Sfera pubblica e comunicazione di massa

Sfera pubblica e comunicazione di massa

Ci sono gli aeroplanini di Berlusconi. A far pensare, ancora, a qualche giorno dalla fine di agosto. A far pensare innanzitutto a una folla di elettori che anche a Livorno dovrà vantare qualche membro, di quelli che non lo dicono. Infatti gli elettori di destra in genere non lo dicono, nel solco di una qualche radicata filosofia di fondo per la quale la politica non è un argomento di conversazione.

Ai margini di un dibattito filosofico e politico sul rapporto fra destra, sinistra e partecipazione – ampio, interessante, e di lungo periodo, si può mettere forse anche un libro molto bello, Marica Tolomelli, Sfera pubblica e comunicazione di massa, Archetipolibri, 2006. Capitato fra le mani in un modo che in genere procura letture poco piacevoli – come testo di un corso universitario – questo libro si divide subito dagli altri. Infatti non sto scherzando e non esagero, se dico che esiste un manuale di storia contemporanea che è facile come un romanzo e utile come un accendino. In effetti poi, non si tratta proprio di un manuale di storia contemporanea: le cose che Marica Tolomelli vuole far sapere sono tutte relative alla diffusione e all’uso della radio, della televisione e dei loro eredi palmari.

Strano esemplare di libro che si può leggere e non leggere, Sfera pubblica e comunicazione di massa si fa aprire sia a pagina 3, raccontando una storia, sia a pagina 83, dove, invece di raccontare, colleziona un’appendice preziosissima di opinioni che lungo un secolo sono state date alla funzione e al valore dei media. Un sacco di sorprese e un sacco di informazioni. Un sacco di aiuto, anche, a dare in qualche modo un senso agli aeroplanini di Berlusconi. Se qualcuno si godrà la storia di come ci siamo ritrovati fra social network in cenere e social network con funzioni parentali a partire dal telegrafo, qualcun altro magari si sorprenderà a leggere in diretta Theodor W. Adorno, che scriveva nel 1947 cose medianiche sulla cultura e la propaganda, che poi per i sessant’anni dopo sono state riscoperte ogni 4 o 5 anni.

Ma sono commoventi anche le osservazioni del giovane Peter Schneider, che come voce del movimento studentesco tedesco, nel 1968, scuote il pero della censura del colosso editoriale Springer – che gestiva l’informazione al tempo. Poi arriva Pierre Bourdieu, con il manifesto “l’opinione pubblica non esiste” (p.189), con cui potreste per esempio scoprire che le vostre più brillanti riflessioni di taverna sulla manipolazione mediatica ce le aveva già in mente questo simpatico ragazzo francese nel 1976. Molte pagine indietro, c’è anche Gramsci, e c’è Walter Lippman, un pubblicista americano che nel 1922 sarebbe in pratica stato capace di fare il ghost writer di Beppe Grillo.

Leggetelo, anche fosse solo per concludere che fra le molte cose che si possono dire sugli aeroplanini di Berlusconi, quella più cruciale è l’evidenza che il progresso non è una linea, che le parole della politica e del potere scrivono tracce in una comunicazione che ‘re-esiste’ in molti modi, fra il telegrafo e la rete. L’aeroplanino che sorvola le spiagge potrebbe sempre tornare utile, anche in una possibile epoca futura di elezioni sul web: Tolomelli dà il piacere e gli strumenti per non scandalizzarsene.

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