Kurt Cobain

Kurt Cobain: 20 anni dopo, l’ultimo profeta del Rock

1967: Aberdeen, Washington

Kurt Cobain nacque il 20 febbraio del 1967: all’età di due anni canticchiava “Hey jude” , a quattro anni imparava a suonare il piano, e a sette anni riceveva da sua zia chitarra e amplificatore, imparando come prime canzoni Back in Black e Starway to Heaven. Possiamo dire che il talento musicale non gli mancava già in tenera età.

All’inizio del 1987 Kurt – che aveva già avuto alcuni gruppi soprattutto con quelli che saranno i futuri membri dei Melvins, – conosce Kirst Novoselic: i Nirvana stanno prendendo forma.

Nell ’89 pubblicano il primo album, “Bleach” che verrà considerato l’album più grunge della band di Aberdeen, una perfetta sintesi fra il noise, il metal, gli inizi del grunge (i Mudhoney) e il garage rock.

Il grunge per Kurt è musica d’evasione e non era certo sua intenzione avere un impatto così devastante sulle generazioni contemporanee e future. La musica era per lui un’insostituibile mezzo di consapevolezza ed espulsione del dolore, lenitrice di un malessere esorcizzato da una parola: Nevermind.

1991: The Year Punk Broke

I Nirvana firmano con la Major Geffen Records, e cambiano batterista: arriva Dave Grohl. Kurt e Kirst diranno che in meno di due minuti avevano capito che era precisamente ciò che cercavano.

A settembre esce Nevermind, prima traccia Smells Like Teen Spirit, boom!

Non saprei come altro esprimere la sensazione che dà tale canzone al primo ascolto: Cobain aveva creato un album che incarnava come nessun altro umori e ansie di una generazione intera tanto che la rabbia e le emozioni che si trovano nella sua musica e nelle sue parole non si ritroveranno mai più in nessun altro artista. Eppure a Kurt non piaceva, non era soddisfatto, non perdonava a Gary Gersh e a Andy Wallace, rispettivamente discografico e produttore, di aver voluto mettere le mani sul materiale, accentuandone dinamica e profondità, e smussandone gli angoli. Insomma era troppo pulito, borghese, non era sporco come voleva lui, cosa contava che fosse stato un successo nettamente oltre ogni aspettative, cosa contava se la Billboard avesse dichiarato: “I Nirvana sono quel gruppo raro che ha tutto: il favore della critica, il rispetto dell’industria discografica, successo commerciale, e una solida fan base alternativa”; no, invece questo contava, già, il successo, i fan, Kurt Cobain ha sempre e comunque scritto per se stesso, ha sempre parlato delle sua vita, delle sue esperienze, era introverso e timido, non era come Freddie Mercury, non riusciva a farsi inebriare dalla folla, dai concerti, si sentiva quasi un bugiardo nei confronti dei suoi fan, insomma non riusciva a godersi il successo, più precisamente non riusciva a confrontarsi con la responsabilità morale di chi ti ha eletto proprio megafono .

Nel 1992 sposa Courtney Love e i due diventeranno una delle coppie più controverse e malate della storia del rock. Courtney aveva l’irrefrenabile ambizione di diventare ricca e famosa, e Kurt non riusciva a fare a meno di lei. Entrambi musicisti ma con una grandissima differenza: al contrario di Kurt, Courtney era una pessima cantante. Una coppia bella, famosa e dannata, con una compagnia costante: l’eroina, che gli fece subito perdere la custodia della loro unica figlia, Francis Bean.

È l’inizio della fine per Cobain, ma c’è ancora tempo, c’è ancora un ultima perla, a mio modo di vedere la più vera ,la più sentita, il testamento spirituale di una rockstar per caso. Leggendo tra le righe delle dodici canzoni del loro terzo e ultimo album propriamente inteso, si può probabilmente incontrare il vero Kurt.

Non voleva ripetere l’errore di Nevermind, basta con i suoni puliti. Chiama Steve Albini, il profeta del suono duro e puro, capace, grazie al suo sistema di microfoni disseminati per lo studio di registrazione, di captare la carica fisica del sound di una band.

