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Dipende dal clima, siamo meteoropatici.

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Il pos, l’orticello, il cambiamento e il cowboy.

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Finalmente è arrivato luglio e oltre all’estate (si spera) ha portato con se l’obbligo del pos per acquisti superiori a 30 euro. Si tratta in realtà di un obbligo di dotazione (passatemi il termine) nel senso che i commercianti, gli artigiani e le imprese in genere devono essere dotati della famigerata macchinetta con l’obbligo di mettere a disposizione dei propri clienti questa modalità di pagamento. Tutto molto bello per quei clienti che come me adorano il bancomat e ci pagherebbero anche il caffè, ma un po’ meno per le imprese stesse che si trovano a dover fronteggiare dei costi aggiuntivi e una riduzione sui guadagni (le commissioni sul transato vengono comunque applicate e su quello non ci piove) e ancor meno per le finalità di questa operazione. Certo è onorevole e importante impegnarsi nella lotta contro l’evasione fiscale ma i miei dubbi riguardano da un lato le modalità e dell’altro la mentalità. Sulle modalità lascio le disquisizioni e le soluzioni agli esperti o a chi si ritiene tale, mentre mi concentrerei sulla mentalità. O meglio sulla mentalità dell’orticello che attraversa tutta l’Italia e che ne rappresenta il vero grande dramma.

“Guardo, curo e proteggo il mio orticello per questo faccio solo i miei interessi”, un mantra culturale che tutti abbiamo e che nel piccolo o nel grande mettiamo in pratica. Un po’ per propensione alla conservazione e un po’ per la mentalità del furbo italiano che se può sgama per guadagnare qualche euro in più o in alcuni casi (decisamente più drammatici) perché davvero non ha alternative.

Chi di noi non ha accettato qualche soldo in nero, pagato meno il dottore senza ricevuta o fatto spallucce per uno scontrino non emesso? Purtroppo pochi potranno alzare la mano ed è di questo che sto parlando. Il fatto che tutti prima o poi commettono errori del genere pensando che in piccolo siano meno nocivi ma se ci riflettiamo non è così perché è con un piccolo sasso che si inizia a costruire una montagna e quella che hanno sulle spalle giovani e bambini italiani è una zavorra davvero pesante.

Certo, proviamo a partire dai 30 euro e se pensiamo in grande potrebbe essere un primo passo ma quello che serve è una rivoluzione culturale. Occorre davvero pensare in grande puntando al bene comune ed evolvendo l’idea di orto in quella di villaggio e di comunità. Una comunità che ha bisogno di un cambiamento per ritrovare la strada verso il futuro e la fiducia nel presente, partendo proprio da piccoli gesti e quotidianità.

Anche nella nostra città, in effetti è in atto un cambiamento: radicale, importante e forse necessario per far aprire gli occhi a chi fino ad oggi ha badato solo al suo di orto e anche per chi, fino ad oggi, ha creduto di avere le soluzioni in tasca per Livorno, che proprio una città facile non è. Il cambiamento è sempre una buona strada perché risveglia gli animi e canalizza l’attenzione e le energie specialmente nella sua fase iniziale e anche se personalmente non ho sostenuto e non sostengo il progetto penta stellato, sono convinta che trovare nuove prospettive e un nuovo confronto politico faccia davvero bene a tutti.

Certo è che, se per combattere i soliti ritardi entra in scena un cowboy e ruba la scena alle questioni serie, l’incipit della storia mi preoccupa un po’.

Ma stiamo a vedere, magari il finale ci stupirà.

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