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Torino, il dissenso non è terrorismo: la democrazia non si difende a manganellate

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I fatti di Torino sono gravi.
Lo sono per le immagini di violenza, per il ragazzo ferito a terra, per le manganellate gratuite che abbiamo visto tutti. Ma diventano ancora più gravi per ciò che è venuto dopo.

Gravi per il tentativo del Governo, attraverso le parole di Guido Crosetto e di altri esponenti della maggioranza, di equiparare il dissenso politico a fenomeni armati del passato, come le Brigate Rosse.

Un paragone sbagliato.
Pericoloso.
E volutamente strumentale.

Io non accetto lezioni dalla destra di governo.
Da quella stessa destra che affonda le sue radici nel Movimento Sociale Italiano, e che ha legami diretti con alcuni degli episodi più bui della nostra Repubblica.

Il corteo del 12 aprile 1973 non è una suggestione ideologica: è storia.
In quella manifestazione partirono bombe a mano contro la polizia. Morì l’agente Antonio Marino, aveva 22 anni.

E in quel corteo era presente una figura che oggi occupa uno dei ruoli più alti delle istituzioni: Ignazio La Russa.

Ma oggi, come allora, la memoria viene evocata solo quando serve a colpire chi manifesta.
Mai quando dovrebbe servire a fare i conti con il proprio passato.

L’antifascismo non è violenza.
È la base della nostra Costituzione.

È grazie ai partigiani se oggi esiste il diritto di manifestare, di dissentire, di criticare il potere.
Ed è grazie a chi ha combattuto la dittatura se anche chi oggi governa può parlare liberamente.

Condanno ogni forma di violenza, senza ambiguità.
Ma non posso restare in silenzio davanti a chi cancella il contesto, semplifica i fatti, o finge di non vedere la repressione.

Mentre la celere carica, mentre il governo Giorgia Meloni sgombera centri sociali e spazi di aggregazione, CasaPound continua a operare indisturbata.

La domanda è semplice: perché?

Da uomo sono vicino a quel ragazzo picchiato da un gruppo di persone in divisa.
Non sono vicino a quel “reparto” che agisce come corpo separato, che fomenta e istiga la violenza invece di contenerla.

Mi sento vicino solo a chi crede ancora nel confronto reale.
In una sinistra che non dimentica da dove viene.
In una democrazia che non ha paura del dissenso.

Perché la democrazia si difende con la memoria.
Non con i manganelli.

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