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Autori livornesi: Simone Lenzi e il suo “Sul Lungomai di Livorno”

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….io amo la mia città e per gli stessi motivi per cui la amo spesso la detesto. Non prendersi troppo sul serio, ad esempio, salva i livornesi dal ridicolo di chi a una considerazione spropositata di sé”.

Sono le parole di Simone Lenzi, scrittore e musicista nostrano autore del libro “Sul Lungomai di Livorno” (edito da Editore La Terza), pubblicato il maggio scorso, attualmente in ristampa e primo in classifica nelle vendite della libreria Feltrinelli della nostra città.

L’abbiamo incontrato in questo periodo “felice” per la sua esperienza da scrittore, consapevoli di avere davanti un classico “artista” labronico, di quelli che si riconosco a prima vista. Passione, sicurezza, parlantina facile e compostezza, tanto da leggere nelle sue parole ogni peculiarità del suo carattere e della sua personalità tutta livornese, con quell’estro e quel rispondere “poetico” che sta nel sangue degli artisti.

Da quanto tempo scrive? E come è nata questa passione?

“Scrivo da quando avevo sei anni, come tutti. Di tutto: dai pensierini di prima elementare alle canzoni dei Virginiana Miller ai miei due libri. Lavorare con le parole è l’unica cosa che so fare e, semplicemente, alla fine ho trovato il coraggio di provare a farne un lavoro”.

Chi è il suo scrittore preferito e quali sono le maggiori fonti d’ispirazione per lei?

“A 45 anni forse è giusto non averne più di scrittori preferiti. Nel senso che, avendone letti un po’ di libri, si comincia ad apprezzare molti autori con il dovuto distacco (la qual cosa non ci esime però dalla grande ammirazione, spesso). E’ come per la musica: mi piace ancora tanto, ma non mi vestirei più come la mia rockstar preferita”.

“Sul Lungomai di Livorno” Ci racconti la scelta del titolo e le motivazioni.

“Lungomai è una parola che ho preso a prestito da una canzone di Battisti-Panella, “Le cose che pensano”. Mi sembrava descrivesse bene uno stato dell’anima che ci è proprio come livornesi. Una specie di rassegnata e dolce indolenza”.

Al centro del suo libro, Livorno e la livornesità… ci parli di questo e di cosa pensa in merito alla nostra città “prigione” dal quale non si riesce a fuggire.

“Non credo che la nostra città sia una prigione, e comunque la fuga non è mai la soluzione più giusta. Credo che Livorno sia una città con moltissime potenzialità sprecate, con risorse umane che si buttano via da sole, per quella retorica diffusa di cui parlo nel libro per cui niente vale mai davvero la pena. Credo che invece di fuggire ci si debba aprire un po’ di più al mondo, senza paura, vedere cosa fanno glie altri e come lo fanno. Smettere di avere questa ingiustificata presunzione di essere nel posto migliore del mondo. E questo perché nel momento stesso in cui si pensa una cosa del genere, il posto migliore del mondo cessa di esserlo”.

Ai Livornesi piace leggere di Livorno e ne dimostra il fatto che il suo libro ha avuto molto successo in città, se l’aspettava?

“A Livorno è stato venduto circa il 25% del totale delle copie vendute. Mi fa molto piacere, naturalmente, e sono felice di avere avuto una buona accoglienza in città. Ma sono ancora più felice che il 75% sia andato a non-cittadini, a gente che non è di qui. Volevo far qualcosa, nel mio piccolo, per spiegare Livorno al resto d’Italia”.

Cosa ama di Livorno e cosa invece “odia”?

“Non credo si possa tagliare l’amore e l’odio con l’accetta. tutti i sentimenti forti, come sanno gli psicanalisti, sono ‘formazioni di compromesso’: io amo la mia città e per gli stessi motivi per cui la amo spesso la detesto. Non prendersi troppo sul serio, ad esempio, salva i livornesi dal ridicolo di chi a una considerazione spropositata di sé, ma li condanna anche spesso all’inazione, allo spreco, alla pochezza dei risultati”.

Il libro: «La retorica impone che si dia prima la cattiva notizia: i livornesi vogliono avere a che fare soltanto con i livornesi. La buona è invece che diventare livornesi non è affatto difficile: siamo tutti pronti a darvi una mano. Perché è bene si sappia subito che a noi, di voi, di chi siete e del luogo da cui provenite, francamente non ce ne importa nulla. Se però, dichiarando la vostra apostasia, professerete adesione alla livornesità, non solo sarete i benvenuti, ma faremo di tutto per farvi sentire a casa, visto che, per la vostra intelligenza, avete saputo vedere quel che gli altri (si pensi ai disgraziati che si ostinano a vivere a Parigi, Milano, New York o Roma) non vedono

Parlare di Simone Lenzi ci riporta anche al suo primo libro, “La Generazione”, dal quale Virizì ha tratto un film: ‘Tutti i santi giorni”, prodotto da MotorinoAmaranto e Rai Cinema in associazione con Banca Monte dei Paschi di Siena. Queste le parole del regista livornese: «Simone ha scritto una cosa che mi stringe il cuore – racconta il regista – la storia di una giovane coppia che cerca di avere un figlio, una storia ispirata un po’ alla sua vita. A me interessa ficcare il naso nelle vite degli altri, è la spinta più forte che mi porta a fare questo mestiere, e così andata anche stavolta». La trama del libro “La Generazione”: Un portiere notturno d’albergo, che ha scelto quel mestiere per soddisfare in solitudine la propria passione per i libri, è impegnato con la moglie in un tentativo di procreazione assistita. La faccenda diventa ben presto un assillo, soprattutto per la donna, mentre lui si rifugia in letture che, prendendo spunto dalla riflessione medico scientifica e filosofica sulla generazione umana, finiscono con l’imbastire una fitta trama di rimandi dove teorie e personaggi si confondono in echi e assonanze imprevedibili eppure sempre coerenti. La vita famigliare, si rende conto, è molto diversa da quella che da bambino aveva trovato descritta in un manuale domestico cui aveva creduto come a una bibbia. Romanzo al contempo drammatico e divertente – organizzato intorno alla massima di Ippocrate posta in apertura, «La vita è breve, l’arte è lunga, l’occasione fuggevole, l’esperimento pericoloso, il giudizio difficile» –La generazione interroga il lettore sul desiderio di avere figli per come questo si declina al maschile e al femminile, proponendo con discrezione una via di uscita all’ossessione, una seconda chance che i protagonisti daranno a se stessi per tornare a vivere. Una cura oltre la medicina.

 

Concludiamo con una frase molto significativa scritta nell’ultima di copertina….

“Ne ho conosciuti a decine di sprecati in questa città. Sprecarsi a Livorno è la cosa più facile del mondo. Tutto ti aiuta a farlo”.

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