Pandemia

Sproloquio pandemico

“È la più grande crisi dal dopoguerra ad oggi”
“È la più grande crisi dalla crisi del 29 ad oggi”
“È la più grande crisi dalla crisi dell’ancien régime ad oggi”

Personalmente non ho ancora capito quanto si debba andare indietro nei libri di storia per trovare una crisi più grande di questa. L’argomento sarebbe anche interessante, ma non sarà l’oggetto della riflessione che sto per fare, però è un buon incipit perché un dato è certo; siamo in crisi. Di nuovo.

Ma è tutto nuovo, non siamo mai stati in crisi per un motivo esogeno non soltanto all’andamento dei sistemi economici che governano la società, ma anche alla volontà degli uomini che in questi sistemi ci vivono.

Lo sforzo di elaborazione per le risposte che dovranno portarci fuori da questo stallo in pigiama richiede ai governanti di tutto il mondo, dal Presidente degli Stati Uniti al Sindaco del piccolo paesino nella campagna molisana, di studiare soluzioni innovative e mai utilizzate in passato. Scontato: ormai basta accendere un qualsiasi talk show per imbattersi nell’insopportabile “per uscire da una crisi straordinaria servono risposte straordinarie”.

Ora però che siamo in crisi lo sappiamo da un po’, sembra (toccando ferro) che la fase pandemica dell’epidemia si stia esaurendo, e sempre nei suddetti talk show non si fa altro che parlare della “Fase 2”.

I grandi player mondiali stanno rispondendo ognuno a suo modo, ma tutti nella convinzione che una crisi esogena al sistema economico una volta tamponata permetterà al sistema di riprendere esattamente da dove si era fermato. Ecco io di straordinario in questo ci vedo poco e niente. La sfida è diventata adattare strumenti già esistenti alle esigenze del momento.

È anche vero che ad oggi di alternative a questo approccio non se ne vedono, quindi se quando ci toglieremo il pigiama vogliamo tornare ad avere le risorse che ci hanno permesso di vivere fino a ieri dobbiamo adattarci ed elaborare le soluzioni.

Il caso Italia

L’Italia come tutti gli altri paesi colpiti dalla pandemia si sta adoperando per mettere in campo un sistema che ha come pilastri il sostegno al sistema sanitario nazionale, sostenere le imprese nel far fronte alla crisi di liquidità che devono e dovranno affrontare e sostenere i singoli cittadini a far fronte alle difficoltà derivanti da questo periodo di reclusione forzata.
Il tutto in un quadro di cronica carenza di disponibilità monetarie del settore pubblico e in un contesto europeo di forte scontro sull’utilizzo delle risorse comunitarie.

Aiuti nazionali e solidarietà europea, vorrei concentrarmi su questi punti, tralasciando colpevolmente gli enormi sforzi che stanno facendo Regioni (la Lombardia no, li sono degli incompetenti sconclusionati: oggi 16/04 chiedono al governo di riaprire tutto mentre non più tardi di 2 giorni fa hanno emesso un’ordinanza che ha sconfessato le poche riaperture concesse dal governo. Per non parlare della RSA e di Bertolaso) e i Comuni.

La parola del mese è DPCM.

Abbiamo assistito a la gestione della fase pandemica dell’epidemia pendendo dalle labbra del premier che, al netto delle imprescindibili polemiche sulla comunicazione, a suon di decreti ha prima creato un modello di contenimento replicato dalle altre democrazie europee, poi tamponato i primi effetti economici con strumenti di sostegno al reddito per i privati cittadini.

Il problema è che stiamo assistendo anche alla gestione della fase 2 a suon di decreti, anzi prima di annunci poi di decreti. Lo stesso schema istituzionale che ha governato la chiusura sta governando la riapertura, con una sola grande differenza: chiudere tutto è difficile ma colpisce tutti indiscriminatamente; riaprire richiede una specificità nell’analisi delle singole situazioni che non più essere contenuta in un decreto, ma necessita di un percorso di condivisione in tempi rapidi e certi con le parti sociali. Ci sarebbe anche il Parlamento, ma li ormai fanno una legge l’anno quando tutto va bene figuriamoci se si mettono a concludere qualcosa via Skype.

