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iade sulla Toscana: un rapporto IRPET per capire un racconto

Dieci libri per apparire sapienti di politica. Puntata 8, diade sulla Toscana: un rapporto IRPET per capire un racconto.

La domanda a cui mi riproponevo di rispondere era: “come apparire sapienti su cosa va benone della regione e della città oggi, e cosa distingue l’una e l’altra”. Urge una correzione a un titolo scemo di cui sono la sola responsabile e che viene da un bisogno di fiducia che non intendo rinnegare ma che non è l’ottica utile da cui guardare alla nostra realtà di questi anni. Diciamo meglio: “come apparire sapienti su alcune eccellenze della regione sopravvissute alla crisi, sulla differenza fra la regione e la città e su cosa traina oggi la città di Livorno”. Per rispondere a questa domanda, decisamente più scomoda, per la prima volta ho dovuto provare a leggere due cose insieme e non è stata una cattiva idea.

E’ successo che ho aperto l’ultimo rapporto dell’IRPET sull’economia in Toscana. Lo trovate qui:

http://www.irpet.it/storage/pubblicazioneallegato/499_Rapporto%20generale%202014.pdf.

Ma mi è sembrato che non bastasse. Non è una lettura difficile – attenzione. Se qualcuno se la sente, può essere utile per tutti cominciare a confrontarsi con questi documenti: il rapporto IRPET per esempio dà gli strumenti per capire un articolo di giornale sulla situazione regionale, ma anche quelli per parlare con cognizione di causa della politica economica che ci aspetta e non è meno utile per orientarsi come giovani imprenditori. Solo che il rapporto IRPET, ammetto, preso da solo è ‘vuoto’, è astrazione e dati che significano poco per chiunque non sia un tecnico con le mani in pasta in questioni economiche e amministrative. Allora ho trovato un libro, appena uscito e abbastanza soprendente: il diario di una ricognizione in 37 realtà socioeconomiche della Toscana, a firma del presidente della Regione, Enrico Rossi, “Viaggio in Toscana”, Donzelli, 2014. Per chi volesse, una copia di questo libro di Rossi da giovedi sarà alla biblioteca di Villa Maria, Livorno, Via Redi 22, aperta dalle 8.30 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 19.30 da lunedì a venerdì, e sabato solo la mattina dalle 8.30 alle 13.30.

Non scrivo per discutere del lavoro di un amministratore – Rossi è in carica dal 2010, ma per discutere dell’idea di un amministratore di fare un viaggio attraverso una mappa di cose che vanno bene e cose che vanno male nella Toscana del 2014.

Alla fine del libro, a p. 147, arriva anche il capitolo su Livorno e l’autore affonda con un’osservazione da cui chiunque viva in questa città mi pare non possa prescindere per il futuro. Ci torno fra un attimo.

La Toscana di oggi è una regione caratterizzata da imprese medie e piccole (come è sempre stata da tre secoli) e che campa, molto, ma molto più di altre, di turismo. Queste le due cose di massima che conviene annotarsi, d’accordo? Queste sono quelle generali. La terza, piaccia o meno, è che una regione di sinistra. Ovvero questo significa, facendo un paragone, che la Toscana ha un’attenzione alla dimensione del welfare particolare, simile per costi a quella della Lombardia, che però campa molto molto meno di turismo e non ha un tessuto di imprese medie e piccole ma uno di imprese medie piccole e grandi con importanti esempi di grandi. Allora mi prendo la responsabilità di un’interpretazione lapidaria: quello che constraddistingue la Toscana e anche Livorno è l’unione di questi due problemi: occorre trovare un modo di legare l’impresa al turismo e fare del welfare una ‘resistenza’ nazionale senza farne una croce. Rossi lo dice in molti casi, dal primo all’ultimo capitolo del libro, ma forse è più bello se lo andate a leggere voi e qui invece parliamo di come lo dice la relazione IRPET sulla condizione economica della regione nel 2013.

