Lavoro e sviluppo Livorno

AAA Cercasi sviluppo e lavoro per Livorno

A seguito della riflessione “A Livorno c’è un sistema che sopravvive sempre” si è aperta una discussione sul futuro e sui problemi della città di Livorno. Pubblicheremo gli articoli più interessanti che ci state inviando. Cominciamo con “AAA Cercasi sviluppo e lavoro per Livorno” di Renato Gangemi.

La nostra città, Livorno, sembra che non sia stata affatto toccata dal vento della ripresa e stenta ancora ad uscire dalla crisi, e questo nonostante i dati nazionali su PIL e occupazione segnino visibili miglioramenti.

Stiamo pagando un forte ritardo, forse di vent’anni, dato quello che è andato in crisi non è tanto il vecchio modello di sviluppo economico basato su grande impresa e partecipate, ma un sistema economico la cui agonia è stata prolungata con pesanti iniezioni di assistenzialismo diretto (ed indiretto) da parte delle istituzioni del welfare locale e nazionale. Complice dell’inutile prolungamento della crisi è stata anche la malsana idea che la breve e disordinata espansione edilizia (e lo sviluppo del piccolo commercio) potessero portare benefici duraturi alla tenuta del sistema economico locale, quando le strade da esplorare erano ben altre.

Quanto ci sarà da correre per tornare ai livelli pre-crisi?

Se guardiamo come stanno gli altri territori della Toscana vedremo che il confronto è a dir poco impietoso. La Toscana di oggi viaggia infatti a due velocità: quella della costa, bassa con bassi redditi pro-capite ed alti tassi di disoccupazione, e quella delle le aree centrali della nostra regione -quelle in cui sono presenti i distretti industriali per capirsi- nei cui territori si produce e si esporta al livello delle migliori regioni della Germania. Dei 94,6 miliardi di export dei distretti a livello nazionale del 2015, la Toscana e mantiene una quota dell’8% sul totale, con un export regionale che cresce del 3,2% per un totale di 33 miliardi di euro.

Lo scorso anno la crescita dei distretti industriali è stata del 4,1 % ed alcuni sono cresciuti a doppia cifra (20,9% del distretto cartario di Capannori, del 22% distretto del Chianti ecc.) Questa crescita ha dato come risultato che gli occupati della Toscana sono del 15% in più rispetto allo scorso anno ed il tasso di disoccupazione è diminuito dell’1,7%. Dati che stridono con quelli relativi a Livorno, dove abbiamo un PIL che decresce del 22% e l’occupazione in costante calo.

A risultare vincente è quindi il modello d’impresa diffusa. Questo è stato possibile grazie alla forte spinta dell’innovazione. Innovazione che è uno degli stessi fattori endogeni determinanti nello sviluppo della aree di piccola impresa negli anni 70, e che oggi ha contribuito ad una migliore capacità di risposta alla crisi delle aree della Toscana centrale in cui sono presenti i distretti.

Viene naturale a questo punto chiedersi se per lo sviluppo del territorio livornese può essere sostenibile un modello in cui sia presente solo l’economia “pesante” del porto o si debba pensare allo sviluppo parallelo di un sistema ad “economia diffusa” che garantisca quella flessibilità e quelle potenzialità di innovazione richiesta dai mercati di oggi, dominati da una concorrenza internazionale agguerrita ed aggressiva.

Al netto dell’accordo di programma, accordo che porterà comunque ingenti risorse nel nostro territorio (e quindi sicuri benefici in termini di investimenti ed occupazione) la domanda quindi è:
saremo una monocultura “portuale” o ci indirizzeremo anche altrove? Una delle possibili risposte, tra le tante idee interessanti, potremo trovarla nel progetto “New Deal 2.0” presentato poche settimane fa alla Kayser Italia dal professor Paolo Dario, docente del Sant’Anna di Pisa e direttore dell’Istituto di Biorobotica. Un progetto che mira a far diventare la Toscana una «regione imprenditoriale» e che, nelle intenzioni, dovrebbe portare ricadute positive su Livorno. Con il “Piano per lo sviluppo della Toscana basato sull’innovazione e sull’economia digitale”, appunto il “New Deal 2.0”, la nostra regione dovrebbe attivarsi per promuovere appalti pubblici regionali, in grado di far sviluppare e utilizzare nuove tecnologie partendo dai prodotti. Una specie di “bazooka” per l’innovazione tecnologica.

Non solo, ma seguendo recenti teorie neo-kenesiane, la Regione Toscana dovrebbe affiancare a quest’operazione un sistema di Pre-Commercial Procurement (Pcp), tramite il quale si impegnerebbe ad acquistare direttamente i nuovi prodotti e servizi sviluppati nel territorio, contribuendo così a sostenere la sviluppo delle “startup innovative”.

Che dire, ben vengano questi e cento altri progetti che abbiano lo scopo di smuovere Livorno dalla palude. Ma non bastano i buoni progetti. Per portare avanti a livello locale progetti di questo tipo occorrerà anche una classe dirigente -politica ed imprenditoriale- che abbia la volontà e la capacità di farsene carico, e la cui parola d’ordine non potrà essere certamente “decrescita felice” né “ritorno al glorioso passato”.

Deve inoltre essere chiaro a tutti che l’attrattività del nostro territorio richiederà un necessario cambio dei paradigmi che hanno dominato l’universo culturale e politico della nostra città.