cosa devo ai videogiochi

Cosa devo ai videogiochi

Sempre rimanendo sul filo “musicale” dell’essere e del vivere, cerco di alternare pezzi seri ad articoli leggeri, proprio come le canzoni nelle scalette dei concerti.

Compiuto il neoacquisto della PS4 e sbriciolato l’incarto come un bambino di 8 anni, mi sono preso un attimo di riflessione di fronte a questa nuova frontiera del divertimento video-ludico.

Sempre dovendo tutto questo ad un fratello malato come me (classe 1979), iniziai la mia avventura con l’AMIGA ed il Commodore 64, a colpi di cotton fioc giganti, polli, carrucole e pirati (e solo chi ha giocato a Monkey Island sa a cosa io mi riferisca), Golden Axe, California Games e tanti altri. La “collaborazione fraterna” proseguì e maturò nel 1998, quando alla porta bussò la Playstation, confezionata ed impacchettata da una nonna sfinita dalle bizze di un bambino.

Fu il contrappasso, lo spartiacque unico tra il divertimento fine a sé stesso ed una vera e propria pedagogia del videogioco.

Sì, perché con il treno che arrivava in stazione, prologo di Final Fantasy VII e la strega Edna del capitolo successivo, si conformava un bagaglio di conoscenza, abilità manuali e linguistiche (il mio FF7 era completamente in inglese) non da poco ed al quale devo ancora molto. Ma forse il vero e proprio stacco con il passato arrivava leggermente prima, il protagonista era Solid Snake, soldato perfetto e sintesi del DNA di Big Boss, e l’arma da battere era il Metal Gear (e molti di voi, spero, l’avranno letto ancora una volta con il tono di voce del doppiatore originale del gioco).

Con MGS si abbatte il muro (e in questi giorni è una frase ad hoc) del videogioco fatto per passare il tempo. Si crea un mondo, un film giocato dove doppiatori, storie di spionaggio internazionale sublimano un gioco in arte. Hideo Kojima è stato un guru ed i colpi di genio sono infiniti. Da “Di chi sono queste impronte?” al mistero del ninja, fino alla presa di coscienza di Snake, mera pedina nelle mani di un intrigo molto più grande di lui..

Io e mio fratello MGS ce lo ricordiamo bene, anche perché non avevamo ancora a disposizione la fatidica memory card. Finimmo il gioco rischiando le convulsioni, dandoci il cambio, dalle 9:00 di mattina alle 19-20 della sera.. (leggi anche l’articolo del blog Liberoviral dedicato a Metal Gear Solid)

Dopo quest’esperienza unica, il nostro contributo al mondo dei videogame è stato costante, dai mitici doppiatori giapponesi di Winning Eleven (“Francescò Tottì” e “shoootà” erano un must), ai giocatori senza licenza di Pro Evolution Soccer (“Robertolarcos”), e mentre mio fratello impalava anime con il carismatico Cain in Soul Reaver, io creavo disastri enormi in GTA3. Poi il salto in PS2, ed il proseguimento dei titoli, con Vice City capolavoro incontrastato e ovviamente MGS2 e il più azzeccato “Snake Eater”.

In conclusione, all’indomani dell’uscita di Assassin’s Creed: Unity (sì, sono in ansia), spezzo una lancia a favore di chiunque abbia trovato nei videogiochi non solo un passatempo, ma una piccola scuola di vita. Quindi mi rivolgo alle madri impaurite dalle nuove generazioni di videogiochi: decapitare persone in GTA non crea giovani killer, dar fuoco a città non genera piccoli Nerone. Nella lama celata del nuovo eroe di Assassin’s Creed, fantastica saga imbevuta di storia, si riflette una conoscenza differente. E se fossi un maestro elementare, non so voi, ma io sarei contento che un bambino mi parlasse di Saladino, Marco Aurelio o Lorenzo De’ Medici. Ovviamente dovrei essere bravo nel ricondurre alla realtà il piccolo euforico giocatore, ma forse è proprio questo il punto, la noia della pedagogia nell’accezione più tradizionalistica del termine è sempre stata un limite quasi invalicabile, e spesso le trame dei videogiochi colmano questo gap. Quindi, voi professori nutriti di spocchia anacronistica e antitecnologica, non siate ciechi ad ogni segnale. Se quei ragazzi conoscono già Robespierre non è merito vostro, significa che Altair, Ezio, Connor e gli altri, sono riusciti laddove spesso fallisce l’insegnamento della storia e dell’uomo: nella spettacolarizzazione del racconto.