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Quando i social danno licenza di uccidere due volte

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Avrei voluto scrivere di altro.
Avrei voluto fermarmi sulla tragedia che in questi giorni ha colpito la Svizzera, ma la verità è che non ha colpito un solo Paese: ha colpito tutti noi.

Una festa.
Ragazzi spensierati, musica, risate. Il desiderio semplice e universale di salutare l’anno che finisce e accogliere quello che verrà.
E invece quella che doveva essere una notte di vita si è trasformata in una notte di morte.

Non scrivo per colpevolizzare.
Non scrivo per cercare un responsabile a tutti i costi, un nome da esporre in prima pagina, una verità semplificata per sentirci tutti più sollevati.

Scrivo da genitore.
E scrivo anche da adulto che quelle feste le ha vissute davvero.

Quello che mi spaventa, anzi, quello che mi disgusta, non è solo la tragedia in sé.
Sono i giorni successivi.

Sono i commenti sotto i post, sotto gli articoli di giornale, sotto le notizie condivise sui social.
È il tribunale permanente dell’opinione pubblica, sempre aperto, sempre pronto a emettere sentenze.

C’è una frase, in particolare, che mi ha colpito come una coltellata:
“Ma i genitori dove erano?”

Negli anni della mia giovinezza, quando tornavo nel paese di mia madre, a Rotonda, in Basilicata, partecipavo a feste, serate, giornate intere con gli amici.
E no, i miei genitori non erano con me.

I miei genitori si fidavano.
Mi facevano le raccomandazioni che ogni genitore fa — quelle che restano nelle orecchie anche quando fai finta di non ascoltarle — e poi mi lasciavano andare.

Questo non li rendeva cattivi genitori.
Li rendeva genitori.

Tornando a quanto accaduto in Svizzera, le famiglie che avevano scelto di passare le vacanze lasciando i figli a festeggiare non sono famiglie irresponsabili.
Nemmeno se quei ragazzi erano minorenni.
Nemmeno se oggi, col senno di poi, è facile puntare il dito.

Il “senno di poi” è lo sport preferito di chi non ha mai il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie parole.

Da genitore sto male.
Sto male al pensiero che quelle famiglie, per come le conoscevano, non esistono più.
Perché la morte di un figlio non è una perdita: è la fine di una famiglia per come era.

E allora leggere predicatori da tastiera, giudici improvvisati che dai social si sentono autorizzati a insultare, condannare, processare il dolore altrui, fa male due volte.

Fa male quanto la tragedia.
Fa male come un secondo colpo, inferto senza pietà.

Oggi i social danno licenza di uccidere.
Non con le armi, ma con le parole.

E chi vomita sentenze senza conoscere storie, volti, lacrime, forse dovrebbe perdere prima di tutto il diritto di commentare.
Perché in certi momenti l’unica cosa davvero umana da fare è tacere.

Portare rispetto.
Stringersi, anche in silenzio, attorno a chi non potrà mai più tornare come prima.

Perché il dolore non si analizza.
Il dolore si rispetta.

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