Detto in modo molto, ma molto semplice, la reazione globale alla crisi finanziaria del 2008 ci ha travolto. Da sette anni almeno sia grandi aziende estere cresciute negli anni Ottanta e Novanta anche assumendo dipendenti nel nostro Paese, sia aziende italiane diventate grandi aziende negli ultimi settant’anni, hanno cominciato a muoversi per cercare di produrre lavoro dove costa meno. E in Italia non costa meno. Anche la Toscana ha visto chiudere i battenti e partire grandi gruppi con cui ha iniziato a ingaggiare una battaglia per la difesa dei dipendenti che venivano lasciati qui senza più un lavoro. Chi è rimasto – ed è piccolo e locale – è stato ucciso dalle regole della concorrenza. A seguito del crollo dell’industria e della manifattura è stato schiacciato l’artigianato. E la disoccupazione ha inziato a piovere, e con la disoccupazione le casse integrazione hanno cominciato a salire vertiginosamente di numero. E qui arriva il welfare. Il nostro sistema regionale tende a favorire chi è già dentro, ammette con amarezza il rapporto – e non è preparato a far entrare i giovani (p. 62-63). Ovvero, si tampona la situazione dei disoccupati di età fra i quaranta e i sessant’anni ma non si sa come aiutare i più giovani. Il livello di disoccupazione giovanile, intendendo l’assoluto niente che si vedono davanti le persone fra i diciotto e i quarantanni che cercano lavoro, a Livorno è peggiore di quello regionale medio, ma la ragione che lo produce è la stessa. C’è da aggiungere anche il problema della fine delle epoche delle assunzioni a tempo indeterminato, per cui tanto i livornesi che i toscani sotto i quarant’anni, se lavorano, lo fanno perlopiù con contratti a tempo determinato, se non più drammaticamente in nero. Da qui parte la cerimonia funebre del lavoro femminile e di quello dell’immigrazione sottopagata e fiscalmente irregolare (vedi “la Cina a Prato”). Non c’è altro. E’ tutto qui. Semplice, e mortifero. E allora mancano le cose buone e il punto spinoso di come queste cose buone manchino a Livorno. E infine il punto spero più interessante di come si potrebbe rimediare. Le cose buone sono legate alla bravura di questo tessuto di medie e piccole imprese che hanno saputo guardare ai ricchi di tutto il mondo. Concerie, cartiere, mobilifici, artigiani della porcellana, macchinari di precisione: famiglie e tradizioni che sulla globalizzazione ci sono rinate. E badate, non mi pare il caso di fare un sorriso amaro. Da sola, probabilmente, la parte di imprese toscane che si è saputa rilanciare nelle esportazioni ha salvato il fondoschiena di un sistema, garantendo investimenti, reputazione e il miracoloso mantenimento di un flusso turistico. Vendendo ai tedeschi, ai russi, agli arabi, alll’Oriente che emerge, la Toscana ha ribadito una saggezza che non ci ha fatti falciare. Non vi piace questa considerazione? Nemmeno a me, ma sono felice di essere nata in una regione viva, in cui certe cose sono state mantenute grazie a una capacità commerciale e imprenditoriale che d’altronde non separo dalla saggezza umana della gente. E ora Livorno. La lezione scomoda di questo salvataggio con le esportazioni, e insieme del modo in cui questa regione sa far venire la gente a vederla, riguarda anche noi. In due punti. Primo: tutto quello che a Livorno può essere fatto bene deve andare fuori. Conosco un amico che fa la guida naturalistica, un’altro che fa lo chef e sta inventando un modo nuovo di lavorare a domicilio, un’amica che è tornata per rilanciare turisticamente la città insieme alla costa degli Etruschi, un altro molto caro che lavora per l’affermazione del teatro nell’educazione. Tutto quello che può essere venduto, gente carissima, va venduto. Vengano cordoni intercittadini, vengano richeste di finanziamenti europei, vengano ‘piegature’ delle vostre bellissime idee a un’offerta per i turisti. Non si può restare in città. L’unica Livorno per i Livornesi che si saprà salvare sarà quella che tutelerà se stessa aprendo agli altri quello che ha da offrire. Secondo: vengo alla frase caustica di Enrico Rossi, in Viaggio in Toscana, sul problema strutturale di Livorno. L’affermazione è questa (a p. 150): “manca a Livorno un tessuto forte e autonomo della piccola impresa, che alla crisi sappia rispondere con flessibilità e dinamismo”. Con estrema franchezza ho dovuto riflettere a lungo su questo problema. Qualche mese fa io pensavo che il porto industriale – che risponderebbe alla ricchezza di qualcosa di internazionale che abbiamo, fosse l’oggetto economico cardine attorno a cui basare il futuro livornese (come ci abbiamo basato il passato). Ora mi scuso di una miopia che comincio a vedere come grave: non basta il porto. Non basterà più. Ho paura che ci dovremo inventare una versione livornese di rete di piccole e medie imprese autonome cittadine, con cui controbilanciare la crisi del porto industriale. E se la facessimo secondo le due cose che a quanto pare mettono più d’accordo i livornesi e che i Toscani potrebbero riconoscerci? Se investissimo tutto su Livorno come città del cinema e come città museale della storia del Partito Comunista? Se creassimo una rete di aziende attorno a queste due cose? Chi voglia rispondere sarebbe accolto con grande stima e gratitudine se scrivesse alla redazione di questo blog. Anzi, finisco suggerendo tre capitoli del viaggio di Rossi che potrebbero aiutare la determinazione di chi volesse rispondere: capitolo 13, 14 e 15. “Batti il ferro. Colline Metallifere, oggi la miniera è il turismo” (p. 68); “New deal in Val di Cornia. Le otto vite di Piombino e la “peste rossa” che dilaga” (p. 73); “Tre api dorate sulla bandiera. L’Elba, isola bella che non è sola” (p. 77).