Pare che nei progetti di Kurt quest’album si sarebbe dovuto chiamare : “I Hate Myself And I Want To Die”, il titolo cambia, il significato no.

Credo che “In Utero” sia il disco della Maturità di Cobain, anche se, molto più probabilmente, per lui è il disco della fine, della fine del sogno e delle illusioni: in questo disco si libera degli ultimi scheletri, degli ultimi fantasmi, spiattellando in faccia al mondo il suo insano desiderio di autodistruzione. L’estetica sonora è intrisa di questo sentimento. La sua poetica va anche oltre.

Vi citerò solo la canzone iniziale e finale di quest’album:

“Teenage angst has paid off well, now I’m bored and old” (“La rabbia giovanile ha pagato bene, ora mi sento annoiato e vecchio”). Che dire, una prima strofa che lascia ben poco all’immaginazione.

L’ultima è “All Apologies”, ballata elettroacustica che indica la via d’uscita: non siamo i soli a soffrire, c’è un mondo là fuori fatto di cose e di persone in cui confondersi e riconoscersi. Il senso è tutto lì, in quell’”All in all is all we all are” (“Tutto in tutti è tutto ciò che siamo”) che è l’ultimo verso, ripetuto come un mantra, ossessivamente, di “In Utero”.

1994: “It’s better to burn out than to fade away”

Il consumo di eroina di Cobain iniziò ad aumentare a dismisura, la droga si rivelò il suo metodo per fuggire dalle pressioni dei media e dai suoi problemi di stomaco. Di controparte la dipendenza da eroina cominciò ad isolarlo dagli altri membri della band e a farlo litigare sempre di più con la moglie Courtney Love.

Il 1° marzo interruppe la tournée dei Nirvana per una bronchite, andò a Roma con la moglie per riposarsi, ma la notte del 2 fu trovato in overdose da eroina, fu salvato, dopo pochi giorni tornò in America accettando un programma di disintossicazione, ma a fine mese scappò dal centro (a Los Angeles), prese un aereo e scappò a Seattle.

Il 3 Aprile Courtney contattò un investigatore per ritrovare il marito. L’8 aprile 1994, il corpo di Cobain fu trovato da Gary Smith, un elettricista, nella serra presso il garage nella sua casa sul Lago Washington.

Smith vi giunse per installare l’illuminazione di sicurezza e vide il corpo steso all’interno. Ad esclusione del poco sangue proveniente dall’orecchio di Cobain, Smith disse di non aver rinvenuto segni visibili di particolari traumi; semplicemente, pensava fosse addormentato.

L’autopsia successivamente confermò che la morte di Cobain fu causata da un “colpo di fucile autoinflitto alla testa”.

Lasciò una lettera di addio, la frase che tutti abbiamo a mente viene da “My my, Hey hey” di Neil Young, meglio bruciarsi che svanire a poco a poco.

Un anno dopo, il cantautore canadese renderà omaggio alla memoria del suo discepolo dedicandogli “Sleep With Angels”.

5 Aprile 2014

Sono oramai passati 20 anni dalla morte di Kurt Cobain, l’ultima persona che ha cambiato il rock nella sua essenza. Dopo di lui ogni uscita musicale degna di nota avrà davanti al nome del genere la parola “post”: post-rock, post-punk, post-grunge e via dicendo.

Se volessi trovare una persona che negli ultimi 20 anni ha condizionato il rock come lo ha fatto lui in soli 4 anni, potrei tranquillamente citare il nome di Thom Yorke, ma andrei a sfociare nell’elettronica, dopotutto album come “Kid A” e “Amnesiac”, per non citare il più recente “King of Limbs”, si discostano nettamente dalle radici alternative-rock del gruppo, ma in ogni caso non sarebbe un personaggio generazionale.

Kurt Cobain è stato il profeta della sua generazione, e , come Jim e Jimi che segnarono altrettanto fortemente le loro generazioni, ci lascia all’età di 27 anni, dopo 3 album che hanno fatto la storia della musica.

P.s. Se la vostra conoscenza dei Nirvana si ferma a Nevermind, vi prego, ascoltate “In Utero”.

P.p.s. Vi lascio con la sua ultima esibizione in tv, in Italia, su rai 3, bei tempi quando passavano buona musica in tv!