marketing politico

Politica, marketing e biscotti

Facciamo un salto indietro di una ventina d’anni. Torniamo a quando il signore delle televisioni si fece avanti e debuttò in politica, sconvolgendo le regole del gioco  e ottenendo un consenso largo e duraturo.

Volendo abbandonare qualsiasi parere o giudizio puramente politico e di condotta etica (che vorrei tralasciare in questo articolo) Berlusconi ci ha dato una lezione, o meglio ha sicuramente inaugurato un nuovo modo di fare politica che negli anni si è rivelato funzionale. L’Italia ha conosciuto 20 anni fa, quello che potremmo definire il marketing politico, cioè quella ricerca di consenso estrema, cercata e ottenuta attraverso gli strumenti e le tecniche del marketing puramente pubblicitario.

Con questa logica l’elettorato diventa il pubblico e l’elettore una sorta di consumatore da persuadere e da accontentare nella soddisfazione dei bisogni espressi. Per lo più, si parla di un pubblico trattato alla stregua del marketing anni ’80 con la logica passiva dei mass media e della televisione nel caso italiano.

Qui parte la prima domanda: superato il fatto che questo approccio porti risultati reali e tangibili (il successo di Berlusconi allora e quello di Renzi oggi, insegnano), l’utilizzo del marketing politico può considerarsi etico?

In fin dei conti parliamo di bisogni e della loro soddisfazione e in questo senso possiamo senz’altro pensare di trattarli con la logica della persuasione commerciale.

Tu hai bisogno di una cosa, io posso dartela e quindi se ho il tuo appoggio posso realizzarla. Il grande “Ma” è che non si tratta di bisogni puramente commerciali ma di diritti civili, necessità sociali primarie, questioni legate alla vita sociale e alla dignità del cittadino. Non ci possiamo permettere di trattare su questioni primarie come la parità civile, la casa, il lavoro, l’istruzione. Qui non si vince o si perde, non si parla di numeri o aumento di fatturati,  si discute di esigenze civiche reali e dovute in molti casi, in cui non si può dire “Si ok, scusate ma mi sono sbagliato…” perché in gioco c’è il futuro e l’andamento di un paese.

Sono elementi troppo importanti per essere soltanto fasi di una strategia di marketing, ben fatta e ben strutturata certo, ma pur sempre rispondente a logiche che non dovrebbero guidare il mondo politico. La direzione però è questa e me ne sono resa conto l’altra sera quando, dopo una lunga pausa dai talk show televisivi, ho visto un’intervista al nostro Presidente del Consiglio e non sono riuscita ad apprezzarne il contenuto perché non riuscivo a superare la leggerezza del suo linguaggio studiato a tavolino, della sua postura meticolosamente attenta e delle sue risposte articolate con un susseguirsi di frasi ad effetto che non facevano arrivare al dunque. Sarà stata una mia impressione, sarò io che sono più attenta degli altri visto che da quasi 10 anni scrivo testi pubblicitari e conosco le modalità, i tempi e la terminologia che si usa per ottenere determinati risultati, ma non mi è piaciuto per niente.

Nell’ultimo periodo la logica passiva del pubblico/elettorato è stata superata con l’utilizzo dei social che dovrebbero favorire il dialogo e il confronto: troppo spesso, però,  da un lato rimarcano la passività dell’elettorato in quanto i leader politici non rispondono adeguatamente o comunque non partecipano al dialogo (dovrebbero prendere esempio da Gianni Morandi in questo caso, Social Media Marketer per eccellenza) e dall’altro diventano piazze virtuali che ospitano polemica gratuita e poco costruttiva dando voce a questioni non così rilevanti ai fini sociali e politici del paese.

Regina indiscussa del Marketing Politico, resta, di fatto, la televisione: la grande scatola parlante che è ancora capace dopo 60 anni, di influenzare gli italiani nelle scelte politiche e sociali. Lo dimostra il caso 5 Stelle e la loro iniziale assenza dal piccolo schermo. Il solo Web non è stato capace, per quanto attivo e assolutamente più democratico, a conquistare i numeri che contano e quindi anche il movimento di Grillo ha dovuto cedere alla minima presenza televisiva richiesta.

Mi direte: si vabbè, ma in Italia siamo indietro e sicuramente il dibattito e la scelta elettorale si sposteranno sicuramente sul web. Probabile, ma in America stanno già pensando alla profilazione avanzata dell’elettorato attraverso la smart Tv per offrire messaggi elettorali personalizzati agli elettori in base agli interessi, la condizione sociale e una serie di dati ottenuti mediante vere e proprie indagini di mercato.

Noi nel frattempo pensiamo ai Cookies, alla questione privacy e al fatto che nonostante dal 2 giugno ci sia l’obbligo di informare gli utenti sull’utilizzo di strumenti di profilazione e cookies tecnici sui nostri siti, il Garante della Privacy non ha ancora le idee chiare e no si è ancora capito che cosa fare e come comportarsi.

Nell’attesa, mangeremo due biscotti….