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Quali reazioni all’invasione russa in Ucraina, politica di appeasement o resistenza partigiana?

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Nella storia, le potenze del tempo hanno sempre dovuto fronteggiare attacchi militari nella propria sfera di influenza. Sulla base del sistema di alleanze sono sorti i più sanguinosi conflitti dell’umanità. Quale risposta deve dare l’Occidente all’invasione russa in Ucraina? Cosa dice la nostra Costituzione sorta sulle ceneri della Resistenza?

Per iniziare questo nuovo ciclo di riflessioni per Fuoricomeva ho deciso di condividere qualche mio pensiero sull’invasione russa in Ucraina e sugli effetti di tale atto di guerra sul mondo occidentale così come lo conosciamo.

Partendo dall’ovvio assunto che tutti vorremmo la pace e che la nostra costituzione ci ricorda che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali occorre tuttavia mettere concretamente a fuoco la sequenza di eventi che hanno portato a questa escalation culminata con un’invasione in perfetto stile sovietico.

Facendo seguito alla disaggregazione dell’URSS, l’Ucraina nei primi anni della sua esistenza ha vissuto una sovranità di fatto solamente parziale. Il controllo russo sulla possibilità di indire vere elezioni ha determinato l’impossibilità di fatto di avere propri rappresentanti a guidare il paese.

Fino all’avvento di Viktor Juščenko (come noto “misteriosamente” avvelenato con la diossina in una cena alla presenza dei servizi segreti) vi è stato il pressoché totale controllo russo attraverso sistematici brogli elettorali fino all’avvento della rivoluzione arancione, un primo tentativo di distacco dal pieno controllo di matrice ex sovietica, ed alla successiva restaurazione nella legislatura nuovamente filo-russa retta da Viktor Janukovyč cessata con la nota occupazione di Piazza Maidan che ha portato alla sua destituzione, in virtù della chiara volontà popolare di un avvicinamento all’Unione Europea a discapito del controllo russo.

E’ un periodo molto tormentato, caratterizzato da rivolte di piazza represse con la violenza, fino alle elezioni vinte da Petro Porošenko alla guida di un partito europeista, che si richiama ai valori cristiano democratici.

L’Ucraina tende ad avvicinarsi all’Occidente, al contempo le minoranze russe dell’aree più a est del paese e la Crimea insorgono contro il nuovo establishment ucraino, che incrementa le proprie relazioni con Unione Europea e NATO.

A fronte di queste insurrezioni, favorite e finanziate dalla Russia si susseguono reciproche azioni militari e paramilitari che portano a decine di morti da entrambi i lati della contesa. La provincia ucraina della Crimea viene invasa dalle truppe russe con il placet della popolazione locale, nel Donbass, invece, continuano gli scontri in uno stato di apparente fragile stazionamento.

E’ con l’elezione di Volodimir Zelens’kyj (di famiglia di origini ebraiche, colpita duramente dal nazismo durante la seconda guerra mondiale) che la situazione cambia in modo drastico: l’ex attore, eletto con il 73% di preferenze, tenta sin dall’inizio del suo mandato a ricucire la distanza con le province russe, promuovendo il dialogo tra le parti.

La sua coalizione si regge su un partito populista che ha sfruttato la sua popolarità di attore e che punta fortemente sull’integrazione europea e sulla spinta digitale. Molto attivo sui social, nella prima parte della sua carriera politica ricorda per certi aspetti un noto comico nostrale, salvo poi dimostrare uno spessore inimmaginabile.

Dal momento in cui l’Ucraina chiede l’adesione alla NATO la situazione precipita. Il contingente russo che si esercita vicino ai confini viene rafforzato, aggiungendo i famigerati Specnaz e raggiungendo un volume di forze sproporzionato rispetto al mero scopo di una esercitazione. Magicamente, al termine della tregua olimpica cinese, una forza di circa 150.000 uomini con unità corazzate e di artiglieria e il supporto dell’aviazione irrompe al di là del confine ucraino.

E’ sui fatti, molto succintamente ripercorsi, che vorrei innescare alcune riflessioni. Dando per pacifica la qualificazione di atto di guerra da parte della Russia di Putin, che ha invaso uno stato sovrano senza una giustificazione plausibile, la questione che pongo a beneficio dei lettori è la seguente: quale deve essere la reazione della comunità internazionale?

Posto che Vladimir Putin ha dimostrato negli anni una chiara volontà espansionistica di tipo imperialista, dove il concetto di nazione è stato di volta in volta adattato alla sua volontà di espansione (Cecenia, Georgia, Crimea, Siria, Libia …), in Ucraina, a differenza che negli altri eventi riportati ha riscontrato una resistenza vera, la resistenza di un popolo fiero, che ama la sua terra e che vede le truppe russe come l’invasore.