Per poter riaprire servirà che le imprese arrivino vive alla fine del lockdown, ed è questa la bussola dell’enorme iniezione di liquidità contenuta nel “decreto liquidità” varato la scorsa settimana. La risposta del governo è stata fortissima da questo punto di vista: un potenziale di 400 miliardi a disposizione delle imprese coperto quasi per intero da garanzie pubbliche.

L’impressione però è che ancora una volta l’Italia si dimostra una nazione che quando c’è da resistere non ha eguali al mondo, ma quando si tratta di programmare mostra tutti i suoi limiti. Il DMPC in oggetto viene come detto chiamato “decreto liquidità” nome limitante se si pensa alla vastità delle componenti contenute nel decreto stesso: per semplicità esse possono essere ricondotte a 3 grandi temi:
– Garantire un flusso di cassa alle imprese
– Modifiche alla normativa di bilancio
– Modifiche alla normativa sul diritto fallimentare

Se per l’ultimo dei tre punti non riesco, per una mia mancanza di formazione sul tema, ad immagine le conseguenze di lungo periodo delle misure poste in essere, per le prime due come già detto vedo una grande risposta in termini emergenziali e una mancanza di prospettiva di lungo periodo che andrà sicuramente corretta nel tempo (Parlamento batti un colpo se ci sei).

Al fine di garantire i flussi di cassa si è scelto di attivare il sistema creditizio come ente erogatore delle risorse garantendo alle banche stesse una copertura sul rischio di credito derivante da queste operazioni tramite l’emissione a vario titolo di garanzie pubbliche. Non discuto la scelta di utilizzare le banche per erogare le risorse in quanto in Italia ed in Europa gli istituti di credito sono enti sistemici che nel tempo hanno assunto un ruolo primario tanto nella gestione del risparmio privato tanto nell’integrare il fabbisogno finanziario delle imprese (molto diverso è il sistema americano dove anche le piccole imprese si finanziano direttamente sul mercato accedendo alle risorse derivanti dal risparmio privato), discuto sull’ impostazione che è stata data in termini di reale possibilità di accesso a queste risorse: le aziende hanno bisogno di soldi ora e la procedura individuata per accedere a quella parte di risorse stanziate con garanzie SACE (200 miliardi) prevede 4 step.

1) L’azienda si rivolge alla sua banca di riferimento per accedere al credito
2) La banca svolge l’istruttoria creditizia (che ha un costo e non è scontata) e una volta approvata inoltra tramite il portale online la richiesta di garanzia a SACE.
3) SACE, a sua volta, processa la richiesta e valuta se dare esito positivo.
4) Dato esito positivo SACE assegna un codice unico identificativo ed emette la garanzia controgarantita dallo Stato.

Tempo, tanto tempo che se ne va in burocrazia per una misura presentata come “bazooka”.

Le modifiche alla normativa di bilancio invece assolvono al compito di compensare alle sicure perdite economiche che si riscontreranno in questo esercizio (qui non si parla più di liquidità). La misura più forte è la sospensione dell’obbligo di riduzione o reintegro del capitale in caso di perdita durevole o superiore al terzo del capitale stesso. Grande cosa se vista da sola e non all’interno del sistema di aiuti nella sua totalità. Tenere all’interno del bilancio l’ammontare delle pertite comporta una contrazione della percentuale dei mezzi propri (cosi come nel caso della riduzione del capitale sociale, ma, opinione personale, credo che la misura sia volta soprattutto ad evitare esborsi finanziari per il reintegro) e una conseguente, anche senza accesso a ulteriori finanziamenti, della percentuale di mezzi di terzi (finanziamenti e debiti commerciali su tutti), e visto che la liquidità che lo Stato inietta nel sistema è tramite finanziamenti questa percentuale schizzerà verso l’alto nei prossimi bilanci. Il problema è che le banche tra le altre cose stanno molto attente al rapporto mezzi propri/ mezzi di terzi al momento di decidere se erogare liquidità, la criticità che emerge e quella di permettere l’accesso al credito alle imprese in questa situazione emergenziale compromettendone però la possibilità di farlo nei prossimi esercizi, a meno di andare a derogare le regole che governano l’accesso al credito in tempi di normalità (Parlamento batti un altro colpo).

