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Orti urbani. Caro amico ti scrivo

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Pubblichiamo l’intervento ricevuto da Paolo Bruciati in risposta a Simone Lenzi. Il tema è quello degli Orti urbani a Livorno.

Inevitabilmente, vuoi l’affetto personale, vuoi la stima che ti attribuisco come scrittore e cantautore, questa mia in merito allo scambio su Orti Urbani ed altre faccende (scaturito dal tuo editoriale di domenica e seguito poi da intervento di #BuongiornoLivorno e da tua risposta qui ospitata) non può che partire idealmente dall’incipit de “L’anno che verrà” di Lucio Dalla.

Ti scrivo dunque a titolo personale, ma non certo mosso da distrazione, per aggiungere al dibattito anche il mio contributo di chiarezza. Lo faccio in forma pubblica e non privata, dato che la dimensione pubblica merita un dibattito e che è bene socializzare e condividere punti di vista (anche parziali e soggettivi, anche e soprattutto di parte) e conoscenze o interpretazioni delle conoscenze.

Innanzitutto una sensazione, che il “nocciolo” del tuo editoriale di domenica 13 marzo prendesse spunto dalla questione Orti (per via di una contrapposizione, per altro lieve e senza conseguenze per nessuno, subito risolta e mediata da le parti in causa) ma vertesse, legittimamente, sulla sottolineatura della generale insipienza politica del governo a 5 stelle (rispetto ai problemi aperti e irrisolti della città) e ribadire la critica a #BuongiornoLivorno per la scelta di indicazione voto al ballottaggio (a favore di Nogarin ovvero contro Ruggeri: che poi nemmeno contro la persona in se, ma contro la continuità politica di governo del PD, in coerenza con lo spirito originario di #BL). E rilevo anche una battuta sulla decrescita infelice probabilmente rivolta all’incontro promosso dall’Unipop Alfredo Bicchierini con l’economista e filosofo Serge Latouche che ci sarebbe stato quella domenica pomeriggio al Grattacielo (per altro incontro molto partecipato, al di là di cosa si possa pensare sul pensiero del “padre” della Decrescita)

Sensazione personale a parte come noto invece #BuongiornoLivorno ha preso sul serio il tuo spunto sugli Orti Urbani rilevando evidentemente delle inesattezze ed intervenendo appunto per fare chiarezza, perché oggettivamente l’area interessata dagli Orti ha una storia ed uno status tutto particolare e spesso vengono fatti commenti in merito senza conoscere bene la situazione. E guarda, mi ci metto anche io, che sulla questione specifica mi sono come te posto il problema della proprietà privata. Ma ho trovato a riguardo utile l’approfondimento curato per #BL dal consigliere di opposizione Marco Bruciati. Ed il fatto che sia mio fratello non vuol dire che sia sempre d’accordo con lui. Chi ci conosce sa qual è il livello di dialettica, spesso anche pubblicamente accesa, che abbiamo tra noi: dalla politica, al cinema a quando facciamo i video insieme (all’amico comune Nico Sambo, se leggerà, verrà da ridere in proposito.)

Ma veniamo alla tua risposta pubblicata su questo spazio di approfondimento ed informazione che al di là delle battute di parte (dentro – il PD -come va?) trovo interessante: Orti urbani. La chiarezza che vi manca. Quello che mi interessa non è entrare nel merito dei tre punti su cui la tua risposta è articolata (né tantomeno fare il fratello maggiore che difende il fratellino) ma riflettere su un punto politico che mi interessa, ovvero sulla legittimità o meno della pratica dell’occupazione, ma potrebbe anche essere dell’autogestione. Insomma, ci siamo capiti, quella serie di esperienze, diciamo informali, a Livorno come altrove, che sospendono parzialmente o totalmente la legalità e che quindi implicitamente si troverebbero di fatto a negare la stessa democrazia.

Da sempre, pur praticando altre forme di agire sociale, culturale, politico istituzionali e formali (dall’associazionismo cinematografico per esempio, a quello sulla partecipazione, fino a partiti e movimenti), ho sempre frequentato e difeso gli spazi occupati, pur nei loro limiti e contraddizioni. Cercando di comprendere le ragioni e l’urgenza degli occupanti: che cercassero uno spazio di socializzazione autonomo, un luogo, appunto non istituzionalizzato, dove fare musica o teatro (consiglio in proposito la visione del bel documentario sugli spazi sociali a Livorno “Questa storia non ci piace” prodotto dalla storica Anthony Perkins Production) o come drammaticamente accade sempre più spesso anche a Livorno, per avere un luogo dove abitare.

Ragioni ed urgenze che spesso sono le stesse istituzioni a comprendere e “tollerare” e che spesso hanno dato luogo anche a soluzioni formali di autogestione attraverso contratti di comodato d’uso.

Ed in quei casi è sempre stata la Politica ad assumersi la responsabilità della mediazione e dell’accordo: beninteso non solo nei confronti degli occupanti. L’affidamento di luoghi e spazi, diciamo, in modo riservato ed esclusivo e su criteri assolutamente discrezionali, ad associazioni o altri soggetti privati c’è sempre stato. Non che la cosa mi abbia mai scandalizzato più di tanto, proprio perché non ho mai avuto il tabù della legalità. La rispetto ma sono conscio dei sui limiti impliciti (la legalità democratica ha portato al potere Hitler e Mussolini per capirsi.. che poi in maniera formalmente legale hanno cambiato la legge facendo diventare legale l’aberrante) e cerco di orientare la mia coscienza piuttosto al senso di giustizia. Ed allora ci possono essere delle Leggi profondamente ingiuste e delle pratiche illegali di per se giuste.

