Ginger Man

Ginger Man

Si è parlato di dieci libri di politica, da ora parleremo di dieci libri su una cosa meno generale.

Dall’ultima rilevazione del 2011 si sa che a Livorno vivono 2142 rumeni (in pratica il numero degli iscritti al Pd); quasi altrettanti albanesi; poi peruviani, ucraini, senegalesi, marocchini, filippini, cinesi, moldavi e dominicani. Mentre gli operatori dei servizi sociali si occupano di seguire i problemi veri di ogni persona, io provo a fare una cosa molto più umile e spero utile. Leggere e consigliare un libro che racconta la storia recente –  e l’emigrazione verso l’Italia – di ognuno di questi paesi.

Cominciamo da dicembre con la situazione rumena.

Questo mese, però, per una pausa, voglio parlare di un libro che mi sta particolarmente a cuore. È un libro come novembre, il mese dell’anno che mi piace di più, in cui le cose mi sembrano più vive (ma mai scontate) anche perché le luci e l’aria sono un po’ cupe. È il capolavoro di di P. J. Donleavy, irlandese emigrato in America, e si chiama Ginger Man – anche se quando è arrivato per la prima volta in Italia, nel 1965, tradotto da Luciano Bianciardi, il titolo italianizzato era Zenzero.

La spezia con la storia non c’entra niente: si tratta invece di un diabolico irlandese quasi trentenne, indimenticabile alcolizzato e puttaniere, che mentre sta saltando un muro, a un certo punto, scappando da qualcuno, si mette a canticchiare la filastrocca dell’omino di marzapane: “Run, run as fast as you can! You can’t catch me, I’m the gingerbread man” (Corri, corri, più forte che puoi / Son Pan di Zenzero, acchiapparmi non potrai).

A scuola  ci hanno offerto interi carrelli di eroi, romanzi di formazione, antimodelli, letteratura d’avanguardia per ogni piattissimo secolo lungo cui correvano insieme il programma di italiano e quello di storia. Per questo in pochi si sono abituati a leggere (tutta la mia solidarietà).

Se ci avessero fatto leggere la storia di Sebastian Dargenfield, forse, avremmo continuato in di più, oltre ad aver appreso in 397 pagine come vivere senza possedere niente, in fuga continua da creditori, una famiglia che fa la fame, proprietari di roba rubata (da noi) e amici che abbiamo vilmente usato e poi abbandonato.

Per chi ha visto i due bellissimi “I mostri” e “I nuovi mostri” di Dino Risi, ecco, può avere un’idea di cosa aspettarsi dalla vita di Sebastian Dangerfeld.

Ma non è tanto l’avventura di questo mostro della precarietà e dell’opportunità bieca che fa del libro uno dei più belli che io abbia mai letto.

È il quadro dell’Irlanda degli anni Cinquanta, la cosa veramente magistrale in Ginger Man. Un paese di pioggia e odore di legno, una società desolata ma eterna, dove sembra che le pinte da scroccare agli amici non finiranno mai, come non finiranno mai i geloni alle mani e il cielo arancione nel tramonto invernale.

La ferocia con cui Patrick James Donleavy tratteggia il mondo visto da Sebastian è la chiave di un libro che non riesce mai a essere meno che trascinante, divertente, eccitante, anche se ogni pagina porta in sé questa cupezza e questa rassegnazione. Sebastian da dentro il libro fa anche il poeta, prendendo un po’ per il culo i lettori: “Giù a Dingle/ dove gli uomini sono single/ la fatina è nell’armadio/ e la strega dentro il letto /l’Anticristo è smunto/ e lo Strozzino defunto. /Giù a Dingle/ dove gli uomini sono single (poesia di Sebastian Dangerfield)”. Così la storia scorre via e anche se ci metterete qualche giorno questo non soltanto è un capolavoro della letteratura contemporanea che vale ogni pagina, ma temo che per molti, dopo l’ultima pagina, sia un libro che richiede una pinta novembrina per curare la nostalgia immediata da Dangerfeld. Oppure una ricerca autunnale di tutti i libri di Donleavy tradotti in italiano (questo è edito da Neri Pozza). Per convincervi mi viene in mente l’ultima parentela interessante: per tutti gli adepti di Shameless, infatti, segnalo che Sebastian ricorda in molti tratti l’osannato Frank Gallagher. Ginger man è la cosa migliore da leggere a novembre, prometto.

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