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E’ possibile una democrazia senza partiti? Riflessioni intorno all’art. 49 della Costituzione

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Se è vero che viviamo in un momento storico in cui i partiti politici vengono spesso accusati di non essere più in grado di saper leggere ed interpretare le inquietudini sociali e le reali esigenze dei cittadini, né di offrire soluzioni politiche credibili o visioni strategiche del futuro, tanto da spingere alcuni demagoghi, sulla scia dei peggiori autoritarismi, ad augurarsi la loro definitiva scomparsa dalla vita pubblica, è altrettanto vero che essi sono senza ombra di dubbio attori fondamentali della vita di ogni democrazia rappresentativa. Infatti, pur non essendo i partiti l’unico modo di partecipare e contribuire alla vita democratica di un Paese, ma solo uno dei tanti corpi intermedi necessari allo sviluppo morale e civile di una comunità, essi sono però gli unici soggetti che storicamente hanno permesso e garantito nella società una rappresentanza politica strutturata democraticamente.

La loro funzione è felicemente illustrata nell’articolo 49 della nostra Costituzione, che li considera manifestazioni del diritto di libertà dei cittadini, i quali “hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Scriveva Costantino Mortati, che “lo Stato utilizza l’opera dei partiti in vari momenti: e cioè anzitutto al momento delle elezioni, poi per l’organizzazione del Parlamento, ed infine per la formazione del Governo. Il partito adempie così ad una non eliminabile funzione di tramite fra il Paese e lo Stato. Da una parte reca allo Stato la voce del Paese e la fa valere nel seno degli organi supremi; dall’altra rende sensibile il Paese alle esigenze dello Stato, contribuendo a formarne la coscienza politica”.

Una democrazia senza partiti, dunque, non sarebbe possibile. Tuttavia, il rischio di una crisi dei partiti e quindi della politica e della nostra democrazia esiste. Quando i partiti divengono chiusi, autoreferenziali, sordi alle istanze sociali e dediti ai tatticismi quotidiani, piuttosto che alla costruzione di soluzioni stabili e lungimiranti per il bene comune, rischiano davvero di alimentare l’antipolitica ed innescare un vero e proprio processo di delegittimazione da parte dei cittadini verso i partiti. Inoltre, questo processo di destabilizzazione del sistema potrebbe perfino essere aggravato qualora la critica, talvolta anche giusta, verso i partiti mutasse in rigetto generalizzato delle istituzioni, che troppo spesso rischiano di essere identificate in “pezzi” di partito. Infatti, il problema vero dei partiti, nella storia repubblicana, è che essi hanno voluto invadere ogni settore del vivere civile, gonfiandosi di conseguenza come struttura ed organizzazione, mentre la Costituzione li voleva strumenti di azione politica, non di occupazione del potere.

Una delle molte cause che hanno portato a questa degenerazione potrebbe risiedere nella scelta del legislatore di non regolare i partiti in modo più stringente. Se, in Italia, l’assenza di una normativa sui partiti politici ha rappresentato inizialmente una risorsa per la nostra democrazia, offrendo, ad esempio, maggiore libertà nella formazione e nell’organizzazione dei partiti di massa, essendo i loro statuti, (come per i sindacati), paragonabili a quelli di semplici associazioni non riconosciute, oggi dobbiamo rilevare che questa libertà di operare senza incisive forme di controllo, non è stata sufficiente a garantire agli “iscritti” una vita interna regolata da principi realmente democratici, favorendo al contrario la costituzione di blocchi di potere, clientele e interessi personali, che di fatto hanno piegato il soggetto partito, di altissimo valore politico e democratico, a strumento ad uso di pochi o, peggio, personale.

In questo difficile contesto storico è, quindi, quanto mai opportuno procedere ad una vera e propria riforma organica dei partiti, adottando regole capaci di valorizzarne la loro insostituibile funzione democratica, la loro missione civile, con la speranza di restituirgli credibilità.

Un primo passo da compiere, nella consapevolezza che esso da solo non sarà sufficiente, in assenza di cambiamenti culturali ed etici ben più profondi, potrebbe essere rappresentato dall’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione. In altre parole, anche in Italia, si potrebbe cominciare a scrivere una disciplina per i partiti, come già accade in altri Paesi, ( si pensi alla Germania ), proprio in virtù del riconoscimento della specialità e della funzione democratica che attribuiamo tutti noi a questi soggetti. Sarebbe poi utile prevedere l’introduzione di una normativa che porti ad avere una maggiore democrazia interna nei partiti, ( e penso, ad esempio, alle primarie, recentemente introdotte in Italia dal Partito Democratico), e che imponga anche una gestione più trasparente delle risorse economiche ( sia in presenza di finanziamenti pubblici, che privati).

Insomma, i partiti in una democrazia rappresentativa sono essenziali, ma fino a che non riusciremo a ripensarli come strumenti di azione politica costruiti dal basso, realmente nuovi, democratici, contendibili e trasparenti, ci sarà sempre il rischio che la “repubblica dei partiti”, per usare un’espressione cara a Pietro Scoppola, continui ad apparire distante dalla “Repubblica dei cittadini”!

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