Adesso basta, io non ci sto

Adesso basta, io non ci sto

Non sono una donna, quindi non posso essere femminista. Ma se anche lo fossi (donna), non credo che lo sarei (femminista). Non mi sono mai state simpatiche le femministe. Riconosco che hanno contribuito al raggiungimento di risultati importanti nelle evoluzioni sociali del nostro Paese. Gliene rendo merito. Ma il fatto di far leva su una caratteristica intrinseca come l’essere donna e di sbattertela in faccia anche quando c’entra come il cavolo a merenda, elevandola a motivo principale della protesta, è una cosa che non sopporto. Rincaro la dose dicendo che non mi piacciono le quote rosa. Le abolirei. Le ritengo offensive per le donne stesse e anche inutili. Sì, perché il risultato di quel meccanismo, nella maggior parte dei casi, è quello di avere – soprattutto a livelli locali – organismi formati da fantasmi di sesso femminile, che mai parteciperanno ad una sola riunione. Dovrebbero servire a garantire “l’alternanza” o “la partecipazione”. Fesserie. Chi vuol partecipare partecipa, e se non lo fa è perché non ha tempo o, spesso nel caso delle donne-mamme, non trova collaborazione e comprensione nel suo ambiente familiare. Ma questo è un altro discorso (o forse non lo è, ma non lo si risolve certamente con le liste alternate).

Insomma: amo le donne. Le ho sempre ritenute il vero “sesso forte”. E mi rendo conto, allo stesso tempo, che la nostra società, mentre tanti paesi vicini evolvevano, è rimasta ferma. Ma ritengo le donne in grado di badare a sé stesse. Senza avvocati difensori di categoria.

Però, scusate l’espressione, che palle! Dopo aver parlato di giorni interi di legge elettorale, negli ultimi giorni abbiamo letto e visto di tutto. Onorevoli – maschi, ovvio – che davano delle prostitute ad altre deputate (“state lì perché avete fatto i p.”) solo perché dissentivano dal loro pensiero. Come se fosse normale che, alla prima discussione tra amici, all’Università o in ufficio, un uomo insultasse una donna. Così, in quei modi. A caso. E poi è scoppiato il caso Boldrini: la Presidente della Camera accelera su una votazione di un decreto sul quale il Movimento 5 Stelle stava facendo ostruzionismo (prendeva la parola non attenendosi all’ordine del giorno della votazione ma farneticando, solo per rallentare i lavori) e allora si scatena il popolo grillino. Quelli della democrazia partecipata, quelli della non violenza, partono con le offese sotto un video pubblicato sul blog del grande capo. “Cosa fareste se foste in macchina con la Boldrini?”. E giù offese, o più semplicemente, richiami o inviti ad atti di violenza sessuale (“glielo metterei in c.”). Al ché, giustamente aggiungo io, la Boldrini (ieri ospite a Che Tempo che Fa) sbotta e apostrofa i cavalieri senza paura da tastiera come “potenziali stupratori”. Non contenti di tutto ciò – o, forse più stupidamente, e questo dimostra l’inopportunità manifesta di certe persone, per chiudere la polemica – ieri notte interviene Claudio Messora su Twitter: “Cara Laura, volevo tranquilizarti… (sì, con una Z sola, n.d.r.) anche se noi del blog fossimo tutti potenziali stupratori,… tu non corri nessun rischio!”. E bravo Messora. Oltre che fino conoscitore della lingua italiana, sei anche proprio simpatico. Così simpatico che si ravvede della sua simpatia e cancella il tweet.

Insomma: io non mi aspetto che le deputate grilline prendano le distanze in massa dai loro colleghi guasconi. Troppo devote alla causa politica. Un po’ come quando alle donne che circondano Berlusconi si chiedeva di prendere la parola contro le sue sparate sessiste. Sarebbe utopia.

Però mi piacerebbe che qualche uomo politico in più, e mi accontenterei anche di un paio all’interno del gruppo parlamentare del M5S, si alzasse e dicesse: “Adesso basta, io non ci sto”. Firmando, magari, la denuncia per calunnie che hanno presentato le deputate del PD offese dal suo collega. E che, magari, qualche elettore (di genere maschile) che alle passate elezioni ha votato 5 Stelle ci ripensasse e, inviando una lettera alla redazione di qualche quotidiano nazionale, scrivesse: “Adesso basta, io non ci sto”. Oppure, più semplicemente, che qualcuno di noi ragazzi che pensa di essere “normale”, alla prossima discussione in famiglia, con gli amici o sul lavoro, non facesse spallucce ma dicesse chiaramente: “Adesso basta, io non ci sto”.

Forse chiedo troppo, è vero, ma non è poi così tanto. Perché a tutto c’è un limite. E, questa volta, credo proprio che lo si sia superato.

#adessobastaiononcisto