Lorenzetti: la “vecchia guardia” da cancellare.

Oggi vi presento la mitica Maria Rita Lorenzetti. Una donna con le palle, “della vecchia guardia” come ama definirsi lei. Per chi non la conoscesse, Maria Rita ha 60 anni ed è di Foligno. Nel 1974 laurea in filosofia, nel 1975 diventa dipendente della Provincia di Perugia e sempre nel 1975 viene eletta consigliere comunale col PCI nel comune di Foligno dove assume il ruolo di assessore prima e sindaco dopo. Nel 1987 sbarca alla Camera dove rimane per 4 legislature. Viene eletta nelle fila dell’Ulivo come presidente della regione Umbria nel 2000, dove si fa 10 anni di amministrazione. Dal 5 agosto 2010 è stata presidente di Italferr, società del gruppo Ferrovie dello Stato che opera nel settore dell’ingegneria dei trasporti ferroviari e dell’Alta Velocità.

Probabilmente state pensando: “Vai, ecco un’altra che è campata con i soldi nostri, con la politica! E meno male sono compegni!”. Io cercherei di spiegarvi che non ci vedo niente di male nel venire proposti e poi democraticamente eletti per diverse cariche politiche; che quando si fa politica è giusto essere stipendiati come se fosse un lavoro perché la politica è un lavoro, e di quelli difficili e importanti da cui passa il bene della comunità. E voi mi rispondereste: “Si ma comunque questa non ha mai lavorato in vita sua!”.

La tenace Lorenzetti, poche ore fa, è uscita dagli arresti domiciliari in cui era entrata il 16 settembre nell’ambito di un’indagine della Procura di Firenze relativa a lavori della Tav in Toscana. Per lei si ipotizzano i reati di corruzione e associazione per delinquere. In sostanza è accusata di essersi adoperata perché venissero pagate due società impegnate nei lavori della Tav a Firenze, per le quali i versamenti erano in ritardo. In cambio la Lorenzetti avrebbe ricevuto presunti favori professionali per il marito.

E qui voi ripartireste alla carica: “Ecco! Te lo avevo detto! Questa è come tutti i politici: non hanno mai lavorato, prendono degli stipendi che a me mi ci vuole un anno per guadagnare quello che prendono loro al mese, hanno mandando l’Italia a rotoli, eppoi non gli basta e RUBANO! Sono tutti corrotti, sono tutti li a mangiare, a pensare ai propri interessi!”. A quel punto cercherei di spiegarvi, con un nodo alla gola dalla rabbia e dalla vergogna, che essere accusati non vuol dire essere colpevoli, che non è vero che i politici sono tutti corrotti, che lo stipendio dei politici è alto ma che il problema non è quello che prendono ma quello che fanno, che se lavorassero bene e amministrassero bene le cose pubbliche per assurdo potrebbero avere anche lo stipendio doppio e che i politici non sono tutti uguali e che la maggioranza di chi fa politica sono persone per bene. E allora replichereste: “Si ma quelli per bene non contano nulla, come te, e quelli che rubano comandano tutto.”

Nelle intercettazioni telefoniche che hanno permesso la formulazione di queste ipotesi di reato piuttosto grave, è saltato fuori un reato “secondario”. “Senti pisché, ti devo chiedere una cortesia. Tu una tale Romani di patologia generale la conosci?”. E’ il 3 settembre 2012 quando la Lorenzetti chiama la professoressa Gaia Grossi, ordinaria di Chimica generale all’università di Perugia e suo ex assessore alle Politiche sociali alla Regione Umbria. Uno studente di Odontoiatria ha urgenza di laurearsi per aprire uno studio a Terni ma teme che uno studente più danaroso di lui arrivi prima sul mercato e chiede aiuto alla Lorenzetti. La professoressa Grossi afferra al volo la richiesta: “Ho capito, ha bisogno di non essere fermato ingiustamente, diciamo così, per qualche finezza accademica”. “Ecco ecco, brava, hai capito perfettamente, Gaia mia. Noi siamo concrete e pratiche senza tante seghe. Insomma, questa è l’ansia di chi dice: “Io non è che sono figlio di papà, sono uno normale che però sto più avanti di quest’altro, allora vorrei arrivare prima””. Il 7 settembre la Grossi annuncia: “Fatto!”. “Sei grande”, le risponde Lorenzetti. “Come si diceva, a noi chi c’ammazza? Il ragazzo deve avere qualche informazione o va tranquillo?”. Risponde la professoressa: “Lui (il rettore, ndr) ha detto: “Cosa fatta””. Ma la Lorenzetti insiste: “Allora bisogna proprio che Frà (Francesco, il rettore, ndr)… Gli devi dire, guarda, proprio per le ragioni che ti ho detto io ci tengo proprio in modo particolare appunto che la chiami (la Romani, ndr), che è sua allieva e non gli può dire di no. Grazie pischella mia. Noi della vecchia guardia siamo sempre dalla parte del più debole”. Il 27 settembre Gaia Grossi chiude la questione: “Istruzioni per l’uso. Il capo è andato in laboratorio ieri. Ha parlato con i suoi, ha visto le analisi, sono tutte positive. Quindi la prognosi è positiva”. Previsione esatta. Poche ore più tardi il padre del ragazzo chiama Maria Rita Lorenzetti. È entusiasta: “Allora, il mio è andato a fare la visita, è rimasto contentissimo, però gli ha ordinato 30 analisi da fare”. La presidente resta un momento disorientata, poi capisce: “Eh, quindi? Alla grande. Ah, ecco 30 analisi, scusami, c’ho avuto un momento… Quindi alla grande”. In serata Maria Rita Lorenzetti invia un sms all’amica Grossi: “Tutto a posto. 30. Grazie e ringrazia il capo”.

Leggere la Lorenzetti, che si fregia della provenienza del filone “eredi del PCI” e che quindi dovrebbe avere nel DNA la “Questione Morale” berlingueriana, che dice “Noi della vecchia guardia siamo sempre dalla parte del più debole” è la rappresentazione plastica di una politica che anche a sinistra si dimostra tragicamente fallimentare, insulsa e clientelare a livelli da DC siciliana. Una politica che, celandosi dietro al buon nome della “Sinistra”, mira a tenere ben curato il proprio orticello di favoritismi, per condurre una vita più agiata e avere ancora maggiori prebende a spese della collettività.

Cara ex Governatrice Lorenzetti, Lei non sta assolutamente aiutando “i più deboli”, ma sta curando l’interesse particolare di una persona vicina a Lei ma lontana dagli altri. Lei è soltanto una scippatrice di giustizia e di mobilità sociale.

Lo sfascio della Sinistra non è stata “la Bolognina”, come molti di voi della “vecchi guardia” amano raccontare; non sono stati i tentativi di trasformazione del PCI in una forza di sinistra moderna a farci perdere i voti: i voti li abbiamo persi perché i personaggi come Lei hanno occupato per anni posizioni apicali sottraendo credibilità e fiducia ad un Partito che proponeva una società di cui quelli come Lei ne sono i nemici giurati. Una Sinistra che non le appartiene, moderna ed onesta, che aiuta e premia il merito e che riduce o rimuove gli impedimenti economici alla realizzazione delle aspirazioni del cittadino. E allora si capisce quanto sia necessario individuare quelli che agiscono e che pensano come Lei e congedarvi con disonore dalla Politica. A Lei e a tutta la “vecchia guardia” che in politica potrebbe essere una grande risorsa per esperienze e conoscenze, ma che sceglie quasi sempre di essere un problema. A Lei e a tutti quelli che pensano e agiscono come Lei, vecchi o giovani che siano.