Chiusura unità

L’Unità: nobile decaduta

La storia della chiusura de “L’Unità” (la terza dal 2001) mi ha ricordato un po’ le vicende, abbastanza comuni in storia e letteratura, delle famiglie aristocratiche decadute: non hanno castelli, terre, soldi, difendono il loro glorioso passato grazie al titolo nobiliare che custodiscono gelosamente, vivacchiano nel presente e non progettano il futuro.

A L’Unità, è successo questo, e, per rifarsi al discorso della nobile decaduta, non l’aiuta chi dice “Ma l’ha fondata Gramsci…”. La nobile famiglia decaduta, che non ha più nulla da dire, si rifà all’epico fondatore della casata.

Certo, spiace sempre quando chiude un giornale. Spiace un po’ meno quando il giornale stesso titola (come ha fatto ieri): “Hanno ucciso L’Unità”, suggerendo, fra le righe, di essere stata costretta a chiudere.

Ma chi ha costretto lo storico giornale a chiudere?

A giudicare dal numero di copie vendute direi i lettori. Questo si chiama fallimento, non censura. Tra censura e fallimento c’è una bella differenza.

Al che la domanda sorge spontanea: ma perché i lettori sono così pochi? Perché L’Unità, avendo un pubblico fidelizzato e, tendenzialmente in su con l’età, ha puntato tutto sul modello cartaceo, (lo si capisce già dal sito web, un viaggio nel tempo a metà degli anni ‘90); scelta, quella di puntare sul modello tradizionale, abbastanza infelice nell’era degli I-Pad, degli abbonamenti online a poco prezzo. In poche parole, la mancata innovazione, quando si sta sul mercato, si paga, e a caro prezzo: con la chiusura.

Un giornale, chiude (come tutte le aziende) perché ha i bilanci in rosso, perché non ha lettori: ma i giornali, si fanno per i lettori, non per chi ci lavora. L’Unità, ha perso il suo ruolo sociale come giornale “di partito” e nel mondo degli elettorati mobili (le elezioni della nostra città ne sono un esempio), dove non si vota per “convinzione ideologica”, per fiducia nei grandi partiti di massa, come era costume nel ‘900: è per questo che i giornali di partito hanno perso la loro funzione sociale, quella di “istruire” i propri elettori-lettori.

Fatta questa precisazione, non credo nemmeno che si possa ritenere questa chiusura, un attacco al pluralismo e alla libertà d’informazione, per il semplice fatto che, nel 2014 i canali d’informazione sono svariati, molteplici, differenti e volendo, fantasiosi: tv, radio, internet e col suo carico di giornali, riviste on-line e blog. Chiusura di un giornale, meno pluralismo?Non credo. Guardate la nostra città: quando chiuse “Il Corriere di Livorno”, alcuni ex giornalisti, si misero in proprio e crearono il seguitissimo giornale on-line “QuiLivorno”. Un canale di informazione si è chiuso ma un altro se ne è aperto, informazione garantita. Insomma, difendere l’informazione “classica”, così come è, è una battaglia simbolica, romantica forse, ma destinata alla sconfitta, perché superata dagli eventi e, soprattutto, dalla tecnologia.

Concludo, tornando per un attimo,sulla sciagurata prima pagina di ieri (che come avrete capito mi ha infastidito molto, da accanito lettore di giornali, libri ecc) dove il celebre vignettista Staino si appellava così al Presidente del Consiglio: “L’Unità non deve chiudere, Renzi faccia qualcosa di sinistra.” Al netto del fatto che il Presidente del Consiglio che si occupa di un giornale per non farlo chiudere mi sa tanto di conflitto d’interessi (l’avesse fatto B. con “Il Giornale”), stupirò tutti dicendo che sono d’accordo con Staino: Renzi, faccia qualcosa di sinistra e abolisca la legge che prevede che sia lo Stato (leggasi, noi) a pagare i debiti di un giornale di partito, la legge n.°224/98 (a questo proposito consiglio la bellissima inchiesta del Corriere della Sera).