Probabilmente l’intervento armato è stato anche frutto di una errata valutazione da parte del presidente degli oligarchi, che immaginava una tenue resistenza (paragonabile a quella dell’esercito afgano contro i talebani) e di una accoglienza calorosa da parte della popolazione civile.

Fatto sta che 40 milioni di Ucraini sono là, a difendere la propria terra, i propri valori, le proprie famiglie, le proprie case. L’attuale situazione di stallo dal punto di vista militare, dove le numericamente soverchianti forze russe stanno procedendo con estrema lentezza grazie al coraggio dell’esercito e del popolo ucraino che grazie ai rifornimenti di mezzi e materiali da parte dell’occidente stanno strenuamente difendendosi dagli orrori perpetrati dagli occupanti, sta provocando ingenti perdite umane e la graduale distruzione del suolo ucraino.

La mia attenzione si rivolge su alcuni commentatori, che sotto la bandiera del pacifismo, hanno criticato sia le sanzioni alla Federazione Russa, sia l’invio di armi e materiali bellici all’Ucraina.

Francamente, questa posizione è per me incomprensibile.

In primo luogo, perché ritengo che sia in atto una battaglia di civiltà, in cui i diritti e le libertà dell’occidente vengono letteralmente combattute da chi, a capo di un regime autoritario, non può far altro che temere che tali libertà vengano rivendicate anche all’interno del proprio stato, mettendo in discussione proprio quella situazione di privilegio in cui pochi oligarchi gestiscono l’economia mediante lo sfruttamento delle classi medio basse, grazie ai brogli, alla corruzione ed al blocco dell’ascensore sociale.

Quando un aggressore armato, soprattutto con forze sproporzionate, invade un paese libero, un paese sovrano, libero di scegliere le proprie alleanze e i propri stili di vita, la comunità internazionale non può esimersi dall’intervenire.

Senza citare l’esempio dell’appeasement nei Sudeti e dell’Anschluss dell’Austria, come si pensa di poter fermare questa invasione? Putin in tutta la sua storia non si è mai posto troppi problemi ad eliminare fisicamente, ed in modo atroce, ogni forma di dissidenza. Non dobbiamo mai scordarci del suo passato all’interno del KGB.

Dal momento che il rischio nucleare ci impedisce di intervenire attivamente schierando il nostro esercito all’interno del conflitto (ed una No Fly Zone sarebbe assolutamente paragonabile ad un intervento armato), possiamo solo supportare il popolo ucraino con la fornitura di beni alimentari e di uso comune, ma anche fornendo loro quei materiali bellici che possono permettere alla Russia di rendere insostenibile questa invasione insieme ad un sistema di sanzioni verso la Russia che non permettano di proseguire nel tempo con le ostilità, sia per l’intervento dell’opinione pubblica interna, ma anche per il venir meno di tutti quei privilegi a cui gli oligarchi e le loro famiglie sono abituati.

Il cerchio deve poi essere chiuso con il completo isolamento diplomatico della Russia, in modo da far emergere con chiarezza l’illegittimità dell’intervento armato (che peraltro con il tempo sta sempre più recrudescendosi, facendo sempre più prendere forma la commissione di crimini di guerra, che poi la Storia valuterà).

E’ in atto una battaglia di civiltà, da un lato i valori occidentali, dall’altro l’autoritarismo imperialista.

Dobbiamo decidere da che parte stare: dalla parte di uno Stato sovrano che viene attaccato deliberatamente o da quella dell’invasore.

Non lasciamoci confondere, non è un problema di allargamento della Nato, la Nato non ha invaso i paesi dell’ex blocco sovietico, tali stati hanno liberamente scelto di accogliere i nostri valori. Se lasciassimo l’Ucraina alla mercé di Putin i prossimi passaggi sarebbero la Georgia, la Transnistria, la Moldavia, le repubbliche baltiche e la Polonia.

Occorre fronteggiare in modo deciso questo intervento militare affinché le tragedie del secolo scorso non possano ripetersi.

La Cina sta guardando con attenzione la reazione del mondo occidentale in attesa di affilare le unghie per Taiwan. Dobbiamo capire se siamo disposti a transigere sulle nostre libertà a fronte di un inevitabile prezzo economico che le sanzioni ed il nostro intervento possono determinare.

Personalmente credo che certi diritti non possano essere negoziati. Visto il nostro passato…almeno stavolta abbiamo la possibilità di stare dal lato giusto della storia…

Foto presa da Repubblica.it

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