Partito della Nazione o Partito a vocazione maggioritaria? Per me il dubbio non sussiste: partito a vocazione maggioritaria sempre. Ma qual’ è la differenza?

Cercasi PD a vocazione maggioritaria

Contributo inviato da un nostro lettore, Rocco Garufo.

Partito della Nazione o Partito a vocazione maggioritaria? Per me il dubbio non sussiste: partito a vocazione maggioritaria sempre. Ma qual’ è la differenza?

Il punto di fondo è la modalità di aggregazione del consenso. Il Partito a vocazione maggioritaria cerca il dialogo diretto con gli elettori, puntando sulla qualità del progetto politico e la capacità di incorporare fasce di elettorato sempre più ampie, fino ad arrivare, quantomeno potenzialmente, alla maggioranza elettorale. Questa è la vocazione maggioritaria. Anche il Partito della nazione punta ad un consenso maggioritario, ma lo fa incollando pezzi più meno ampi di elettorato definito e “preconfezionato”; spezzoni di ceto politico; transfughi in libera uscita dai partiti o formazioni politiche di vario genere.

Per la vocazione maggioritaria sono determinati i contenuti del progetto; la qualità del messaggio e una leadership capace di penetrare confini elettorali diversi dalla tradizionale appartenenza. Il Partito della Nazione, invece, procede attraverso tattiche di “accordo-compromesso” con i “titolari” di voti condensati in “blocchi chiusi”, spesso radicati territorialmente e gestiti da “potentati locali”.

Se l’assemblaggio del consenso in stile Partito della Nazione è senza dubbio più facile e veloce, il rischio di fondo è quello di ripercorre la strada delle peggiori consuetudini già vissute nelle stagioni dell’ulivo: coalizioni instabili e litigiose; scarsa efficacia decisionale; prevalenza della mediazione politico-partitica logorante e inconcludente. Dobbiamo ricordare che il PD nasce con l’obiettivo strategico di superare gli effetti negativi del “coalition building”. Senza considerare che, la ricerca sul mercato elettorale di voti “politicamente mediati”, alimenta un sotterraneo “mercato delle vacche” e dilata il potere degli interessi particolari e corporativi, dei quali è assolutamente indispensabile liberarsi per produrre reali politiche di innovazione.

In astratto questi due modelli di costruzione del consenso sono alternativi; nella realtà invece, si trovano intrecciati fra di loro. Questo è tanto più vero al livello della politica locale, dove spesso, le condizioni di contesto spingono verso le pratiche di mediazione politica, piuttosto che all’affermazione di un profilo autonomo e innovativo dei singoli partiti.

A Livorno il vero discrimine per realizzare un PD a prevalente vocazione maggioritaria, è la modalità con cui si costruisce un progetto politico di innovazione e cambiamento della città e contemporaneamente si superano le divisioni, i personalismi e l’autoreferenzialità del passato. Per quanto mi riguarda, l’unica via percorribile dal PD è la produzione di cultura politica attraverso un dibattito collettivo, aperto, coinvolgente e plurale.

Il PD deve dotarsi di una visione politica sulla quale formare e selezionare la classe dirigente, premiando il merito delle persone, più che l’appartenenza e la fedeltà a “cordate politiche” determinate troppo spesso da ragioni personali. La qualità della proposta e lo spessore dei gruppi dirigenti, sono la risposta migliore per divincolarsi dal reticolo soffocante dei “giochi di potere” che rischiano di bloccare il Partito in una marginalità autoreferenziale.

Di fronte alla pesante spinta involutiva che i 5 stelle, con la loro inadeguatezza, hanno impresso alla politica livornese, il PD ha una sfida che si dipana in due direzioni. La prima: costruire un progetto per governare la città, nel quale si affrontano i nodi determinanti per il futuro e si recupera centralità nelle relazioni territoriali e istituzionali con la Costa Toscana; con la Regione; il Governo nazionale e l’Europa. La seconda: proporsi come soggetto credibile e coeso, rinnovato nei programmi e nel personale politico.

Il PD ha bisogno di un possente colpo d’ala per dimostrare di essere un “soggetto collettivo” che ha le idee e la forza di riprendere in mano il destino della città. È solo alzando in quantità e qualità il livello del dibattito e della proposta politica che il PD può vincere le sue sfide.