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Un arcipelago produttivo

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Inauguriamo il 2015 con la storia di un libro, “Un arcipelago produttivo”, Carocci, 2007, che parla di relazioni di lavoro, e di spostamenti fisici di italiani e romeni fra un paese e l’altro. In “Un arcipelago produttivo” si racconta cioè come vivono i romeni e le romene che vengono in Italia, le ragioni per le quali ci vengono, quanto in genere ci restano, ma si parla anche – e questo è l’elemento da cui voglio cominciare – di moltissimi italiani che si trasferiscono in Romania, ci lavorano e spesso non sono più tornati. Per un livornese può essere un dato meno noto di quanto lo sia per un veneto o per un lombardo, ma in Europa l’Italia è il primo partner commerciale della Romania, avendo investito nello spostamento di un numero impressionante di aziende verso la produzione in territorio romeno. Dei sei saggi del libro, almeno tre sono dedicati esclusivamente a tracciare questo panorama. Veronica Redini, a pagina 174, ricorda che la zona intorno a Timisoara, dagli anni Novanta in poi, conta più di 1500 imprese italiane: nel giornalismo economico si è anche coniato un epiteto, per cui Timisoara è diventata l'”ottava provincia veneta”, a causa dell’altissimo numero di aziende padovane e trevigiane che prime fra tutti, si sono trasferite qui.

Il quadro che fa un altro autore, Devi Sacchetto, introduce altri elementi, alcuni dei quali decisamente sinistri. Se il trasferimento, spiega, permette alla produzione italiana di mantenere la concorrenza con le grandi economie emergenti, perché produrre in Romania significa ridurre del 70, 80 per cento i costi complessivi del lavoro, c’è anche un profilo sempre più netto, culturale, dell’imprenditoria italiana che si stabilisce in Romania. Molti imprenditori italiani intervistati si vantano delle ricchezze che la Romania offre ai cacciatori (p. 166), permettendo a Sacchetto di svolgere una riflessione sulla vecchia figura del patròn veneto tramontata dopo gli Anni Settanta: “fuggendo dalla crisi italiana, il piccolo imprenditore ritrova in Romania una meta perfetta. Qui può riaffermare il suo status di potere, grazie a selvaggina e forza lavoro abbondanti, bassi costi, relativa vicinanza con l’Italia, scarse regole, sfrenamento”. Ecco che si può già far quadrare il cerchio. Per parlare degli immigrati romeni in Italia, infatti, basta partire dalla situazione dei nostri italiani espatriati. Le ragioni del vantaggio dello spostamento in questo paese sono quelle della crisi venticinquennale che si è aperta con la fine del comunismo romeno. Nicolae Ceaucescu, al comando della Repubblica Popolare di Romania dal 1965, viene deposto da un’insurrezione popolare nel 1989. Si avvia una più che altro apparente transizione verso una rifondazione del paese come Stato democratico. Con il comunismo, però, crolla anche l’intero sistema produttivo statalista sovietico. Vianello stima che nell’Europa centro orientale, dopo il 1989, siano stati persi 26 milioni di posti di lavoro (p. 67). Ma il caso romeno soffre altre implicazioni. Una. Un divario catastale risalente allo smembramento dell’impero ottomano e alla progressiva introduzione di un registro di proprietà e tassazione. Infatti, mentre la Transilvania, a nord, segue il catasto asburgico, il sud è legato a una forma di registrazione ancora all’antica, informale, che può rendere più agili i passaggi di proprietà ma è di certo meno trasparente. Un’altra. Tutta la vicenda della statalizzazione e della collettivizzazione dei terreni, ( p. 26), che i romeni hanno dovuto subire durante i decenni dal 45′ agli anni Sessanta, e che ha impresso su una popolazione di storia e cultura agricola la percezione di una violenza bruta. Quando tutto questo è passato, dall’1989, in moltissimi hanno assaltato le terre che si erano visti confiscare: con i primi Novanta si sono scatenate lotte feroci fra ex proprietari, costretti a lavorare gratis per decenni, e manager del tardo socialismo che mentre tutto crollava si erano accaparrati le aziende agricole più redditizie. È qui, ovviamente, che si inseriscono anche gli acquisti da parte degli italiani di vasti terreni e capannoni a prezzi stracciati.

