Dieci libri per apparire sapienti di politica. Puntata 5: Sul PCI

Dieci libri per apparire sapienti di politica. Puntata 5: Sul PCI

Da una Bologna gelida riprendo questo decalogo per la quinta puntata – che abbiamo detto, serve ad appuntarsi qualcosa con cui si possa apparire sapienti su cos’è sta specificità del Partito Comunista Italiano e di quello livornese. Stamattina ho finito di leggere un saggio firmato da due ex comunisti triestini. Il libro si chiama “Sul PCI, un’interpretazione storica” e gli autori sono Marcello Flores e Nicola Gallerano. L’editore è bolognese, Il Mulino, e la data di stampa è il 1992.

Cominciamo da una considerazione semplice: il libro è stato scritto settantun anni dopo che a Livorno, (nel mio asilo), un nutrito gruppo di persone fondava un partito per fare la rivoluzione. Ripetiamo, per ricordarci, cosa volevano fare quelli che fondarono il Partito Comunista del 1921 a Livorno: la rivoluzione. Strano, no, ripensare da oggi a un’idea di progetto politico come quello rivoluzionario? Nel 1921 non era un’idea così strana – perchè in Russia, non troppo lontano dall’Italia, la rivoluzione l’avevano appena fatta – sei anni prima, e gli era venuta anche abbastanza bene da durare più di mezzo secolo.

La prima difficoltà per noi che guardiamo da oggi è probabilmente quella di immaginare il mondo della vita in Europa nel 1921. Perchè il progetto rivoluzionario, a cui molti di noi hanno pensato forse solo negli echi dei testi di un gruppo punk, è legato a una situazione, a un mondo dove succedevano delle cose piuttosto particolari. Per pensare al comunismo e all’ideale di fare una rivoluzione nel mondo capace di cancellare la differenza fra ricchi e poveri, bisogna fare lo sforzo di pensare anche alla guerra – a quella che era appena toccata a chi scelse di credere nella necessità della rivoluzione, e come minimo anche a un tempo in cui poteva capitare, in Italia, a moltissima gente, di vivere senza sapere cosa fossero il caffè o la carne. E queste cose non sono abbastanza lontane – per tutti, e sono spaventosamente vicine – per alcuni di noi, per poter non parlarne in modo assolutamente serio, oggi, 13 dicembre dell’anno 2013.

La storia non può servire meglio, mi sembra, che ad apparire sapienti sulla profondità dello sguardo che potremmo avere vivendo. Cioè andare a votare oggi, discutere di direzioni del Paese e della nostra città, immaginare quello che vorremmo succedesse per noi e per gli altri, sono cose che vengono meglio quanto più ci ricordiamo che quest’idea della rivoluzione l’ha pensata gente che è ancora qui, e che è passata attraverso cambiamenti immani della vita sociale e politica del nostro continente – cambiamenti che non sappiamo quanto non riguarderanno anche noi. Mi si perdoni – nei limiti del possibile, di insistere così tanto su qualcosa che continua ad apparirmi sconvolgente e fondamentale: che c’è stato un periodo abbastanza recente in cui un partito politico italiano pensava al mondo come un sistema da rovesciare, per istaurare al suo posto un altro sistema, in cui la ricchezza dei singoli era ridistribuita per il benessere di tutti.

I due storici triestini ripercorrono le vicende di questo partito, nato nel 1921 e autoeliminatosi nel 1991 (un anno prima che i due autori scrivessero il libro). La considerazione specifica sul PCI che attraversa il saggio è qualcosa che a questo punto spero sia chiaro anche qui: l’Italia è stato il posto in Europa dove per più tempo il maggior numero di persone ha ritenuto che magari non oggi, ma certamente domani, si dovesse fare la rivoluzione. Quindi i due autori possono confermarvi, nei capitoli tre, quattro, cinque e undici, che non siete solo voi, a trovare un tantino strano un progetto del genere, perchè un partito basato su un piano d’azione simile ha dovuto lottare con idee di politica un po’ di tutti i tipi e di tutte le parti, che in tutto credevano tranne che nella possibilità o nel bisogno di fare la rivoluzione. Eppure ha lottato bene, ed è rimasto convincente per un sacco di tempo, come potete leggere nel capitolo decimo, a pagina 223, dove si spiega perchè il PCI è cresciuto in Emilia Romagna e in Toscana e in che modo, e perchè invece è cresciuto nel Nord industriale in un’altro e al Sud in un altro ancora.

Livorno è stata una delle città italiane più segnate dalla presenza di gente che ne faceva parte e vale la pena stare a sentire cosa in molti hanno ancora da dirne. Infatti la storia delle vicissitudini di questo partito è complessa e lunga, e se ogni capitolo del libro ne esplora un aspetto particolare, per goderselo davvero forse è meglio leggerlo tutto. Quando arriverete in fondo e riaccederete il computer, gli eventi politici nazionali degli ultimi giorni potrebbero sembrare molto più ricchi di senso. Potrebbero sembrare solo un pezzo di qualcosa che va saputo, per vedere cosa sta per arrivare.