La città che vorrei

La città che vorrei

Lo ammetto, non sono mai stata orgogliosa della mia città. Tutte le volte che dico da dove vengo infondo mi vergogno un po’. E crescendo ho dato un perché a questa sensazione. Sono cresciuta con un padre livornese solo di nascita che credo sia sempre sentito intrappolato in una mentalità cittadina che non sentiva sua. In effetti non ha fatto molto per cambiarla ma questa è un’altra storia. Altro motivo è il fatto che ho sempre avvertito Livorno come una città morta, inutile perché senza stimoli e maturando mi sono resa conto che in realtà è semplicemente sprecata. Decaduta, dopo anni di cattiva gestione amministrativa e politica.

Nonostante tutto questo non sono riuscita mai ad andarmene. Perché Livorno è una città a misura di uomo, dove il mare, il buon clima e la sua anima solare ti fanno vivere bene, con il sorriso nelle giornate di vento e luce. Fai una passeggiata sul bianco e nero della terrazza e respiri l’aria che sa di salmastro, ti godi il rumore del mare e puoi decidere se andare a piedi nel silenzio o in bici con la musica a palla nelle orecchie. E lì, ti senti libero. Ma tutto questo, per citare l’amico Simone Lenzi, è la trappola del lungomai per cui l’illusione, mista a disincanto e rassegnazione ti fa restare. Ma resti senza progredire. Vai avanti e non ti evolvi. Semplicemente resti.

Altra convinzione sbagliata che ho avuto per almeno 25 dei miei 30 anni è che Livorno fosse una piccola città, un paesone che non aveva la forza per diventare una bella città di quelle che si vedono nei documentari. Poi quando scopri quei borghetti da 10 mila abitanti, puliti, efficienti e ben organizzati, capisci che hai mentito a te stesso per una vita e che anzi, la tua inutile città è la terza in Toscana per numero di abitanti e quindi una tipica città italiana, non una metropoli, ma una vera città di quelle con la C maiuscola. E il fatto che sia inutile, dormiente e decadente è il risultato di una estrema disattenzione dei cittadini e di una cattiva, cattivissima gestione politica.

Sono rimasta arenata sugli scogli livornesi anche perché il vento di questa città profuma di libertà e di ideali sinceri. Valori come rispetto, democrazia, uguaglianza, tolleranza, accoglienza e politiche sociali si respirano in città. Nelle parole dei vecchi al circolino e dei giovani alla Barrocciaia. La cosa brutta è che nella maggior parte di casi restano solo parole perché i ragazzi sono strafottenti e i vecchietti sono incapaci di apprezzare l’aria fresca del cambiamento. I livornesi vanno al mare appena uno spiraglio di sole esce dalle nuvole ma lasciamo i mozziconi di sigaretta sugli scogli e vanno a pescare le cee per venderle sottobanco e fare i ganzi. Credono di amare la loro bella Livorno ma in realtà contribuiscono a distruggerla e negli anni hanno portato a spengerla.

Cosa buona della mia città è la vocazione politica. Anche di questo me ne sono resa conto tardi insieme al fatto che per molti versi resta solo una vocazione. Livorno è da sempre una città di sinistra. Rossa nel cuore e nell’anima, patria del partito comunista e costruita su ideali solidi. Tutto questo può rappresentare una risorsa ma anche un limite. L’aspetto positivo sono i valori portanti e qui torniamo alle parole che contano: tolleranza, accoglienza, democrazia, rispetto e libertà. Ispirarsi, vivere e agire in virtù di tutto questo rafforzerebbe davvero la città ed i suoi abitanti. Ma se questi pilastri servono ad alzare un muro, a chiudere la città nei suoi nepotismi, nei privilegi acquisiti da pochi e a non far cogliere il cambiamento, i buoni principi diventano inutili.

Mi riferisco al sistema portuale e alla gestione politica dell’amministrazione cittadina che sembra sempre riservata agli stessi, alle categorie che hanno acquisito nel tempo privilegi e non competenze, alle gestioni e alle logiche di partito.

Livorno va al ballottaggio ed è una cosa strana, nuova. Probabilmente anche necessaria perchè è comunque un segnale di disappunto e di rinnovata partecipazione: serve slancio, servono idee e impostazioni nuove capaci di dare ai cittadini e ai giovani nuovi orizzonti e nuove possibilità di futuro. E rifiutare un cambiamento perché si pensa che tradisca la logica vecchia di un sistema immobile arroccato sulle stesse posizioni e sulle stesse persone da troppi anni, non è la strada giusta da percorrere.

Occorre allargarsi a nuovi punti di vista e cogliere nuove prospettive. Più flessibili, più meritocratiche e più comunicative. Ogni giorno mi accorgo che la mia città non comunica e se lo fa comunica male. Ma non perché manchino le idee e neanche la creatività. Ma semplicemente perché i canali di comunicazione sono mal gestiti e non si sono mai rinnovati. Gli attori sono sempre gli stessi, il ricambio generazionale non è avvenuto e forse non avverrà mai. Perché per i molti che riflettono e agiscono in silenzio ci sono troppi che urlano e si muovono facendo rumore nella più completa ignoranza.

