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A Livorno c’è un sistema che sopravvive sempre

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Il 2014 per questa città a sentire le voci, molte, e molto trasversali, doveva essere l’anno della sconfitta di un sistema, ma in realtà la storia si è dimostrata molto più semplice e lineare. Il 2014 è stata la sconfitta di un partito, il mio e due anni dopo quel “sistema” è invece ancora qui ma con un problema in meno: la politica ad esercitare il suo ruolo. Del resto è un sistema a molte voci e molto trasversale, a quanto pare.

Per cui se volessi proprio seguire le tracce di quel senso comune, alla ricerca di un sottobosco cittadino dal quale era necessario liberarci per entrare a pieno titolo nelle democrazie compiute dell’alternanza, non potrei che constatare la sopravvivenza dello stesso sottobosco, nonostante l’alternanza (amministrativa e politica).

Si tratta certamente di un sottobosco culturale, economico e relazionale. Ma in nessun caso mi sento di ritrovarne l’origine nel colore politico, o magari anche solo nello spirito di appartenenza ad un ideale. Ne è una dimostrazione esemplare il fatto che molte pratiche e addirittura persone sono sopravvissute da una stagione all’altra.

Il partito egemone all’epoca, il mio, doveva farlo e non lo ha fatto, o quanto meno non si è mosso nella sua interezza. Il movimento al potere oggi, non ci ha neppure provato, almeno non fino ad adesso. A fare che cosa? A creare un nuovo modello di sviluppo e una nuova stagione per questa città, unico modo per abbattere davvero un sistema e costruire qualcosa di nuovo.

Affrontiamo cinque questioni, che vengono da lontano.

1) Il rapporto tra le élites e la società civile. Senza scomodare Pareto o Mosca e senza voler offendere nessuno, non è peregrino affermare che questa città abbia un problema di classe dirigente. Da qualunque prospettiva si cerchi di affrontare la questione. Sia per i sostenitori del fatto che in questa città non ci sia rimasto più nessuno di valido e per questo si venga spesso “colonizzati” da illustri personalità di altre provenienze; sia per coloro che facendo spesso leva su un sano patriottismo, ritengono che le risorse umane ci siano, ma non riescono ad emergere, ad entrare, per così dire, in circolo. Che non ci siano o che ci siano e non si vedano, il risultato, ha portato alla sbornia del “gentismo” e cioè al concetto per cui tutti sono adatti ad essere classe dirigente. Qua il giudizio deve essere netto. Non è così. Che si guardi in politica, nelle categorie economiche, nelle associazioni, nei corpi intermedi, servono competenze, metodo e cultura per poter ricoprire al meglio un ruolo di un certo tipo. Con la rincorsa al “gentismo” sono comparsi nella vita pubblica cittadina molti soggetti inadeguati sotto il profilo della lealtà verso le istituzioni stesse e sotto il profilo della conoscenza dei processi istituzionali e democratici. Questo palla lunga alimenta il fuoco del senso comune e dimentica di soffiare sul senso di governo.

Una chiosa. Noi livornesi siamo sempre stati così e lo siamo ancora oggi. Prepotenti e scanzonati. Menefreghisti e testardi. Veraci e passionali. La diversità del passato è stata quella di aver avuto per molte stagioni una classe dirigente (non solo politica) che ha saputo guidare queste passioni ed incanalarle per creare lunghe fasi di ricchezza e sviluppo ma anche di crescita culturale. Ricominciamo a farlo

2) Superare l’isolazionismo. Isolare Livorno, per quanto faccia parte anche questo della nostra identità (stiamo bene tra di noi, non venite a disturbarci) è una grave scelta che pregiudica il futuro. Viviamo, oltre all’aspetto sentimentale del non voler essere disturbati, un isolamento politico ed uno istituzionale. Quello politico è frutto del mito della fortezza espugnata. Per molte forze livornesi è stato il sale della vittoria. Ma la fortezza, da immagine legata all’essere una roccaforte di una storia politica lunga decenni finalmente conquistata, oggi è diventata un fortino entro il quale rinchiudersi e appunto, isolarsi. Sono tornate alla luce politiche pubbliche basate sull’autosufficienza, si è parlato di dazi per il nostro porto e svolazza un’idea di fondo che tutto ciò che ci circonda sia un nemico. Il che ci riporta all’isolamento istituzionale: rispetto ai territori vicini, rispetto ad un governo regionale e nazionale, rispetto ad enti come l’Autorità Portuale o l’Azienda sanitaria. Il risultato di questa perversa logica, penso risulti chiaro ormai a tutti, vede tutti questi soggetti ben felici di poterci ignorare. Lasciandoci nel nostro fortino a battibeccare tra noi. La risposta di cui invece avremmo bisogno trae forza da un protagonismo all’esterno delle nostre mura e dalla voglia di competere e collaborare.

