Telecom, capitalismo politico e dintorni

Telecom, capitalismo politico e dintorni

Pubblico questo contributo che mi è stato inviato dall’amico Federico Vezzino, studente di Finanza presso l’Università Bocconi di Milano.

Telecom, capitalismo politico e dintorni

di Federico Vezzino

“La situazione in Italia è grave, ma non è seria” diceva Flaiano. Difficile non dargli ragione per l’ennesima volta. Le polemiche divampate negli scorsi giorni sul caso Telecom, in questo senso hanno un valore didattico molto forte: raccolgono e spiegano molte delle anomalie che caratterizzano il “capitalismo politico” italiano. Al netto dei deliri di chi addebita i problemi di Telecom all’eccesso di Liberismo (in un paese col 68% di total tax rate sulle imprese), per chi conservi un minimo di senso del pudore intellettuale la storia di Telecom è di facile lettura, e fornisce spunti sotto almeno due profili. Il primo profilo dovrebbe suggerire quali siano i benefici “outcomes” di avere un paese dove quasi ogni aspetto della vita economica viene regolato direttamente o indirettamente dallo Stato (che non è fatto dai cittadini, ma dai partiti) e da una classe imprenditoriale ad esso contigua. Naturalmente chi pensa “ma come, Telecom è finita così per le liberalizzazioni!” non ha capito di cosa si stia parlando, perché è ovvio che per chi sostiene l’importanza delle liberalizzazioni in certi settori sapere che l’azienda X non è più gestita da un funzionario pubblico ma da un amico (privato) di un dirigente di partito non è motivo di soddisfazione. Quello che si vorrebbe vedere, semmai, è un po’ più di concorrenza e di trasparenza nelle regole, che in un contesto quasi monopolistico tipicamente scarseggiano. Nel caso in questione, due elementi sono significativi: il prezzo a cui sono state vendute le azioni di Telecom in più frangenti, quando il controllo è passato da una mano all’altra, e i dividendi staccati negli ultimi anni. Nessun problema: si fa sempre in tempo ad informarsi qui (Un gigante portato al collasso dai vizi del capitalismo tricolore) o qui (Telecom, una triste storia di capitalismo italiano). E’ importante notare che la lamentela sulla mancanza di trasparenza e sull’opacità delle regole e dei meccanismi di governance non è una mera questione di forma, né un problema “etico”: sono fattori che hanno un impatto in termini economici non trascurabile. Per dire: nei mercati finanziari alcune fra le regole più importanti prodotte riguardano la “disclosure” di certe informazioni, che devono essere rese note al mercato per farlo funzionare correttamente senza danneggiare i piccoli investitori. Quando le informazioni sono opache o mancanti, si creano situazioni come quelle descritte nel famoso “The Market for Lemons” di Akerlof. Non ci vuole un genio per capire che per analogia in un paese dove il Capitalismo è fatto di relazioni privilegiate, scarsa trasparenza, grandi aziende gestite dai partiti (o dagli amici dei dirigenti dei partiti, che poi rendono conto non agli azionisti, ma a chi li ha “nominati”), una classe imprenditoriale legata a doppio filo coi partiti che campa di sussidi, è difficile che si realizzi l’”el dorado”.

Il secondo profilo rilevante, a mio parere, riguarda i contenuti del dibattito. Di molte cose dette e sentite, alcune sono palesemente illogiche. Chi dice che Telecom andrebbe “Salvata perché strategica”, dovrebbe anche spiegare che questo si traduce in nuovi costi per i contribuenti, come nel caso di MPS. Ma poi: Telecom sarebbe “strategica”. Per chi? Per la politica che deve nominarne o influenzarne i CdA? Che valore ha creato Telecom negli ultimi decenni per gli utenti?

Dovrebbe anche  far riflettere che ci siano una serie di parole che sono completamente assenti da ogni discussione sul tema, e che invece dovrebbero essere centrali. Per esempio, l’idea di “Accountability”, legata alla responsabilità di un’organizzazione in capo ad un soggetto o ad un gruppo. Si può accettare tutto, al limite anche che lo Stato su 800 miliardi di spesa pubblica non ne trovi qualcuno da tagliare e perciò aumenti l’IVA, ma  avere una classe imprenditoriale e manageriale che vive grazie a relazioni pelose con la politica, che crea sistematicamente buchi di proporzioni abnormi ripianati poi dai contribuenti, e che non sia mai chiaro a chi questa gente debba rendicontare il proprio operato, è forse eccessivo. Chiaramente non è una questione di onestà individuale dei personaggi in gioco. Aspettarsi che un manager (come chiunque altro) abbia comportamenti opportunistici è abbastanza logico: se qualcuno può trarre vantaggio da una situazione, anche a scapito di altri, senza poi pagare nessun prezzo, è ragionevole pensare che ne approfitti. Il problema semmai è il “sistema delle regole” e il “framework “ delle relazioni fra gli agenti in gioco, che da un lato non incentivano il management a creare valore per Telecom, dall’altro non permettono di individuare responsabilità precise (Thomas Jefferson una volta disse “quando scrivete una Costituzione o una legge, dovete pensare che chi governa sia un bandito. Non perché questo sia necessario, ma perché è possibile”). Su Telecom, il dibattito è focalizzato più sul capire come fare a difendersi dallo straniero invasore, che non sul chiedersi a chi debba rendere conto il management per una gestione dell’impresa allucinante, e che cosa abbia contribuito a generare una situazione simile. Di casi simili il Capitalismo italiano abbonda, basti pensare ad MPS o Alitalia.

Soprattutto, cosa latita completamente, è l’idea di che tipo di relazione intercorra fra  cittadini e  policy maker, azionisti e manager, e il ruolo degli incentivi. Sembra non esistere la percezione che i cittadini siano “principali” e i policy maker “agenti”, cioè delegati dai cittadini esattamente come il management è delegato dagli azionisti, e che quindi se gli interessi di politici e cittadini (o di manager e azionisti)  non collimano, è difficile che le policy implementate dai delegati possano accrescere il benessere dei principali. Chi fa le leggi e produce le regole dovrebbe essere preoccupato soprattutto di questo, che le norme incentivino i manager ad agire negli interessi degli azionisti e i politici nell’interesse della società e che disincentivino comportamenti opportunistici, piuttosto che formulare divieti e coercizioni. Se il Management di Telecom non ha gli incentivi ad agire nell’interesse degli azionisti, agirà seguendo altri criteri, non difficili da immaginare. Questo problema non riguarda naturalmente solo Telecom, ma abbraccia una larghissima parte della vita economica italiana. Chi è d’accordo con questo punto di vista, dovrebbe ritenere che sia sconsigliabile avere imprese dove il management viene nominato- per esempio- da politici e dove non esiste nessun meccanismo di Accountability e di incentivo, perché difficilmente produrrà risultati strabilianti, come per esempio nelle municipalizzate. Molti di quelli che al Referendum del 2011 hanno votato a favore della famosa “Acqua pubblica”, probabilmente riterranno sopportabile quanto successo con la Governance di Telecom. Sarebbe forse banale dire che anche sotto questi aspetti, lo “spread” con paesi più avanzati di noi è preoccupante. Ma d’altronde in un paese dove c’è davvero chi crede che una tassa sulle transazioni finanziarie sarebbe utile, è difficile aspettarsi di meglio.