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Alle radici della riforma costituzionale

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Contributo inviato da Rocco Garufo.

La prima commissione bicamerale per la riforma della Costituzione Italiana viene istituita nel 1983. Da li seguirono altri due tentativi di riforma con il metodo delle commissioni paritetiche, tutti terminati senza esito. Non è casuale che il problema di riformare l’assetto istituzionale, in particolare, forma di governo e legge elettorale, si ponga con una certa urgenza a partire dagli anni ottanta. In quel contesto divenne molto chiara la necessità di avvicinare l’Italia ai modelli Europei delle maggiori Democrazie dell’alternanza. Tuttavia, per comprendere meglio le ragioni di questa necessità dobbiamo tornare alle origini della Costituzione Italiana e al perché, in quel frangente storico, si preferì costruire una Democrazia bloccata, con una forma di governo debole, dotata cioè di scarsa efficacia decisionale e un processo legislativo lento e farraginoso.

I Lavori della Costituente si svolsero per buona parte del tempo immersi nel clima della “Guerra Fredda”, cioè nel quadro molto teso sia delle relazioni internazionali, che di quelle interne. Nel maggio del 1947 la DC di De Gasperi romperà la collaborazione di governo con Socialisti e Comunisti. La tensione e la reciproca sfiducia fra i principali partiti, concentrati ad impedire una vittoria dilagante dell’avversario alle elezioni politiche del 1948, porterà sia il fronte progressista che quello conservatore al tacito accordo su un sistema caratterizzato da un processo legislativo molto macchinoso e da un governo “debole” e inibito da pesanti bardature procedurali. Tutto ciò con l’evidente paradosso di accentuare lo scarto fra la parte dei “Principi fondamentali”, figlia di un compromesso “alto”, che rimane a tutt’oggi una delle più avanzate in Europa e “l’Ordinamento istituzionale”, che invece risulta il frutto di una “mediazione al ribasso”.

Gli anni 50 saranno la fotografia esatta di questa condizione di scontro politico-ideologico radicale: maggioranze centriste bloccate; immobilismo dei governi; congelamento della Costituzione; censura culturale e repressione politica ai limiti della “legalità democratica”.

A partire dagli anni 60, il disgelo delle relazioni internazionali e le mutate condizioni del quadro interno, consentiranno ai partiti di recuperare sul piano del dinamismo politico parte della vischiosità e inconcludenza connaturate alla forma di governo. Sono gli anni del “boom economico” e l’esigenza di governare la grande trasformazione urbana e industriale del Paese, condurrà il sistema politico italiano verso le dinamiche di una “democrazia consensuale”. Alla necessità del ricambio e dell’alternanza, si risponderà allargando progressivamente l’area di governo prima alla partecipazione diretta dei Socialisti e poi all’appoggio esterno dei Comunisti nel periodo del compromesso storico e della solidarietà nazionale.

In quegli anni si procede ad attuare la Costituzione, con il varo delle Regioni e la legge di disciplina del referendum abrogativo, tanto per fare due esempi importanti, ma il paese e il sistema politico rimarranno bloccati nella morsa di una conflittualità radicale e nella rete di trame eversive che minano le fondamenta della democrazia.

Esaurite le emergenze degli anni 60 e 70, gli anni 80 imporranno la necessità di un rinnovato dinamismo del sistema politico, ma in un quadro di individualizzazione della società e di spinte centrifughe verso la dimensione del “privato” che provocano una crescente delegittimazione dei partiti, della loro credibilità e della loro azione. In sostanza verrà meno la “supplenza della politica” alla debolezza delle Istituzioni, cioè la capacità di partiti forti e socialmente radicati, di convogliare bisogni e spinte al cambiamento nella dinamica del sistema istituzionale. Mentre cresceranno in maniera esponenziale l’occupazione dello Stato e l’uso della spesa pubblica al fine di creare consenso.

Comunque, è proprio in quegli anni che matura nella cultura istituzionale di molte forze politiche, l’esigenza, più o meno sincera, di una riforma del sistema politico italiano (forma di governo e legge elettorale), per avvicinarlo ai modelli delle più avanzate Democrazie Europee. Una riforma che dia maggiore stabilità ed efficacia decisionale ai governi e garantisca l‘alternanza democratica delle maggioranze parlamentari, alle quali va aggiunta la richiesta, sempre più forte nelle aree del Nord a partire dalla fine degli anni 80’, di un’autonomia territoriale molto spinta.

Purtroppo, a distanza di oltre trent’anni, sappiamo quanto siano state disattese quelle esigenze di riforma. I processi di cambiamento della Costituzione posti in essere sono stati del tutto frammentari e insoddisfacenti, quando non sono morti prima ancora di nascere. E conosciamo bene anche il prezzo pagato dal paese, primo fra tutti l’iperdilatazione di deficit e debito pubblico che ha letteralmente divorato il futuro delle giovani generazioni e ci ha fatti arrivare deboli, come “sistema Italia”, alle sfide del nuovo millennio: l’integrazione Europea e la globalizzazione.

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