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Il Papa ed il papà. Il tenore livornese Voleri e l’incontro con Bergoglio

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“Caro Marco, sono Angel Fernandez, come stai? Come ti avevo anticipato a dicembre mi piacerebbe che tu cantassi una Ave Maria per Papa Francesco, nell’occasione della Sua visita ufficiale a Torino per le celebrazioni mondiali del bicentenario dalla nascita di Don Bosco”.

La chiamata arrivò circa una settimana prima, netta ed inesorabile, come una botta sorda che ti rintrona il cervello. “Il 21 giugno a Torino, cantare per Papa Francesco. Inizia bene la giornata!”, pensai. Ero in un noto negozio per bambini a scegliere le cose da comprare per l’imminente arrivo di Andrea. “Mica nascerai il 21 tanto, no?” sussurrai guardando l’enorme pancione di Giulia. Ma no, che andavo a pensare! I giorni passarono velocemente, tra i miei soliti molti impegni ed il nuovo mondo bebè, fatto di seggiolini, pippolini, sterilizzatori, sdraiette e biberon. Un mondo nuovo e un po’ esasperato, a dire il vero. Perché sussistono delle fissazioni che convincono i genitori, futuri o presenti che siano, ad utilizzare procedure e prodotti quantomeno singolari. Ma di questo, magari, parlerò un’altra volta.

La logistica dell’evento di Torino era fatta di tempi strettissimi, barriere di vario livello (gendarmeria vaticana, polizia, carabinieri…) e un dato di non poca rilevanza per un musicista: l’impossibilità di fare una prova acustica prima della performance in loco, in questo caso nella basilica. Peccato che la distanza tra l’ambone (ovvero a 5 metri dal Papa, dove ho cantato io) e l’organo (al piano superiore, praticamente non visibile) fosse notevole, con tutte le conseguenze del caso, a partire dal ritardo del suono. Con il mio fido amico Fabio, dunque, arriviamo a Torino alle 11,45. Nota di cronaca: avevo simpaticamente passato la notte in ospedale, precisamente in sala parto, aspettando che il tenorino 2.0 emettesse il suo primo acuto uscendo dalla pancia. Niente da fare, non c’è stato verso. Alle 9, visibilmente provato e quasi disperato, siamo partiti da Livorno. Varchiamo il primo step: lista, transenne e via. Un delirio di pellegrini e forze dell’ordine ci fa presagire che saranno ore intense. Infatti andrà proprio così.

Alle 12 saluto il Rettor Maggiore dei Salesiani, Angel Fernandez. Il tempo di una stretta di mano e mi vibra il telefono. E lì il mio sguardo è cambiato per sempre: sul display c’era la foto di Andrea, appena nato. L’emozione del momento non la posso descrivere o raccontare. Sono stato in silenzio per qualche minuto a fissare il telefono, fermo, sotto il sole, nel cortile di Valdocco, come se avessi messo le radici nel cemento. Intorno a me lo scenario era fatto di rallegramenti e abbracci. Dopo un pranzo fugace, la prova musicale con l’organista, in una chiesa vicina.

Diciamo una cosa, tra le righe: di solito per un evento importante si prova prima, anche più di una volta. Qui la possibilità non c’è proprio stata, quindi tutto “al buio”: organista, brano da eseguire, registri dell’organo, acustica della chiesa. Ma tanto mica dovevo cantare davanti al Papa! Alle 14 la sicurezza invita gli accreditati ad entrare in basilica, alle 15 arriverà il Santo Padre. Entro alle 14,10 ed era tutto esaurito, in ogni ordine di posti. Circa 1500 persone dentro, e quasi 5000 nella piazza. Il mio pensiero era fisso a Livorno, e a quel bimbo che avrei visto solo ore dopo. Ci siamo: alle 15 e 2 minuti Francesco varca la soglia della Basilica. Nel momento X, come da scaletta, l’organista attacca l’Ave Maria ed io, con somma sveltezza, mi approprio dell’ambone, iniziando a cantare.

Il binomio Papa/Figlio è stato un vero e proprio limbo in mezzo alle scale del brano sacro di Vavilov: l’equilibrio delicato che invade un musicista durante un’esecuzione pubblica si può descrivere come il fulcro irrazionale che esiste tra emozione e tecnica, tra espressività ed abilità interpretativa. Per la prima volta in vita mia ho cantato “di riflesso”, vivendo il momento incredibile senza porvi barriere razionali.

Alla fine della mia esecuzione il Papa si è seduto davanti all’altare, ad un paio di metri da me. Angel Fernandez, accanto a lui, si è alzato, mi ha preso per mano e portato accanto a Francesco. Anche lui si è alzato e mi ha stretto le mani. “Francesco, questo è Marco: mentre veniva qui a cantare è nato suo figlio Andrea”, gli ha detto un sorridente Angel. I suoi occhi, in quel momento, non li dimenticherò mai: pieni di tutto, esplosivi. Mi ha guardato e benedetto. Scendendo dall’altare per tornare al mio posto ho sussurrato, al mio sconosciuto vicino di panca: “Ecco, ora posso anche morire!”. E lui, saggiamente, mi ha risposto: “Mi sembra di aver capito che sei appena diventato padre. Ti sembra un buon momento per morire?”

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