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Rule #01. Ccà nisciuno è fesso

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“Il cliente ha sempre ragione”.

Così lessi, apprendista commessa, alla prima riga di un elenco inciso su due grosse tavole di legno, esposte come trofei nella vetrina interna del negozio “Ideali oggi”.

Manco a farlo apposta, si dice che quel comandamento traesse origini dal commercio di tappeti persiani, ancor prima dei famosi magazzini Selfridges – dati storici da non rivelare al caro baba, per non alimentare il “sacro orgoglio di Iran”. Ah! I giovani e l’imbarazzo delle tradizioni.

A lato della frase, vi era un’annotazione, quasi appositamente celata da una scrittura illeggibile e minuta, che non si negò comunque alla mia curiosità: “E la ragione è dei fessi” così recitava. Aristotelicamente trassi le mie conclusioni: “Ma allora, il cliente è fesso?”. Probabilmente, era questo che pensava il titolare del negozio “Ideali oggi”, nato in un futuro passato poi non così remoto. All’epoca nuove tasse erano state imposte su pensieri, ideologie, parole scritte e dette e tutto era diventato merce, ma proprio tutto (un “ti amo” costava la bellezza di 6 euro e cinquanta – ma forse, ho scelto l’esempio sbagliato, un “ti amo” è sempre costato qualcosa).

Probabilmente era ciò che pensava anche gran parte della clientela: gente intellettuale, che comprava ideali in liquidazione – “prendi tre, paghi quattro” – per rivenderli a franchising o catene di pensieri in cattive acque.

Era un giovedì d’estate. Clienti pochi, in quel periodo. Quand’ecco che lo scacciapensieri all’entrata risuona e passi strascicati di un politicante, specie ritenuta estinta da quelle parti, si avvicinano al bancone. Mi parla in quel politichese stretto, fatto di “e” e “o” ancor più strette:

-Tu, giovane donzella, senti: sto cercando un ideale, di quelli belli impacchettati e infiocchettati, che siano abbastanza moderni ma non troppo innovativi, giovanile ma paterno, capisci… non voglio creare scompigli con questa storia del cambiamento… No, no! Cerco qualcosa che conquisti e rassicuri, una ventata di aria fresca ma con un retrogusto di naftalina. Che hai da propormi?

-Mi faccia pensare… Nel frattempo, posso chiederle il tipo di persone cui si deve rivolgere?

-Beh, gente, cittadini, elettorato: che differenza fa? Mi basta un ottimo rapporto qualità/prezzo. Suvvia, facciamo presto che devo andare a ritirare il completo. L’auto mi aspetta. Che-differenza-fa.

Fa la differenza che il cittadino non è un cliente qualsiasi. Anzi, non è per niente un cliente. È il tuo futuro prossimo, è la casa che hai sulla testa, è il completo che vai a ritirare. Se vuoi parlargli, lo devi corteggiare perché vuoi amarlo finchè legislatura non vi separi (ma io credo anche all’aldilà), non arrufianartelo per poi mollarlo sull’altare. Fa la differenza che ancor prima di parlare, devi sapere a chi parli. Non puoi parlare a tutti. E qui un’altra differenza. Scegli a chi parlare e conoscilo. Profondamente.

Il mio vicino, per esempio. In piena città, ha una piccola fattoria domestica. Due anatre con prole a carico e due galline con prole anch’esse – preciso, le galline non sono coppia di fatto, ma semplice compagne di un bigamo: lui, il gallo, è stato costretto a lasciare l’aia domestica a causa dei suoi chicchirichì delle quattro mattutine. Credo che al mio vicino piaccia la vita di campagna in città. Mi sono fatta un’idea dei suoi gusti. Forse cerca di essere rassicurato da questo surrogato di vita bucolica. Forse vuole proteggersi da una realtà sempre più frammentata e smaterializzata: la chiamavano “modernità liquida”, ora la chiamano “realtà virtuale” – manco fossimo in Matrix.

Forse, mi faccio troppi film mentali.

Fatto sta che il mio vicino è un cittadino. Che ideale vuoi proporgli? Forse, ora che lo conosci un poco meglio, le tue idee saranno un poco più chiare. Forse. Ma parliamoci chiaro: il cittadino non è un fesso. Non lo è mai stato. Merita lo sforzo della ricerca del suo consenso. Merita di non essere considerato creta plasmabile passiva, ma una forza di pensiero autonoma e cosciente.

C’è questa cosa del web 2.0, che a tutti piace parlarne, infilarlo in una frase perché fa cool (e scommetto che pochi ne conoscono il reale significato). I canali di informazione si sono arricchiti, spostandosi dai media tradizionali (tv, stampa, radio) alla grande rete: internet coi suoi social network. La molteplicità di fonti libere di cui l’utente si trova a disposizione, lo spinge a una ricerca insaziabile di verità e bugie. Ci si affida al proprio gusto personale: la ricerca di informazioni chiede sempre più tempo e giudizio. C’è poi chi si rassegna, mancanza di tempo o di voglia o fatti suoi; e chi non si interessa del web. E allora, questo web 2.0 rimane in disparte, qui prevale ancora l’informazione mediatica tradizionale, diffusa in massa, affidata ai battibecchi e ai turpiloqui, ai dibattiti televisivi fatti di discorsi troppo tecnici che scadono improvvisamente nel gossip e nelle chiacchiere personali.

Perché in Italia il pubblico (che si tratti di audience o elettorato) sembra essere considerato stupido. E gli confezionano format ad-hoc. Lasciate perdere le statistiche, guardate i nostri break pubblicitari: che ne pensate, seriamente, di una Ferilli su un divano o di un Banderas in un mulino? Zorro s’è messo a fare le fette biscottate… ah, già dimenticavo, è tempo di crisi anche per gli eroi.

Trattasi semplicemente di spot? Io ci vedo l’opinione di una classe dirigente che commissiona comunicazioni destinate a persone che, tanto, non capiscono. E lo pensano perché non le conoscono.

Al negozio “Ideali oggi” il cliente ha sempre ragione.

Il politicante di turno se ne esce col suo bel pacchetto di ideali da vendere chissà-dove, chissà-quando. Chissà-a-chi. Come è entrato, così ne esce, senza che i discorsi intrappolati nel mio cervello raggiungano le sue orecchie. E, guardandolo nella sua camminata da dinosauro, ripenso a quella piccola annotazione sulle tavole di legno.

 

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