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Capitalismo e Reagan

Una poltrona per due, il capitalismo ed il comunismo

Articolo inviato alla redazione da Rocco Garufo.

Ormai è entrato a far parte di una consolidata tradizione natalizia. Non c’è vigilia che si rispetti senza una cena a base di pesce, panettone con spumante, frutta secca, il tutto accompagnato dall’immancabile visione di “Una poltrona per due”, il cult movie di John Landis, datato 1983.

La storia, bene o male, la conosciamo tutti. Per una perfida scommessa dei fratelli Duke, gli anziani titolari di una potentissima agenzia di intermediazione finanziaria, vengono scambiate le vite di Luois Winthorp III, direttore generale della “Duke&Duke, e Billy Ray Valentine, un mendicante che vive di elemosine. Obiettivo della scommessa è capire se il successo personale sia frutto di una rigorosa selezione genetica o il risultato dei condizionamenti sociali, ambientali e culturali, nei quali ogni individuo è immerso. E così, da un giorno all’altro, Winthorp si ritrova letteralmente sradicato dal suo ambiente naturale: sbattuto in prigione, senza lavoro, senza soldi e abbandonato dalla sua donna e da tutti gli amici. Mentre Valentine viene nominato al vertice della Duke&Duke al posto di Winthorp.

Al di la delle scene comiche, delle gag e delle battute, ormai imparate a memoria, il film, per quanto in versione caricaturale, contiene una visione del capitalismo equamente suddivisa fra critica e apologia. Siamo nei primi anni ’80 e Ronald Reagan incarna il nuovo corso della politica americana: liberista in economia, ultraconservatrice e aggressiva nella politica estera. “Meno stato e più mercato” è lo slogan imperante. Il “libero mercato” è una sorta di divinità evocata per sprigionare le forze “occulte” del capitalismo e realizzare una società più libera e ricca di opportunità. La finanza ha ormai completato il dominio sull’economia e complice la doppia rivoluzione tecnologica: informatica ed elettronica, comincia ad avvolgere il mondo nelle sue trame sempre più sofisticate. Gli “Yuppies”, “i manager rampanti e intraprendenti,” come li definiva Luca Barbarossa, nell’immaginario collettivo sono i modelli vincenti di questo nuovo corso.

Figure che vengono demolite in una visione caricaturale: i fratelli Duke, ricchissimi e molto potenti, sono dipinti come due vecchi spilorci, avidi, untuosi e repellenti sotto il profilo umano. Di tutto il resto che dire, se Valentine, mendicante senza alcun titolo, diventa uno dei consulenti finanziari più ascoltati sulla piazza di Filadelfia.

Per molti versi il film va anche più in profondità. I mercati finanziari sono tutt’altro che quei meccanismi ben rodati e perfettamente concorrenziali dipinti dagli apologeti del “neoliberismo”. È possibile distorcerne il funzionamento truccando le carte, per esempio con il possesso illecito di informazioni riservate. In pratica è il tentativo dei Duke di fagocitare il mercato del succo d’arancia attraverso la corruzione di un funzionario del governo, Clarence Beeks, per avere in anteprima il rapporto annuale dei raccolti curato dal dipartimento dell’agricoltura.

Comunque, al di la delle imperfezioni e delle ingiustizie, più o meno profonde, a parere di Landis il capitalismo rimane sempre un sistema migliore rispetto ai suoi “competitors”, perché in fin dei conti da a tutti l’opportunità di scalare la china sociale e conquistare posizioni di ricchezza e prestigio, anche ad un maggiordomo, ad una prostituta di buon cuore o a un mendicante. È in questo senso che il finale del film assume un sapore quasi apologetico dell’ “american way of life”, con tanto di stoccata al comunismo sovietico: Coleman, l’ex maggiordomo di Winthorp, che ordina al maggiordomo russo, Dimitri, di cucinare gamberoni freschissimi in una paradisiaca isola tropicale. Non dimentichiamo che nel 1983 siamo nel pieno rilancio della “guerra fredda” voluto da Ronald Reagan.

Purtroppo sarà la dura realtà a dimostrare quanto questo finale da favola sia una vana illusione. Perché è proprio negli anni ’80 che si gettano le fondamenta per un mondo corroso dalle disuguaglianze, dalla precarietà e dalla paura. Gli “animal spirits” del capitalismo selvaggio hanno condotto il mondo sull’orlo di una crisi devastante, e la concentrazione di ricchezze nelle mani di poche persone ha ridotto drasticamente le opportunità per tutti.

È sempre di quegli anni la rinuncia di una via politica per “cambiare le cose”, pensando che l’economia, la tecnologia, la finanza, possono farlo meglio. In buona sostanza abbiamo smesso di cercare una risposta collettiva ai “mali” del mondo, ad unire le forze e uscire “insieme” dai problemi. Abbiamo lasciato prevalere l’idea che l’unica cosa da fare di fronte allo tsunami della globalizzazione sia la resistenza dei singoli, senza immaginare che alla lunga, resistere senza nessuna prospettiva ci avrebbe reso individui isolati, sfibrati mentalmente e impauriti; facili preda dei fascismi di ogni risma.

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