3) Siamo una città sprecata? Modigliani, Mascagni, il Goldoni, i Macchiaioli, le band, gli artisti che emergono sempre e solo fuori da qui, i campioni dello sport. Tutti esempi veri. Ma quando raccontiamo tutto ciò siamo sicuri di poter affermare che anche il senso civico, lo spirito di accoglienza e la capacità di riconoscere il “bello” sono patrimonio della larga parte della nostra comunità? Io credo di no. Cercare di assottigliare la differenza che esiste tra alcune eccellenze in ogni settore, che oggettivamente abbiamo, e il resto della nostra comunità, è un’altra delle azioni da intraprendere con urgenza. Dispersione scolastica, impoverimento, abbandono di valori comuni aumentano questo gap e non fanno fare passi avanti ad una comunità intesa complessivamente. Rischiamo di vivere le fortune riflesse di qualcuno senza saperle valorizzare a beneficio di tutti.

4) La tensione sociale e generazionale. Livorno ha diverse tendenze da invertire: scarsa mobilità sociale, disoccupazione marcata, indicatori economici che raccontano una città che continua a vivere grazie ad una ricchezza del passato (pensioni, risparmi). L’effetto positivo è quello di permettere un welfare familiare ancora oggi abbastanza solido, ma questo non poter contare su mezzi propri ha fatto crescere nella generazione grosso modo dagli anni ottanta in poi, una sensazione di precarietà, scarse opportunità, poca propensione al mettersi in gioco, quando, nel peggiore dei casi non diventa rabbia sociale. C’è proprio una radicale divergenza generazionale tra chi racconta una città florida, fatta di ricordi e chi oggi lascia questa città perché vissuta come una gabbia. A questo va aggiunta una marginalizzazione in crescita, legata alla scomparsa del sostegno familiare, laddove per età o storie di vita viene a mancare e legata ad un impoverimento oggettivo legato alla perdita del lavoro o al non averlo proprio trovato. Il tesoretto, in conclusione, si sta assottigliando. Le ricadute sociali sono enormi.

5) Per cui l’ultima questione diventa: quale sistema economico per questa città? In questo caso la fortuna di un’epoca è la sfortuna della seguente. La forte presenza dello stato e del settore pubblico in generale ha lasciato, una volta finita quella stagione, vuoti sia in termini di settori di impiego che di salari e capacità manageriali utili per essere competitivi all’esterno. Come dire, imparare a camminare con le proprie gambe non è facile. Il porto è la prima prospettiva “industriale” seria da coltivare e rilanciare, con tutte le sue articolazioni: porto commerciale, porto turistico, cantieristica, riparazioni navali. C’è poi l’annoso dibattito sul settore terziario, dei servizi e sulla vocazione turistica. Nonostante se ne parli da anni, questo canale non è fino ad oggi mai stato coltivato. Ricordiamoci i continui scontri mediatici e di mentalità spesso “tradizionalista” per abbellire la città, per renderla a misura di visitatore, per incentivare pratiche commerciali non orientate solo ai residenti etc etc. Ma soprattutto manca formazione in tal senso. Ed il tutto si riduce spesso ad una discussione sui croceristi, abbandonando i tanti ragionamenti possibili sull’industria turistica che è altra cosa rispetto alla riqualificazione urbana legata alla promozione del brand cittadino e alla vivibilità urbana. Il dibattito è aperto: oggi siamo area di crisi complessa. Domani? Servirebbe un grande momento partecipativo per confrontarsi sulla vocazione da imprimere: stati generali dell’economia cittadina, ecco.

Concludendo. Rigenerare le elites e recuperare classe dirigente; superare l’isolamento e l’autosufficienza culturale, istituzionale e politica; agire sul progresso culturale del nostro territorio; considerare gli effetti sociali di una realtà proiettata al passato; rivedere il sistema economico cittadino. Sono le sfide per abbattere davvero il sistema che ha proliferato su questi capisaldi e continua a farlo. Ci sono persone, interessi, logiche che traggono beneficio da una realtà avvolta intorno a queste questioni, per ognuno dei 5 punti. La sfida, che nel 2014 non è stata sfruttata, era questa. Chi ha pensato che il problema fosse semplicemente quello di un cambiamento politico, temo abbia sottovalutato il problema vero. Alla fine, il cambiamento “storico” è arrivato ma nulla è cambiato davvero ed il dibattito cittadino verte ancora troppo su logiche solo politiche.

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