E poi c’è il mutismo dell’amministrazione comunale che non sa parlare con i cittadini, che programma Effetto Venezia due giorni prima dell’inizio della rassegna con il risultato abbattere la vocazione culturale cittadina invitando Maria De Filippi e i soliti mercatini, che non dialoga con il porto, che non dialoga con i commercianti, che lascia andare a Pisa i turisti perché qui in effetti non c’è niente da vedere. E sì, per molto tempo ho pensato la stessa cosa.

Fino a quando in un documentario mi sono accorta che la nostra è una città meravigliosa: toscana nel fascino ma meridionale nei ritmi e nella luce estiva. Ricca di angoli da inquadrare, scorci da ammirare e tramonti dalle suggestioni color porpora. Con una scogliera che scende a picco su un mare da far invidia, una terrazza a scacchi sul Tirreno, un arcipelago bellissimo, una storia appassionante che nasce dai galeotti e un passato fertile e rigoglioso con delle terme che erano un salotto e così tanti teatri che la facevano essere la seconda città d’Italia.

Ma del fascino antico è rimasto solo il ricordo: ora abbiamo una fortezza chiusa da troppo tempo senza un perché credibile, un cavalcavia piazzato proprio davanti alle terme del corallo almeno quel che resta e un unico solo teatro in rosso finanziato con così tanti soldi pubblici che se fossero reinvestiti correttamente potrebbero dar vita ad almeno quattro o cinque teatri o centri culturali che darebbero risposta alla sete culturale che si avverte in città.

In quest’atmosfera decadente Livorno non ha comunque perso la sua originaria vitalità e lo dimostra nei tanti bambini che si vedono in città. Il più delle volte sono dei piccoli mascalzoni dai nomi strani o delle bambine vestite all’ultima moda dalla parlantina vivace e pungente, ma vederli sul mare nelle giornate di sole con aquiloni, pattini, palloni, gelati e chicchi mi dice che dobbiamo investire nel futuro portando davvero aria fresca in città, per avere più asili e non solo scuole cattoliche, per costruire spazi giochi veri e non capannoni di gonfiabili e per dare il buon esempio, mettendo in pratica quelle belle parole della Livorno di sinistra.

Ma com’è la città che vorrei?

La città che vorrei per prima cosa è una città viva. Viva, sorridente e accogliente. Mi piacerebbe che si rispolverasse quell’antica tolleranza, verso l’altro e verso tutti i popoli del mondo. Per fare questo credo nel mio piccolo che sia necessario il recupero di una dimensione turistica ormai perduta e una rivalutazione del territorio a cominciare da tutti quei luoghi abbandonati come le Terme del Corallo, Le due Fortezze e le vie commerciali che potrebbero alternare realtà tipiche cittadine alle grandi catene multinazionali. Mi piacerebbe una città che si sa valorizzare, rifacendosi il look dove serve e che stia al passo come i suoi cittadini modaioli.

La città che vorrei è una città competente e meritocratica che attui un rilancio economico attraverso una rimodulazione delle attività dei ruoli, degli attori e delle istituzioni. Una città che sia al passo con i tempi, che dia risposte concrete e immediate ai problemi e alle esigenze del territorio e dei cittadini senza perdersi nella sola ed unica tutela di ideali e privilegi di 50 anni fa.

Vorrei una città capace di comunicare i valori che porta nel cuore: che si metta al fianco dei cittadini per difendere i diritti civili e la democrazia con o senza l’appoggio dell’apparato. Perché se servono gli asili occorre trovare il modo di farli; se è giusto riconoscere le coppie di fatto occorre puntare i piedi e proporre; se la sanità è davvero un diritto di tutti occorre rendere operative le decisioni prese nel minor tempo possibile e rendere efficiente il sistema senza se e senza ma e non cercando a chi dare la colpa.

Vorrei una città pulita e che renda i cittadini fieri di fare la differenziata facendo capire il rispetto per l’ambiente a partire dalle scuole e per le strade. Che affidi la gestione della cosa pubblica (rifiuti, trasporti e sanità) a persone competenti che sappiano rendere il sistema efficiente anche attraverso scelte difficili e che non agisca solo per la tutela di interessi politici o ancor peggio personali.

Vorrei una città socialmente e culturalmente attiva che dia occasioni per uscire la sera non solo a mangiare ma che sia ricca di teatri e iniziative culturali che facciano rinascere lo spirito creativo e geniale dei suoi cittadini, così che nuovi Modigliani e Mascagni possano crescere e lavorare in città. Vorrei una città che riparta dalla scuola, che diventi all’avanguardia anche tecnologicamente e che attui seriamente le politiche sociali necessarie per una rinascita di tutto il sistema educativo.

La città che vorrei è un luogo che condivide e tutela le idee dei cittadini favorendo il libero mercato, le imprese e la cooperazione per dare un segnale di presente e futuro. Che non manda fuori le menti geniali ma le tiene in città e ne fa tesoro.

E infine la città che vorrei è fatta di educazione, di piccoli gesti di rispetto e di democrazia. Per il suo core rosso e per a libertà di tutti.