Gioventù cannibale

Gioventù cannibale

Dovrebbe essere un classico, eppure non è che si parli spesso di Gioventù cannibale.

“Il canguro rimase per un po’ fermo nella piazzola dove lo avevano lasciato. Ad un tratto scrollò la testa e saltellò fino al guardrail. Stava per saltarlo quando si fermò, attirato dal verde dei campi da rugby sull’altro lato dell’Olimpica. Cominciò ad attraversare lentamente la strada. Una Ford Fiesta gli sfrecciò accanto e non lo prese per un pelo ma la Citroen che la seguiva inchiodò, sbandò e gli passò sopra la lunga coda. Il canguro fece ancora stentatamente altri tre metri trascinandosi l’appendice spezzata, poi fu preso in pieno da un furgone del latte”. Finisce così la storia notturna di un’incursione allo zoo, con cui si apre questa raccolta di racconti. Tre universitari romani ‘perbene’, un travestito, due canguri, quaranta pagine, le visioni di Niccolò Ammanniti e Luisa Brancaccio, per aprire a tinte forti un’antologia che ha segnato gli Anni Novanta della letteratura nazionale.

Dopo Ammanniti e Brancaccio, ci sono firme come quella di Alda Teodorani, di Aldo Nove, di Daniele Luttazzi, di Andrea Pinketts, di Matteo Galiazzo e di Paolo Caredda; l’antologia è del 1996. Fra lame, sangue, sevizie e follie quotidiane, si trattò di un libro criticatissimo, amato – io ero fra quelli, e odiato. In ogni caso, scioccante in “Il mondo dell’amore” di Nove come in “Il rumore” di Massaron, kitsch nel “Cappuccetto splatter” di Luttazzi, proprio cupa nella “E Roma piange” di Teodorani, quest’ antologia ha segnato un passo in almeno due modi, e quindi sono almeno due le volte che varrebbe la pena leggerla.

Una volta per avere qualcosa da discutere a proposito di narrativa italiana contemporanea: gli undici autori e autrici di Gioventù cannibale (ristampato da Einaudi Stile Libero nel 2010), infatti, sanno scrivere. E hanno, probabilmente, anche saputo fondare uno stile, che nel 2013 segna ancora una parte della migliore letteratura italiana, da Simona Vinci a Carlo Lucarelli.

Un’altra volta, poi, dopo aver un po’ digerito la storia di José in “Cose che io non so”, e magari aver dimenticato la Debora di “Il rumore”, si potrebbe riaprire l’antologia e pensare a quale straordinaria portata ‘medianica’ abbia avuto questo libro: l’orrore di Gioventù Cannibile, che nel 1996 era un esercizio di – ottima – letteratura, pochi anni dopo era il tema delle vicende che hanno fatto scrivere fiumi d’inchiostro di cronaca alle testate nazionali, e hanno interessato migliaia di ore di palinsesto televisivo, nel decennio nero che è iniziato con Cogne ed è arrivato ad Avetrana. Per purificare la paura nella narrativa, si può ‘sbiancare’ la storia recente fra le pagine di Gioventù cannibale.

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