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Introduzione all’italiano contemporaneo

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Questo piccolo spazio è pensato per suggerire un libro. Di volta in volta potrà essere un saggio, o un libro di viaggio, o un reportage, ma anche un lavoro di narrativa. Libri scelti, sempre, per la voglia di discutere ‘cose’ ancora poco note o poco dibattute del presente sociale e politico di questo Paese. Secondo altro criterio: non parleremo mai di libri da ‘non leggere’, perché se questo blog è stato pensato con la speranza di allargare la prospettiva e andare avanti nella riflessione sulla nostra cultura, allora il senso (e il gusto) delle bocciature, qui, è superfluo.

E allora eccoci. Leggo un articolo della Costituzione che è poco ‘sbandierato’, il n.6, per il quale: “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”. Penso che vabbene, che a tutti gli effetti una parte della coscienza democratica deve consistere nel garantire che tutti i cittadini di un Paese, qualunque lingua parlino, abbiamo il diritto di parlarla dentro quel Paese, senza che questo pregiudichi i loro diritti in nessun modo. Ma, poi, un pò più realisticamente: di cosa cavolo stiamo parlando? Attenzione a notare che l’articolo parla di minoranze linguistiche, senza accenni a scelte religiose, rituali, politiche. A questo punto, allora, chiunque abbia già letto un pò di sociolinguistica, forse riderà, pensando al fatto semplicissimo che una lingua è un ambiente dentro cui le persone vivono. Una lingua, in quest’ottica, è la cassetta degli attrezzi (sociale) di base, con cui costruire non solo le storie, la musica, i fumetti, i manuali di istruzioni, ma anche la politica, le credenze, la tecnologia, le pratiche mediche. Agli altri, non esperti di sociolinguistica, magari perplessi, va il consiglio di un libro semplice e molto bello, “Introduzione all’italiano contemporaneo, Vol II: la variazione e gli usi”, a cura di Antonio Sobrero, Laterza, 2006. Più che un libro sull’Italia, si tratta di una mappa, un pò scioccante, sulla situazione di un Paese che ne contiene una ventina – ed è una mappa utile a pensare a quell’articolo della Costituzione come parlanti avvertiti. Anche senza scendere nel dettaglio, in Italia si parlano circa altre 16 lingue – provenzale, franco provenzale, pustero-carenziano, vallese, tedesco, ladino, friulano, sloveno, croato, albanese, grico, catalano algherese, campidanese, logudorese, gallurese, romans; va considerata poi la lingua degli italiani che la parlano all’estero, cioè l’italiano in via di ibridazione con le lingue dei Paesi di arrivo di 4 milioni di persone in Gerrmania, Argentina, Svizzera, Francia, Brasile, Belgio, che continuano a votare in Italia, a distanza, perchè hanno mantenuto la cittadinanza; ancora, sono minoranze linguistiche le comunità di immigrati che provengono, dice Sobrero, da almeno 15 diversi Paesi – contando solo quelli con almeno 20000 soggiornanti in Italia. Ma non finisce qui. Dimenticatevi la differenza di senso comune fra “dialetti” e lingue”: quelli che chiamiamo dialetti italiani, non ci sono per esempio nell’inglese parlato in Inghilterra, e in senso inverso, non esiste un italiano colto che abbia lo stesso suono dappertutto, come accade con l’inglese standard, anzi: “parlare senza accento in Italia – cioè in un toscano depurato da certe sue caratteristiche – è un’affettazione da scuola di recitazione piuttosto che un tratto sociale che ti colloca da qualche parte”. Un’Introduzione all’italiano che forse servirebbe a scuola, prima dei Promessi sposi.

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