Chi resta, in queste condizioni? Quali, quanti cittadini romeni trovano una forma di sopravvivenza in un caos del genere, che per loro è il culmine di una disillusione complessiva sulla vita degli ultimi settant’anni del Paese? Dal 2007, aggiungiamo, la Romania è entrata nell’Unione Europea, e questo ha chiaramente semplificato le traiettorie di spostamento verso l’estero.

Nel libro ci sono molte storie emblematiche sulla migrazione romena in Italia, ma io voglio concludere queste note raccontandone solo due, e invitando tutti alla lettura di Un arcipelago produttivo, che è ricchissimo di informazioni. La prima storia riguarda un autotrasportatore moldavo, Vasile Sorocaniuc. Come molti maschi adulti, lavorando per un periodo in Italia è riuscito a mettere da parte una cifra con cui, appoggiandosi ad alcuni parenti già espatriati, ha comprato un furgone a otto posti. Con questo fa la spola fra la Romania e l’talia, spesso consegnando a chi è rimasto in Romania i soldi del loro familiare che lavora in Italia. Il commercio di Sorocaniuc dipende anche da una strategia elaborata nel tempo: accorgendosi che molti elettrodomestici in Italia costavano meno che in Romania, così come molti materiali edili che venivano considerati “vecchi o poco efficienti”, l’autotrasportatore ha avviato un commercio di ritorno di questi beni in Romania e si è appoggiato a un socio italiano che “compra i materiali a ogni asta fallimentare disponibile”. Per persone come Sorocaniuc, insomma, l’emigrazione in Italia non è affatto stanziale, ma nemmeno univocamente temporanea. Al contrario è la dimensione transnazionale, ricorda Cingolani a pagina 56, a rappresentare la base di una forma di sostentamento nella crisi romena. La seconda storia riguarda una donna, e mi ha colpito veramente molto. Maria Stupu ha 46 anni, ed è emigrata a Padova. Insieme a un numero elevatissimo di altre donne ha lavorato nell’assistenza domestica, che rimane il primo impiego delle romene italiane, seguito in modo massiccio però dalla prostituzione (e poi, subito dopo, assai meno cupamente, dall’impiego come infermiere nella sanità pubblica e privata). Maria Stupu ha un diploma superiore e, nota giustamente Vianello, l’emigrazione per lei comporta una proletarizzazione attraverso la quale può, però, manterere il livello di classe media per il figlio e il marito rimasti in Romania (p. 66). Oltre a questo paradosso ci sono le questioni ineliminabili del lavoro in nero, (nel libro c’è un saggio dedicato a questo) e della semisegregazione in cui le assistenti domestiche italiane in coabitazione sono costrette a vivere. Il seguito, invece, è più sorprendente. Maria Stupu, che faceva la ragioniera, è partita nel 1998 perché i continui sbalzi dell’inflazione post Ceaucescu l’hanno indebitata.  In un anno circa ha ripianato la situazione familiare, pagato gli studi al figlio e curato il marito che aveva avuto un problema grave. Però, sette anni dopo, nel 2006, è ancora in Italia. Non vuole tornare. O meglio, fa la spola fra la Romania, dove sta sempre alcuni mesi, è l’Italia, dove torna a lavorare. A pag. 81, la donna spiega che i “suoi si sono adattati”, che non le chiedono più di restare: hanno capito che con l’emigrazione i “suoi quasi cinquant’anni non sono più l’età di una donna anziana”. Lei non si vuole fermare, dice, perché in Romania le mancherebbero i soldi e gli amici italiani, come in Italia le manca casa sua. Il suo sogno è guadagnare per farsi un giardino, costruirsi una depandance, poi aprirsi anche un negozio a Birlad, la sua cittadina. Ma senza fretta. Tanto lei “è una migrante, non sta tranquilla da nessuna parte, e ha ancora vent’anni per vivere”. Cosa pensare di questa seconda storia? E’ tipicamente romena, per il piacere di sognare quella proprietà privata tanto dolorosa nella storia del paese? O è una storia originale, l’insieme di volontà e scelte fatte in una vita originale, come magari occorrerebbe considerare per qualsiasi persona che incontriamo in Italia, a Livorno, che non è nata in questo paese? L’integrazione richiede tempo, ma chiama urgentemente anche a uno sforzo vero da parte nostra.

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