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Che fine ha fatto Lampedusa?

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“Ormai tutti sono concentrati sul Nord Europa. Di Lampedusa non importa nulla a nessuno”. Questo è il messaggio disperato che arriva dal Sindaco di Lampedusa Totò Martello.

Nelle prime settimane di aprile gli sbarchi, agevolati dal mare calmo e dal vento favorevole, sono ricominciati senza sosta e l’hotspot siciliano con 300 posti disponibili ha visto arrivare 800 persone in soli due giorni. Ma nessuno ne parla più.

Nelle parole del Sindaco Martello si legge tanta rabbia, rassegnazione e delusione. La caduta nel silenzio di questo lungo e ultraventennale fenomeno migratorio sembra aver perso di importanza e il rischio è quello di arrivare a considerare “importanti” e “risolvibili” alcune guerre piuttosto che altre. Un razzismo bellico, forse?

Ne sono esempi i casi di cronaca che ci hanno accompagnati all’inizio della primavera: prima tra tutte la famiglia che si è offerta di ospitare due giovani profughi provenienti dall’Ucraina ma che, alla vista di una famiglia di colore, si è rifiutata di accoglierli. I due ragazzi, scappati dalla Nigeria dopo che i terroristi di Boko Haram avevano ucciso i loro genitori, si trovavano a Kiev per studiare.

Quindi l’accoglienza è giustificata dalla guerra in Ucraina ma se si è neri non vale

Ed è questo, di fondo, il ragionamento che ispira molti dei “nostri” politici: vogliono fare differenza tra i profughi che scappano dalla guerra e quelli che arrivano dall’Africa per “motivi economici” (così definiscono la migrazione). Ma di cosa stiamo parlando?

I profughi in arrivo dalla Libia, ad esempio, scappano da una guerra non meno cruenta di quella che stiamo vedendo tra Russia e Ucraina, vengono rinchiusi in veri e propri lager dalle autorità libiche. E quando riescono a sopravvivere alla traversata, su mezzi di fortuna, restano per giorni a largo in attesa del permesso per attraccare, mentre qualcuno grida alla chiusura dei porti.

Siamo solo fortunati che, in quegli stati, in quei luoghi, i social media non sono sviluppati a tal punto da permetterci di assistere alla loro guerra, che è anche la nostra.

Ma la differenza quale sarebbe? Che i nostri fratelli Ucraini sono europei? Che sono bianchi, mentre dal sud del mondo arrivano solo africani neri? Oppure che dall’Est arrivano per lo più donne e bambini?

“La solidarietà Ue ai profughi ucraini ci farà progredire”, ha dichiarato il Ministro Di Maio, che vede nella guerra – forse speranzoso, in questo senso – la valvola per aprire al dialogo positivo sui patti di asilo e migrazione fermi in Europa. Queste parole ci lasciano a bocca aperte soprattutto quando condizionano la salvezza e la speranza di un popolo alle politiche di accoglienza emergenziali dovute da una guerra.

La guerra in Ucraina ha smontato il “finto problema” invasione e ci ha dimostrato che di fronte a drammi umanitari come la guerra possiamo fare molto.

Dobbiamo uscire dalla concezione del “noi” e del “loro”, abbandonare l’idea che un territorio appartenga a qualcuno e che esista uno straniero. Uscire da una visione immobilistica nella quale lo straniero è ridotto a minaccia e a portatore di pericolo per far spazio a quella in cui lo straniero non esiste, in cui ogni luogo appartiene alle persone che per volontà o necessità decidono di abitarlo.

Questo è il momento di decidere se vogliamo essere un paese che accoglie, che non guarda al colore della pelle, oppure che invece basa gli aiuti su questioni di geopolitica.

Facciamoci un esame di coscienza.

La guerra è guerra.

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