Riforma costituzionale

Quante occasioni dobbiamo ancora sprecare?

Contributo inviato alla redazione dal nostro amico e lettore Rocco Garufo.

Il mio personale e modestissimo impegno per le Riforme Costituzionali è cominciato nel 92’- 93’, anno dell’ iscrizione al “Cesare Alfieri” di Firenze. All’epoca il dibattito sulla riforma dei sistemi elettorali era in pieno fervore, in attesa del referendum per la modifica della legge del Senato. L’idea del comitato promotore era di utilizzare la partecipazione referendaria come “grimaldello” per riformare un sistema politico immobile e avvitato mortalmente nei circuiti perversi del clientelismo e della corruzione. Già nel ‘91 i partiti della maggioranza di governo avevano preso uno schiaffone tremendo dall’abolizione delle preferenze multiple, un meccanismo che rendeva possibile la tracciabilità degli elettori ai fini del voto di scambio. Se il referendum sulla legge del Senato avesse avuto successo, il Parlamento avrebbe dovuto adattare una legge maggioritaria anche per la Camera dei Deputati e avviare un più ampio processo di riforma delle Istituzioni. In facoltà potevo seguire l’evoluzione del dibattito con Politologi e Costituzionalisti d’eccezione: Giovanni Sartori; Leonardo Morlino; Roberto D’Alimonte; Carlo Fusaro e altri.

Nel 93’ mi iscrissi al PDS e all’approfondimento mediante lo studio potevo aggiungere i dibattiti molto serrati dentro il partito. In quel passaggio che va dal 91’ al 94’, scandito dagli appuntamenti elettorali e referendari, si consumava la drammatica dissoluzione della “Prima Repubblica”. L’Italia era in una pesante fase di recessione economica: debito pubblico e deficit avevano raggiunto una dimensione abnorme e ingovernabile. La convergenza dei conti dello Stato con i parametri di Maastricht esigeva leggi finanziarie pesanti e impopolari, ponendo fine alle opache modalità di consenso attraverso l’uso clientelare della spesa pubblica. Nel 93’ la speculazione internazionale sferrò un violento attacco alla lira, costringendo la Banca d’Italia a bruciare inutilmente molte risorse nello sforzo di garantire la stabilità della moneta.

Erano gli anni di “tangentopoli”, l’inchiesta della magistratura milanese che scoperchierà un gigantesco sistema di corruzione nel quale furono coinvolti tutti i partiti dell’area governativa. Quelle inchieste segneranno la fine irreversibile di un intera classe dirigente. Ad intorbidare ulteriormente il quadro, come spesso è avvenuto nei passaggi estremamente delicati della storia della Repubblica, si riaffacciano le ombre inquietanti di manovre oscure volte a condizionare gli equilibri democratici e dettate dagli intrecci sotterranei fra mafia, massoneria, servizi deviati e zone più o meno occulte dei poteri dello Stato. Gli attentati a Falcone e Borsellino nel 92’; la strage di Via dei Georgofili a Firenze nel 93’e le bombe di Milano e Roma sono gli esempi più lampanti e feroci di un clima di “cupio dissolvi” che esaspera le tensioni politiche e le preoccupazioni per il futuro del Paese.

Soltanto poco tempo prima, il CAF, l’asse politico fra Craxi, Andreotti e Forlani, aveva rinnovato il proprio patto per la continuità nella gestione del potere e la spartizione delle più alte cariche dello Stato. Sarà l’attentato a Giovanni Falcone che scombinerà i giochi, con l’elezione a Presidente della Repubblica di Oscar Luigi Scalfaro e l’accantonamento che presto risulterà definitivo di tutto il vecchio blocco del potere politico.

Rincorso da eventi di sconvolgente drammaticità il ceto politico cercherà di dare una risposta all’altezza del proprio ruolo, anche se tardiva ed affannata. Sulle ceneri della fallimentare Commissione Bozzi per la riforma della Costituzione, si procede ad istituire una seconda Commissione Bicamerale, presieduta da Nilde Iotti e Ciriaco De Mita.
Anche in questo caso, lo sforzo fuori tempo massimo di una classe politica avviata sul viale del tramonto, non porterà a niente di sostanziale, salvo le modifiche alle leggi elettorali di Camera e Senato, peraltro imposte dall’esito del Referendum del 93’.

All’inizio degli anni ottanta il tema delle Riforme Costituzionali si poneva con una certa urgenza. Già allora c’era la necessità di revisionare in profondità il sistema politico; di dotare le Istituzioni Rappresentative di una maggiore legittimazione; di rafforzare l’efficacia delle politiche di governo e contenere lo strabordante ricorso alla decretazione d’urgenza; di ammodernare la Pubblica Amministrazione; di favorire l’alternanza al governo del paese e attribuire una chiara responsabilità politica ai vincitori delle elezioni. In altri termini, tutte le questioni che affronta l’attuale Riforma Costituzionale cercando di avvicinare l’Italia ai modelli delle più avanzate Democrazie dell’alternanza.

In quegli anni la Riforma delle Istituzioni era un passaggio quasi obbligato per ridare credibilità ad un sistema politico bloccato e a partiti logorati e delegittimati, incapaci di stare al passo con l’innovazione dei processi sociali. Purtroppo i partiti non ne capirono l’importanza e la profondità e risposero alla perdita di legittimazione ampliando le pratiche di aggregazione del consenso basate sulla distribuzione clientelare della spesa pubblica. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: la formazione di un debito pubblico ipertrofico che ancora oggi costituisce il maggiore problema del Paese e delle future generazioni, con buona pace di chi ha da sempre sostenuto che le priorità erano altre rispetto alle Riforme Costituzionali.

Nella mia testa la serie di eventi che portò al crollo della prima Repubblica è come un groviglio inestricabile: Il sacrificio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nella lotta alla mafia; la costruzione di un Paese più moderno ed efficiente e l’ingresso in Europa; la realizzazione di una compiuta Democrazia dell’alternanza, sono questioni che da oltre vent’anni si fondono alla passione politica e all’impegno civile nella battaglia per cambiare la seconda parte della Costituzione. Ecco perché ancora a distanza di tanti anni ritengo veramente insensato continuare a dire no ad una delle più importanti Riforme di cui ha bisogno l’Italia.