Tra l’altro spesso chi occupa, un numero alto o basso ma comunque relativo di persone, sicuramente un minoranza si assume dei rischi per portare all’attenzione della città delle questioni che invece riguardano una maggioranza (spesso disinteressata ed aliena ai problemi della città a prescindere e che magari poi nemmeno vota), penso alle occupazioni temporanee degli ex cinema che hanno portato all’attenzione del dibattito pubblico cittadino il tema delle trasformazioni urbane (quella del 2005 dell’ex Cinema Oden soprattutto: in quel caso chi difendeva la pubblica utilità al netto del buco prodotto da quell’operazione nella casse della partecipata pubblica SPIL?).

Chi occupa quasi sempre libera degli spazi e luoghi fino a quel momento abbandonati ed inutilizzati per rimetterli a disposizione della cittadinanza, senza preclusione alcuna (vabbé, quasi, magari verso fascisti e razzisti vari magari si, in questo, te lo concedo, non sono democratici) rianimando il principio stesso di pubblica utilità che sempre più spesso sembra proprio venire meno o scomparire nelle grandi o piccole scelte strategiche della Politica. Perché ammesso, ad esempio che un Governo, legittimamente eletto, consideri strategici la TAV o il Rigassificatore, e che quindi spacci la realizzazione di queste infrastrutture come di pubblica utilità (come la questione Trivelle già che ci si avvicina al voto del 17 aprile) non vuol dire che nei fatti lo siano. Magari rispondono ad una ragion di Stato, ma non necessariamente una ragion di stato coincide con la pubblica utilità.

Nel caso degli Orti è stato così, l’occupazione ha permesso a dei cittadini (tanti o pochi non è il punto) di riappropriarsi di un luogo, di rigenerarlo e di renderlo produttivo, anche di pomodori autogestiti, ma soprattutto ha permesso di rimettere al centro del dibattito politico proprio la questione della pianificazione urbanistica e di cosa sia o debba essere in urbanistica l’interesse pubblico. Questo credo sia il punto importante, al di là del caso specifico di via Goito e di come potrà trovare soluzione (perché sono d’accordo con te che alla fine una soluzione deve essere trovata).

Insomma, il punto non sono le strettoie delle legalità (ripeto, ho contribuito a fondare un movimento e partecipare alle elezioni, non è che sia un militante del movimento) o se chi occupa ha legittimità democratica (ma bisognerebbe anche dimostrare che non ce l’ha nel caso, non possiamo essere io o te a stabilirlo, resta una legittima presunzione) o se va bene gli orti ma devono essere assegnati istituzionalmente e messi a bando. Ma che esiste una opzione del fare politica che, piaccia o meno, decida, per orizzonte filosofico, senso pratico, volontà provocatoria di denuncia, vada al di là delle regole formali ed istituzionali della democrazia.

E ti faccio un esempio virtuoso di occupazione, che ha dato luogo a Livorno ad una esperienza secondo me bellissima, quella del Teatro Officina Refugio, che è appunto uno spazio occupato. Ecco, secondo me chi gestisce quello spazio e chi lo anima tenendolo vivo per la città e per chi da fuori ci viene a seguire spettacoli ha piena legittimità di starci, anche senza nessun tipo di affidamento formale. Il plauso ed il riconoscimento pubblico secondo me basta ed avanza. E non mi sembra ci sia del far-west. Chiamiamolo esperimento, chiamiamola eccezione, ma escludere un luogo ed una esperienza del genere solo perché non conforme alle regole democratiche mi sembrerebbe un delitto.

Ecco, questo mi premeva sottolineare, che pur essendo personalmente orientato a pratiche ed organizzazioni formali ed istituzionali (fosse solo per rivendicare la professionalità ed il diritto al lavoro ad esempio nell’ambito del sociale, della cultura e dello spettacolo, già che abbiamo parlato di teatro) non ho mai considerato come illegittime o lesive di diritti altrui o spregiose delle regole democratiche altre pratiche di organizzazione e gestione. Anzi, probabilmente (penso all’autogestione ed all’autorecupero ad esempio) certe pratiche possono essere spunto per le amministrazioni (senza o con poche risorse) per elaborare modelli nuovi e sperimentali di gestione dei beni pubblici e per concretizzare quell’interesse di pubblica utilità che sembra spesso ai più un principio astratto in un mondo mosso ed organizzato dalla dimensione privata e privatistica.

D’altra parte con il tempo ho imparato ad apprezzare, superando la mia indole da giovane comunista “dogmatico e lagalitario”, la dimensione dell’alterità e la pluralità dei contesti. Perché alla fine come ricorda l’Amleto di Shakespeare “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.”

Ringraziando Fuori come va per lo spazio e l’ospitalità ti saluto, cirillicamente o meno, con immutato affetto.

Paolo Bruciati

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