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Attenzione alla pandemia delle disuguaglianze

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Nel 2021, dopo mesi di pandemia, il 5% più ricco degli italiani deteneva una ricchezza maggiore dell’80% più povero.

Durante la pandemia non tutte le attività lavorative sono state fermate dal lockdown totale. Se ripensiamo alla prima fase dell’emergenza ci tornano alla mente persone conosciute come lavoratori “chiave”, “in prima linea” o “essenziali” che dovevano continuare a lavorare, anche senza dispositivi di sicurezza, per evitare che il nostro sistema economico collassasse.

Questi lavoratori non sono solo quelli appartenenti al sistema sanitario nazionale ai quali vanno i nostri più sentiti ringraziamenti. Oltre a loro, infatti, un grandissimo numero di lavoratori della logistica, dei trasporti, della filiera del cibo e della distribuzione hanno continuato a lavorare per consentire a tutti gli altri di rimanere a casa.

La maggior parte dei lavori in questi settori, infatti, non può essere svolta da casa dal momento che si tratta di lavori che tipicamente richiedono la presenza fisica.

Un’altra caratteristica di questa tipologia di lavori è che spesso vengono svolti da lavoratori appartenenti a minoranze etniche o sociali e che sono perlopiù malpagati, sono precari e hanno quasi nulle protezioni individuali, dal momento che molti di questi sono svolti in nero.

La pandemia ci ha fatto capire la loro importanza, e dimostrato che, senza una serie di lavori umili che spesso diamo per scontati, la società si fermerebbe.

Nonostante ci abbia fatto capire la loro importanza, però, la pandemia ha peggiorato la situazione di questi lavoratori, e in generale di tutti i lavoratori “low skills”. La pandemia ha infatti acuito il divario esistente tra le classi sociali più abbienti e quelle più povere.

Nel 2021, dopo mesi di pandemia, il 5% più ricco degli italiani deteneva una ricchezza maggiore dell’80% più povero. La posizione patrimoniale netta dell’1% più ricco valeva oltre 51 volte la ricchezza detenuta complessivamente dal 20% più povero della popolazione italiana.

Oltre a questo problema di diseguaglianza crescente, la pandemia ha comportato la perdita di posti di lavoro e un aumento della precarietà dei contratti stipulati, a causa della forte incertezza che attualmente colpisce le imprese italiane e che ha influito sulla loro capacità di programmare investimenti e assunzioni. termine.

Con riferimento al tasso di occupazione di genere, gli uomini hanno recuperato più delle donne, le donne italiane più di quelle straniere, che, impiegate nel settore dei servizi alle famiglie, hanno subito contraccolpi pandemici maggiori e stanno assorbendo peggio il colpo della crisi.

Gli ultimi due anni hanno messo a dura prova la nostra società, impattando significativamente sul mondo del lavoro.

Se vogliamo veramente che il nostro modello di sviluppo economico esca migliorato da questa pandemia non possiamo non lavorare sulla riduzione delle diseguaglianze, che rischiano di minare dall’interno il processo ascensione sociale che dovrebbe essere alla base di un’economia liberale ben funzionante in grado di promuovere una crescita inclusiva per tutti i suoi membri.

Foto di Giorgio De Marinis/Il Sole 24 Ore

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