balotelli

Why always me?

Adesso tutti attaccano Mario Balotelli. É lui il capro espiatorio del fallimento della nazionale italiana in Brasile. Dopo la partita con l’Inghilterra qualcuno gli avrebbe fatto un monumento. Ora, se si potesse, lo si manderebbe a giocare in Nuova Zelanda. Da eroe a rovina di un paese in pochi giorni. Cosa dovrebbero dire i portoghesi di Cristiano Ronaldo, pluripremiato Pallone d’Oro che ha dato tanto al Real Madrid ma che si è dimostrato evanescente con la sua rappresentativa nazionale? Senza considerare alcune scelte tattiche oggettivamente discutibili – tra le quali un atteggiamento troppo difensivista – la verità è che ci siamo presentati al torneo più importante in una condizione fisica precaria. Condizione, azzarderei “imbarazzante” se paragonata agli altri, che ci caratterizza da anni. A questo, aggiungiamo un tasso tecnico mediamente più basso del solito. Prandelli lo sapeva ed è per questo che ha infoltito il centrocampo. Così, è più facile scaricare la colpa su uno solo che ammettere che, fondamentalmente, senza recuperare questo gap difficilmente rivinceremo all’estero.

Mi ricordo i titoli post-vittoria sul Milan che conquistò la Champions League nel 2007 (bei tempi, per noi milanisti!). 7 anni fa, un’era geologica in fatto di calcio. Già allora si parlava di un calcio italiano talentuoso ma lento, eccezion fatta per quella gazzella che di nome faceva Ricardo Kakà. Una squadra che gioiva per un colpo di reni formidabile, l’ultimo, ma che doveva rifondarsi. Il Milan, in realtà, per progredire ha fatto ben poco. Ma non si può dire diversamente del calcio italiano nel suo complesso.

Quando si parla di rinnovamento necessario in Italia, anche il calcio deve esserne interessato. E se il gap atletico può essere colmato in pochi anni, altri sono i problemi irrisolti e più seri che ci attanagliano da tempo. Primo, gli stadi fatiscenti. É vero, ci sono vincoli oggettivi di carattere economico. In un periodo di crisi come quello attuale sono altre le destinazioni sperate per le poche risorse disponibili. Ma il limite più importante è quello giuridico. Se domani un imprenditore qualunque volesse investire decine di milioni di euro per costruire uno stadio, state pur sicuri che troverebbe più difficoltà che possibilità. Quello che, nella pratica, capita a qualsiasi imprenditore ben intenzionato nel nostro Paese. Corruzione, burocrazia asfissiante, assenza di supporto da parte della politica locale. Se anche, poi, avesse superato la corsa ad ostacoli, dovrebbe sicuramente trovare l’accordo con il “tifo organizzato”. Niente si muove in Italia senza un accordo preventivo con gli ultras.

E qui vengo al secondo punto: la violenza negli stadi. Il problema, si sa, riguarda la certezza della giustizia. Troppo lassismo e permissivismo per chi commette reati. Lo stadio – e le zone intorno a questo – sono terra di nessuno. Chi va a “vedere” una partita può permettersi di tutto. E chi, invece, la partita vorrebbe godersela, deve subire di tutto. Notizia degli ultimi giorni, la morte di Ciro Esposito, tifoso napoletano in coma da mesi a causa di un’aggressione a colpi di pistola subita prima di una partita. Partita (Fiorentina-Napoli, finale di Coppa Italia, n.d.r.), per chi non se lo ricordasse, che prese il via solo dopo l’assenso di un pregiudicato – tale Genny a’ carogna – molto vicino ai clan camorristi che capeggiava gli ultras del Napoli. Tutto questo sotto gli occhi dei massimi dirigenti del calcio e dello Stato. Ma il problema principale, e non sono certo io a scoprirlo, è culturale. Senza arrivare ai campetti di periferia dove ogni domenica scatta la rissa tra mamme incallite e babbi depressi e repressi, cito un episodio di qualche mese fa. Si chiude la curva della tifoseria juventina per insulti razzisti e qualcuno propone di aprirla ai ragazzini delle scuole. Bene. Questi, però, ad ogni rinvio si rivolgono al portiere avversario con un sonoro “merda”. Ma si sa: ogni scarrafone è bello a mamma sua e i genitori presenti se la ridono e lasciano che i bambini si divertano. In fondo, che male c’è? L’importante è che il bambino si sfoghi (e se possibile sfondi nel mondo del calcio, così da sistemare la famiglia). Se poi è maleducato, la colpa è della scuola e della società, mica della famiglia.

