Ciwati è Marco Antonio

Ciwati è Marco Antonio

Il Congresso del Pd si avvicina. Certo, c’è ancora da fissare la data, decidere se riscrivere le regole o meno (e spero che non vengano cambiate) ma alla fine ci siamo: fioccano candidature, riunioni carbonare, retroscena ecc ecc..

Le candidature, al momento, sono cinque: Fassina, Cuperlo, Civati, il mai citato Pittella e infine (“forse”, ”mah.”, ”vedrò”) Renzi.

Su Fassina c’è poco da dire: è Fassina. Un divertente personaggio, guardiano della Rivoluzione Bersaniana, che ha passato mesi e mesi a spiegarci come non fosse possibile un governo col PdL; salvo poi essere premiato con la poltrona di Viceministro dell’Economia… in un governo col centrodestra: sublime. Dopo poco, però, il Nostro, decide di tornare ai vecchi fasti e appone la sua firma al delirante documento “Fare il PD”: non ci sarebbe niente di male, se a scrivere questo pamphlet non fossero le stesse persone che hanno (s) governato il Pd, fra cui Fassina stesso, come responsabile economico del Partito Democratico dal 2009 al 2013. La domanda, quindi sorge spontanea: ma dal 2009 al 2013 che hai fatto, Fassina? Il fantacalcio? Hai vissuto a “Porta a Porta”? Chi lo sa. la diagnosi è: schizofrenia politica.

Cuperlo, candidato di area dalemiana, rappresenta la voglia di riscatto degli ex DS, sentitisi messi da parte durante la formazione del governo: sull’ultimo segretario della FGCI, c’è il pressing costante dell’area che appoggia Fassina (Bersani e altri), affinché ritiri la sua candidatura, vista come una “lista civetta” a favore di altri candidati (Renzi in primis, se candidato, in subordine di Civati), per ora il parlamentare triestino resiste e dice che si candiderà lo stesso, chiedendo inoltre, “primarie le più aperte possibile” atto rende onore all’uomo. Tuttavia, ma è una sensazione puramente personale, Cuperlo non è l’uomo giusto per guidare il Pd in questo momento: intendiamoci le qualità, specialmente culturali e intellettuali, non mancano, ma l’impressione che trasmette è quella di un grande narratore alla Nichi Vendola (e uno già l’abbiamo, direi che è più che sufficiente) con una grande capacità di analisi, ma di scarsa proposta. Insomma grandi voli pindarici, che possono suscitare anche grandi emozioni, ma che, alla fine, dovranno fare i conti con la realtà.

Gianni Pittella: candidato alla segreteria da oltre un anno, il vicepresidente del Parlamento UE (è di pochi giorni fa il record di votazioni in pochi secondi, stabilito proprio dall’europarlamentare lucano che stava presiedendo la seduta). Si sa poco di lui; come quando a una festa ti accorgi della presenza di una persona guardando le foto dopo qualche giorno e pensi: ”Ah, ma c’era anche lui?”

Civati: parafrasando il “Giulio Cesare” di Shakespeare, aizza la base in rivolta del Pd come un novello Marco Antonio: ” Amici, democratici, cittadini, prestatemi orecchio…vendicherò Prodi e RO-DO-TA’ ”. Ora, su Prodi non si discute: uno dei padri fondatori del Pd non doveva essere trattato così..ma Rodotà? “CHE C’AZZECCA”? avrebbe detto un politico di Montenero di Bisaccia, ora caduto in disgrazia. Non capisco quale sia la sua idea di Pd: “Non più a sinistra, ma più avanti” (?)

Nella tre giorni di “Politicamp” svoltasi a Reggio Emilia (tralascio volutamente le note climatiche: a luglio a Reggio Emilia la temperatura media è quella della fusione del bario… non si poteva scegliere un’altra location, magari più fresca?) l’unica considerazione politico-programmatica è stata “Abbassare le tasse sul lavoro”, cosa sacrosanta, ma un pochino vaga. Civati, comunque, riceve l’appoggio di Barca, ex ministro del Governo Monti, che pochi mesi fa ha deciso di prendere la tessera del Pd (atto che dimostra coraggio) e, preso da furia grafomane, ha scritto (anche lui) un documento abbastanza farraginoso, che sarà ricordato per la presenza del “Catoblepa”.

Ah, dimenticavo: all’insegna del rinnovamento politico-generazionale, Rosy Bindi, fine conoscitrice della Regione Calabria dove è stata rieletta alle ultime elezioni, appoggia il giovane deputato monzese.

Renzi: la vera incognita. Se il “piccione” fiorentino alla fine decidesse di candidarsi, si prospetta un congresso molto divertente: il sindaco gigliato, figura indubbiamente carismatica, potrebbe essere l’unico che riuscirebbe a costruire un Pd moderno e propositivo, capace di sfidare il M5S sui temi cari al centrosinistra e di sottrarre un bel po’ di voti ai delusi del centrodestra (perché se non prendi i voti del PdL, del centrodestra ti prendi i Quagliariello di turno al governo). In definitiva Renzi, deve decidere cosa fare da grande: il Blair (segretario del partito e, in caso di vittoria alle elezioni, il Presidente del Consiglio) o il Prodi (federatore, ma senza partito, quindi debole).

Questi i profili degli (eventuali) candidati.

Faccio una piccola nota “politologica”: il Pd, specialmente quella parte della base che proviene dal filone PCI, PDS, DS deve smettere di guardare con sospetto al “leader”. A sinistra si confonde “leadership” con “cesarismo”, ”satrapismo”, “bonapartismo”, tutte quelle degenerazioni demagogiche della leadership, in cui “il capo” ha un rapporto diretto con il popolo. La leadership, quella vera, non è questo. La leadeship ha delle “leggi fisse e stabilite”, direbbero i giuristi medievali, insomma la leadership non è tirannia, non è dispotismo. Nel Pd, si pensa che il “capo carismatico” sia “diventare come Berlusconi” (dimenticando che Blair, Schroeder, Hollande e Zapatero, solo per citarne alcuni, erano tutti “leader”) e si preferisce un “Patto di sindacato” per governare il partito, “una leadership diffusa” (che non ha senso, perché la leadership è una, o non è): gli effetti di quest’oligarchia, li vediamo.

Concludendo, e permettetemi un’indiretta citazione de “Il Principe” di Machiavelli, le oligarchie, tutte, sono difficili da eliminare, perché ci sarà sempre un reuccio che si alleerà con un altro per far rimanere lo status quo; il leader, invece, se e quando fallirà, sarà più semplice da sostituire, e la sua successione avverrà senza traumi (vedere alla voce Tony Blair-Gordon Brown).

Machiavellismo allo stato puro, lo so (cinismo, direbbe qualcuno), ma d’altronde. “Il Re è morto!W il Re!” dicevano i francesi.