Insieme alle misure di respiro nazionale l’Italia si sta impegnando insieme agli altri stati europei ad adottare risposte comunitarie alla crisi COVID-19. Spiace vedere, soprattutto se come me ti senti europeo oltre che italiano, quanto sia fragile e litigioso il nostro continente, incapace di si soprassedere agli interessi nazionali e di comportarsi ora che ce n’è la possibilità veramente come degli Stati Uniti d’Europa.

Si discute sempre e soltanto di soldi, e delle modalità con il quale questi possono affluire nelle casse degli stati nazionali. Si discute di MES di Coronabond di Recovery fund e di SURE, cose che al comune cittadino suonano come risposte lontane e distaccato. Il primo fallimento l’Europa lo ha già avuto; ha fallito nell’essere un’istituzione empatica nel quale ogni singolo cittadino europeo si può riconoscere.

Speriamo che almeno si eviti il secondo di fallimento, quello più fragoroso possibile, il crollo della condivisione delle politiche economiche a livello comunitario. La divisione è netta, il continente è spezzato a metà tra il MES e i Coronabond e il primo round dell’incontro si è concluso con un documento che tiene dentro entrambi, così che tutti possano sbandierare la loro vittoria ma senza che nessuno abbia avuto la forza di tracciare un percorso chiaro.

Noi poi come italiani non ci facciamo mancare niente siamo per i Coronabond e contro il MES, ma forse un pezzettino di MES ci piace e anche i Coronabond non sono così luccicanti.
Effettivamente analizzando la struttura della due proposte entrambe hanno dei lati bui:

Il MES è il male. E i sui effetti gli abbiamo visti in Grecia. Saltiamo a piè pari le polemiche sul quando come e perché lo abbiamo firmato, e arriviamo alla proposta degli ultimi giorni sull’utilizzo di una linea di credito senza condizionalità per la componente sanitaria dell’emergenza. Cosa vuol dire? Qual è il reale perimetro? Cosa succede se sfori e chi controlla? Provando ed eliminare i forti pregiudizi sullo strumento in sé mi risulta comunque difficile prendere una posizione sull’utilizzo di questo strumento perché non vedo risposte alle suddette domande, ad esempio: le risorse che serviranno a munire il paese di milioni di dispositivi individuali di protezione nei prossimi mesi rientrano nel perimetro del MES senza condizionalità o no? A livello nazionale abbiamo delle stime sulle reali necessità economiche per far fronte all’emergenza sanitaria? E anche se quelle stime ci fossero politicamente è conveniente accedere a uno strumento così tanto divisivo per l’opinione pubblica o si può, con un ulteriore sforzo, fare senza?

I coronabond: politiche di condivisione del debito son un passo ulteriore verso la creazione di un Europa più forte. Condizionarlo alla ricostruzione post pandemica è comunque un primo passo. Ma è comunque debito e le domande sono più o meno le stesse di prima in termini di possibilità di accesso al fondo e di controllo sulle somme erogate. Sicuramente a differenza del MES in questo caso avremmo davvero “strumenti straordinari” che andranno, nel caso in cui riuscissimo ad attivarli, coltivati nel tempo al fine di non rendere lo sforzo un isolato passo in avanti senza una reale condivisione degli obiettivi.

In sostanza per quanto riguarda la proposta europea ad oggi siamo al nulla di fatto. Questo fa male, vedere come l’istituzione in cui credi di più si stia sgretolando è un duro colpo e monta la paura che finita l’emergenza l’ondata di piena travolga tutto. Ed è un’onda che viene da destra, quella più gretta e buia.