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“I have a dream” Cinquanta anni dopo il discorso di Martin Luther King, la marcia deve continuare

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Sono passati cinquant’anni dal celebre discorso “I have a dream” che Martin Luther King Jr. pronunciò a Washington, al Lincoln Memorial, il 28 agosto 1963, durante la marcia “For Jobs and Freedom”. Un potente sermone che riuscì ad emozionare più di 250mila persone e che ha scolpito il nome del pastore King tra i padri fondatori della democrazia americana, come correttamente titola la copertina del Time di questa settimana, la stessa rivista che già nel 1963 lo definì “uomo dell’anno”, mentre l’anno dopo ricevette il premio Nobel per la pace.

Il reverendo King, insieme ai due brillanti organizzatori Philip A. Randolph, storico sindacalista nero, e Bayard Rusting, pacifista omosessuale, e a tantissime persone provenienti da esperienze di vita lontane e tradizioni religiose diverse, non ultima quella cattolica con l’attivismo di Patrick O’Boyle, arcivescovo di Washington, ricordò agli Stati Uniti, e al presidente Kennedy, che, a cento anni dalla firma del Proclama sull’emancipazione degli schiavi da parte di Abraham Lincoln, la segregazione per i neri d’America non era ancora finita.

La lotta per i diritti civili aveva già portato alcune vittorie per la comunità afroamericana. Tra le più importanti possiamo ricordare quella del 1954 con la sentenza “Brown v. Board of Education of Topeka, Kansas”, che abolì per sempre la segregazione scolastica, dopo che Linda Brown, un’alunna nera, fece causa all’Ufficio scolastico di Topeka che le aveva rifiutato l’iscrizione in una scuola per bianchi vicino casa, imponendole ingiustamente di andare ad una scuola nera molto più distante.

Un secondo memorabile successo, che contribuì anche ad accreditare King tra i leader della comunità nera, fu conseguito a Montgomery in seguito all’arresto nel 1 dicembre del 1955 di Rosa Parks, una sarta attivista della Naacp, ricordata da tutti come “the woman who didn’t stand up”, poiché, tornando a casa in autobus, si rifiutò di cedere il posto a sedere nella parte anteriore destinato ai passeggeri bianchi, invece di andare in piedi nella parte posteriore riservata ai neri. Sarà proprio King, infatti, eletto presidente della Montgomery Improvement Association, ad organizzare il boicottaggio del trasporto pubblico della città che durerà ben 13 mesi, fino al 1956, quando la sentenza “Browder v. Gayle” stabilì che in Alabama i mezzi di trasporto non potevano più essere segregati.

Ma la svolta vera arriverà solo nel 1963, con la “March on Washington for Jobs and Freedom”, dove, tra i discorsi degli oratori, uniti alle dolci musiche e ai caldi canti di Baez, Dylan, Peter e di molti altri, risuonerà impetuosa e profetica la voce del reverendo King : “I have a dream”. “Io ho un sogno”, disse, “che i miei quattro bambini un giorno possano vivere in una Nazione nella quale non verranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per la sostanza del loro carattere”.

Quel discorso è così amato perché non rappresenta solo un capolavoro di tecnica oratoria, che non ci stancheremo mai di ascoltare, di studiare, rallegrandoci e commuovendoci allo stesso tempo, ma perché ribadisce un messaggio giusto, una sacrosanta verità, anche banale se vogliamo, che pur non avendo bisogno di molte dimostrazioni viene continuamente sconfessata e disattesa dai prepotenti di ogni tempo : “that all men are created equal”. Tutti gli uomini sono nati uguali.

Allora la domanda che dobbiamo porci oggi, dopo l’assassinio dello stesso King nel 1968, è se quel sogno sia stato realizzato a cinquant’anni di distanza, oppure no. Davvero la società americana è quella immaginata dal pastore, sebbene molti siano stati i progressi anche per merito suo ? Io credo di no.

Purtroppo le discriminazioni verso i neri sono ampiamente documentate. L’88% degli afroamericani intervistati in un recente sondaggio del Pew Research Center ha dichiarato che c’è “molta” o “parziale” discriminazione nei loro confronti. Mentre solo il 57% dei bianchi si è dichiarato d’accordo e solo il 16% di loro ha detto che c’è “molta” discriminazione nei confronti degli afroamericani. Una sensazione amplificata da vicende assurde come l’assoluzione dell’assassino di Trayvor Martin, il diciassettenne nero ucciso in Florida lo scorso anno senza un motivo plausibile da parte di un vigilante incapace.

Ma esistono anche altri segnali, più silenti ma altrettanto preoccupanti, sui quali la società americana, e non solo, dovrebbe cominciare a riflettere. Sul Sole24Ore di domenica 11 e 25 agosto, il professor Guido Rossi denuncia “sentenze della stessa Corte Suprema che paiono aver intaccato la fondamentale clausola costituzionale dell’Equal Protection Clause”, e “ciò dipende ormai dal fatto che, come un’autorevole dottrina va sostenendo, la razza è diventata un capitale sociale dal valore economico. Questo è collegato all’identità razziale di una persona, e quando questa identità viene scambiata sul mercato, dà origine al “racial capitalism” (capitalismo razziale), così come è stato ora identificato e studiato, e che ha il suo principale sviluppo nel mondo del lavoro, nelle scuole, nella sanità e in tutte le situazioni di welfare. Questa è la dimostrazione che anche la fondamentale idea di eguaglianza, che voleva Martin Luther King, deve essere depurata da pregiudizi storici, sociali e soprattutto economici. L’errore sta nel non tener conto che la discriminazione risulta difficilmente superabile quando l’idea di eguaglianza confligge con quella di identità, di cui si è ampiamente appropriato il capitalismo razziale. Dal diritto all’eguaglianza, qualora non se ne considerino in concreto le conseguenze, possono allora derivare radicate diseguaglianze”.

Nell’America di Obama, del primo presidente nero della storia degli Stati Uniti, gli interrogativi e le contraddizioni sono molte e la marcia per i diritti civili, contro ogni forma di razzismo e discriminazione, deve continuare.

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