portato a scegliere un’altra strada». Una “scelta di ripiego”. «Fabio Ridolfi è morto senza soffrire, dopo ore di sedazione e non immediatamente come avrebbe voluto» (Ansa).

La seconda è quella di Federico Carboni, alias Mario, il primo a ricorrere al suicidio assistito in Italia. Ne ha parlato anche il New York Times. Mario avrebbe potuto chiedere di espatriare per esaudire il suo desiderio ma ha deciso di rimanere in Italia, per esercitare il suo diritto qui. Il video che costituisce il suo testamento è davvero toccante. Vi prego di guardarlo cliccando qui. Dopo averlo visto ho pensato: una persona che arriva dopo 13 anni a prendere una tale decisione, con una apparente tranquillità e serenità d’animo, deve davvero aver cercato in tutti i modi di vivere e di onorare la vita. Le sue ultime parole sono state: “Ora finalmente sono libero di volare dove voglio”.

In questi ultimi giorni, un altro appello sul tema è stato lanciato da Stefano Gheller, malato di distrofia muscolare. Anche lui, nella sua battaglia per vedersi riconosciuto un diritto, è assistito dall’associazione Luca Coscioni.

Ritornando al referendum, quello che ci siamo chiesti in tanti è: chissà come sarebbe stata l’affluenza (ai minimi storici) se fosse stato possibile esprimersi su tali temi. Io credo che ormai il Paese reale sia da anni molto più avanti del legislatore, ma è ostaggio di ricatti e dinamiche politiche che non hanno nulla a che fare con il buon senso delle persone.

A volte provo a immaginarmi cosa potrebbe essere l’Italia se, da un giorno all’altro, alcuni dibattiti annosi si sciogliessero come neve al sole. Se tutto in un colpo, in Italia, si potesse abortire quando e dove si vuole, decidere se e come porre fine alla propria esistenza, se e quali droghe assumere, se prostituirsi e come farlo. Sempre sullo stesso tema, con chi sposarsi e, magari, chi adottare.

Quante energie libere avrebbero i nostri rappresentanti politici per lanciarsi in battaglie per cambiare davvero il nostro Paese? Si potrebbe parlare a tempo pieno di cultura, lavoro, disuguaglianze, integrazione, ricerca e chi più ne ha, più ne metta.

Ps: permettetemi di dire un grandissimo grazie a Marco Cappato e all’associazione Luca Coscioni per il lavoro che hanno fatto in questi anni. E a Fabio, Federico, Walter e tutti i loro amici e familiari, chiedo scusa da cittadino italiano. Ma allo stesso tempo grazie per il vostro esempio.

Foto: Associazione Luca Coscioni.

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