E arriviamo al punto fondamentale, quello che più ci compromette a livello competitivo: l’assenza di programmazione e investimento nei settori giovanili. Basti vedere che il talento più grande che abbiamo (Verratti) é passato dalla serie B direttamente alla Liga Francese. E in Nazionale è stato messo in discussione per far spazio a Thiago Motta. Thiago Motta. Sì, dieci anni di più, divario tecnico abnorme. Ma vuoi mettere l’esperienza? Un po’ come tutti i ragazzi che conosciamo che, laurea in mano, hanno preso l’aereo e salutato l’Italia. La verità è che investire nei settori giovanili non conviene. Troppa fatica, troppo dispendio di tempo. Ci siamo riempiti per anni la bocca con la favolosa “cantera” del Barcellona. Lì, in Catalogna – una regione che per popolazione e territorio è poco più grande della Sicilia – sono riusciti a sfornare più della metà della prima squadra (quasi 2/3 dei titolari) dalle squadre giovanili. E hanno vinto. Tanto e tutto. Ma quando tocca a noi cosa facciamo? Obblighiamo le categorie più basse dei dilettanti a inserire in squadra delle quote “under”, mentre una squadra di serie A può schierare senza limiti stranieri o i vari Thiago Motta di turno.

Ma si sa, questi sono discorsi lunghi, si fanno da anni. Noiosi e, soprattutto, che porterebbero ad un autocritica (sia mai!) dalla quale ne usciremmo ancora più sconfitti. Meglio evitarli, concentrandosi sulla pecora ne(g)ra di turno. E chi meglio dell’unico attaccante di fama mondiale che abbiamo a disposizione? Balotelli, sì, è lui il Problema. E il primo a metterlo sotto la lente di ingrandimento – alla prima intervista a caldo nel dopopartita – è proprio colui che dovrebbe difenderlo, il sommo capitan dei capitani Gianluigi Buffon. Classe immensa, storia calcistica ineguagliabile ma, evidentemente, qualche difficoltà nel gestire i momenti delicati. In quei momenti concitati, l’italiano medio, infatti, proprio perché non abituato alle dimissioni (anziché ammissione di colpevolezza, le vive come un’assoluzione automatica e rimane stordito), dopo quelle di Prandelli e Abete cerca il colpevole. La bambola sacrificale. L’uomo da esporre alla pubblica gogna. E non lo trova. Così, ci pensa Gigi ad accendere la miccia nella polveriera. E chi se ne frega se due anni fa SuperMario, con la sua doppietta contro la Germania, ci ha fatto vivere la più bella notte (dopo Berlino 2006) degli ultimi venti anni calcistici della selezione nazionale. Ha sbagliato un goal facile con la Costa Rica – che tutti noi avremmo fatto, ovvio – e con l’Uruguay si è preso un giallo (discutibile). Tanto basta. E poi ci sono i motivi di sempre. Primo, è stronzo: non è uno che si preoccupa certo di rimanere simpatico. E questo, in un Paese dove quello che conta non è se ti vendi le partite o se fai uso di doping – tanto, se fai il bravo e copri il compagno, ritorni in campo dopo tre mesi. No, quello che conta è la forma, non la sostanza. Quando c’è l’intervista tu sorridi sempre e sii disponibile con i giornalisti. E stai tranquillo. Come se non bastasse, poi, Mario twitta troppo. Guida macchine sportive (e le sfascia). In campo non si impegna. Non lotta. Non esce sudato. E poi è nero. Sì, diciamocelo. Alla fine, a vedere giocare un nero con la maglia azzurra ancora non ci siamo abituati. Perché i neri devono andare a vendere la merce contraffatta sulle spiagge, fare lavori dove si guadagna poco e si è sfruttati. Al massimo, se proprio hanno voglia, possono fare i lavori che gli lasciamo noi. Figuriamoci atteggiarsi da protagonisti con i “soldi nostri”. Insomma, fare i simpaticoni ma non rompere i coglioni. Calciatore strapagato milionario arricchito e pure antipatico che non sei altro.

“Fosse anche biondo, lo odierei lo stesso” suona un po’ come “Io non sono razzista, è lui ce se le cerca”.

Roberto Baggio da Caldogno, salvaci tu.