David Allegranti ci racconta "Siena brucia"

David Allegranti ci racconta “Siena brucia”

Tempo di vacanze, di relax, ma anche di letture estive interessanti. Se siete alla ricerca di un buon libro, scritto con leggerezza, ma che guardi ad argomenti più impegnati, una scelta da considerare è certamente “Siena brucia” di David Allegranti. Lui, brillante giovane giornalista, è collaboratore di numerose testate nazionali (Corriere fiorentino, il Foglio, il Fatto quotidiano, Vanity Fair ecc). Ai più, sarà conosciuto anche come opinionista ‘al pezzo’ della dissacrante trasmissione satirica ‘Gazebo’, in onda su Rai3. Ragazzo molto alla mano e disponibile, ha accettato di rispondere ad alcune domande sul suo libro.

Il libro, naturalmente parla di Siena, ma in ogni pagina è possibile ritrovare elementi che consentono di sviluppare una riflessione sull’Italia di oggi e sul rapporto, talvolta deteriore, che c’è tra politica e parte del capitalismo nostrano. I parallelismi, si sprecano. L’Italia è tradizionalmente uno dei paese occidentali, dove l’economia di mercato ha dato maggiori spazi ad intrecci ed alchimie – tanto straordinarie quanto inedite – tra poteri forti economici, partiti politici e interessi locali. E Siena da questo punto di vista è un po’ una metafora della nostra Italia. Città storica, con una cultura ed una tradizione secolare splendidamente conservata. Città ricca, prospera e ben amministrata, che ha goduto per anni di una straordinaria disponibilità finanziaria, grazie alla presenza di uno dei più antichi ed importanti istituti di credito del nostro Paese. Il Monte dei Paschi ha contribuito ad alimentare ed a costruire quel sogno di perfezione ed autarchia, radicato in profondità nell’immaginario collettivo dei senesi. Sogno che in definitiva ha fatto vivere una città stupenda, ma di modeste dimensioni e di relativa importanza economica, ben al di sopra delle proprie possibilità.

Alcuni episodi significativi contenuti nel libro, tracciano un racconto suggestivo e particolare di una realtà chiusa e conservatrice da un lato, ma capace per molto tempo di proiettare ed immaginare la propria grandezza oltre i propri confini, attraverso la propria Banca. O che almeno ci ha provato, desiderandolo fortemente. Ci hanno pensato le operazioni finanziarie, le speculazioni ed una certa miopia delle classi dirigenti locali e nazionali, a risvegliare Siena da un sogno che neanche le feroci e profonde divisioni, gli appetiti personali, politici ed economici contrapposti erano riusciti a scalfire. Perché tutto, nella città del Palio, si ricomponeva in un ‘groviglio armonioso’. Un intreccio di interessi di diversa natura che ha finito per lasciare senza respiro Siena. Groviglio che, forse avviluppa anche il nostro Paese…

Come è nato il libro ‘Siena brucia’? Perché hai voluto raccontare questa storia?
“Scrivo di Siena da una decina di anni, l’ho sempre trovata affascinante anche nei suoi aspetti deteriori, perché Siena è un grande romanzo politico. E ho scritto il libro non per i senesi ma per i ‘forestieri’”.

Quando si parla di Siena non si può non parlare di economia e finanza. Il Monte dei Paschi, nonostante le difficoltà, è ancora la principale attività economica del territorio senese. Attività che ha garantito per decenni la prosperità di una comunità e di un territorio. Le cose in seguito sono cambiate a causa di scelte manageriali rischiose e di una certa quiescenza della politica…
“Di solito viene ricordato l’incauto acquisto di Banca Antonveneta, ma in precedenza c’era stata l’acquisizione dell’ex Banca del Salento (Banca 121), guidata da Vincenzo De Bustis, vicino all’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema. A Siena, quella contaminazione fra finanza e politica, con la seconda che voleva governare la prima attraverso classi dirigenti che si sono dimostrate fallimentari, viene chiamato ‘groviglio armonioso’. Ma ora di armonia ce n’è rimasta ben poca”.

Uno dei temi trattati nel libro è appunto il rapporto tra classi dirigenti locali e Fondazione Monte dei Paschi – ente di controllo della Banca composto da membri nominati in gran parte da Comune, Provincia, Arcidiocesi,Università, Associazioni ecc. Come racconti nel tuo libro, la Fondazione ha avuto un ruolo importante in questi decenni nel finanziare attraverso i soldi di MPS, progetti, enti, società, associazioni soprattutto sul territorio. Che ne pensi di questa relazione esistente tra politica, interessi locali e finanza?
“Penso che valga sempre la domanda della Satira di Giovenale: ‘Quis custodiet ipsos custodes?’. Chi sorveglierà i sorveglianti? Nel libro ci sono due episodi che aiutano a spiegare perché il sistema Siena, ai limiti dell’autarchia, non è accettabile: l’autonomina di Giuseppe Mussari a presidente della Banca (era presidente della Fondazione Mps) e la sua difesa nelle vesti di avvocato di monsignor Giuseppe Acampa nel processo per l’incendio del 2006 negli uffici dell’economato. A quei tempi Mussari era ancora presidente della banca. Un fatto, diciamo, singolare”.

Siena ha rappresentato per molto tempo un modello per la sinistra (PCI-PDS-DS) italiana e toscana soprattutto. Una città ben amministrata, un sistema economico florido, benessere diffuso ecc. Un esempio della capacità delle classi dirigenti locali di portare sviluppo e ricchezza ad un territorio. E’ stato veramente così? Cosa ha provocato la fine di questo sogno?
“Beh, Siena è un gioiello e ha potuto beneficiare delle ingenti risorse che la Fondazione Mps erogava sul territorio. I soldi non finivano tutti a Siena, ma la maggior parte sì. Un esempio: nel 2008 la Fondazione erogò la cifra record di 233 milioni di euro. Quante cose si fanno con 233 milioni di euro? Quante associazioni culturali e sportive si finanziano? Quanti restauri? Quante scuole si rattoppano? Il sogno è finito per un mix di scelte sbagliate, come gli acquisti incauti (eufemismo) di cui sopra. Ed è finito perché Siena, una città non a misura d’uomo ma a misura di sogno, ha pagato per il suo gigantismo. Sembrava che tutto le fosse dovuto: la squadra di basket migliore del mondo, il partito migliore del mondo, la banca migliore del mondo, e via così. Quei tempi lì sono finiti”.

Ho trovato molto interessante nel libro, la riflessione sulla ‘senesità’. Molto utile, soprattutto a un non-senese, per capire il contesto culturale ed alcune vicende trattate nel libro. Una subcultura affascinante, un misto tra chiusura identitaria ed autoconservazione (vedi Palio e candidature solo per senesi doc) e desiderio di grandezza e di crescita oltre ogni limite. Perché è importante questo aspetto per capire ciò che è successo a Siena negli ultimi anni?
“Senza la senesità non si capisce lo spirito di autoconservazione di Siena, che le permette di essere una città bellissima in cui le persone, per spirito civico, non imbrattano i muri o danneggiano le opere. C’è però anche un aspetto deteriore della senesità, che è la sindrome di accerchiamento. Nel libro intervisto Stefano Bisi, direttore del Corriere di Siena, e Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, successore di Gustavo Raffi. A un certo punto mi dice: ‘Mi pare che si infierisca su Siena da sempre; perché non veniva sopportato da voi esteri che questa città di 55 mila abitanti avesse una grande banca, una grande festa, una grande squadra’. Mi pare che questa frase la dica lunga”.

Quale è l’impatto che la ‘senesità’ del Monte dei Paschi ha avuto sulla città? Perché si parla di un vero e proprio ‘sistema Siena’?
“Il sistema Siena è un equilibrio fra strapotere e strapaese benedetto e foraggiato da Mps. C’è una vecchia battuta di Emilio Giannelli, vignettista del Corriere della Sera, per anni capo dell’ufficio legale di Mps, che spiega, con un’iperbole, parte del sistema. ‘A Siena esistono tre tipi di senesi: quelli che sperano di lavorare al Monte, quelli che lavorano al Monte e quelli che sono in pensione dal Monte’. Una battuta, ma fino a un certo punto: il sistema di welfare di Mps arriva a coprire 80 mila persone”.

Perché nonostante gli scandali, la degenerazione di un sistema e le lotte intestine nel centrosinistra anche alle ultime elezioni amministrative non ci sono state forze politiche alternative capaci di trarre un vantaggio in termini elettorali ed arrivare ad amministrare la città? E’ un problema solo di qualità delle classi dirigenti o di assenza di soggetti privi di implicazioni col sistema?
“Il centrodestra senese, a esclusione della Lega Nord, che però bercia molto ottenendo poco, ha potuto beneficiare del sistema partecipando alla lottizzazione delle poltrone, quindi non ha mai avuto grande interesse a vincere. Gli altri, come il M5S, mi pare abbiano un problema di classe dirigente”.

Come è cambiata Siena oggi dopo la fine del sogno garantito dai soldi della Fondazione?
“Si possono fare meno cose di prima. Un esempio, di cui parlo nel libro in un capitolo dedicato a ciò che è cambiato nella città del Palio. La Virtus Siena, seconda squadra di basket che ha sfiorato la A2, aveva un bilancio di quasi un milione di euro ai tempi d’oro. Ora, mi ha spiegato il direttore sportivo, se la deve cavare con 180 mila euro. E così è successo in tante altre realtà, alcune delle quali costrette anche a chiudere”.

Credi che le vicende che racconti nel tuo libro, ci aiutino a dare anche una lettura della realtà politica ed economica di oggi? Secondo te, dopo la vicenda Mps come si stanno evolvendo i rapporti tra questi due ambiti della vita sociale in Italia?
“Penso che studiare il caso Siena, che pure è unico nel suo genere, aiuti a capire l’Italia, un Paese in cui non si privilegia il merito ma l’appartenenza a quella corrente, a quella loggia, intesa in senso lato, non esclusivamente massonico, o a quel gruppuscolo d’interesse. Mi pare che la sinistra italiana continui a non avere un rapporto sereno con la finanza. Da ‘l’abbiamo una banca’ di Fassino alle cene renziane per raccogliere i fondi, non molto trasparenti”.

Dalla lettura del libro si ha la sensazione di una Siena, diffidente e gelosa di quanto accade tra le sue mura: è stato difficile raccogliere notizie ed informazioni dirette per ricostruire le vicende trattate nel libro?
“Ho la fortuna di raccontare Siena da un po’ di tempo, per cui negli anni ho raccolto molto materiale. Però, sì, la diffidenza c’è sempre stata. Anche perché a Siena appena scrivi qualcosa vieni subito incasellato. Comunque, quelli di destra pensano che io sia di sinistra e quelli di sinistra pensano che io sia di destra; i renziani pensano che io sia antirenziano, gli antirenziani pensano che io sia renziano. Ed è tutto molto divertente”.

Come è stato accolto il libro dal grande pubblico e quale è secondo te il giudizio dei senesi?
“Il libro sta andando bene, è stato ristampato e ne sono molto contento. A Siena ha suscitato dibattito e non sono mancate le aspre critiche. Ma è giusto così: Siena è una città che avrebbe bisogno di una discussione permanente, pubblica e trasparente”.