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Quando il mondo si è voltato dall'altra parte. Intervista al dott. Frontini, pediatra e inviato UNICEF nel 1994 in Ruanda

Quando il mondo si è voltato dall’altra parte. Intervista al dott. Frontini, pediatra e inviato UNICEF nel 1994 in Ruanda

In Ruanda, all’arrivo dei colonizzatori belgi ai primi del novecento, erano presenti tre etnie: i Tutsi, più alti e snelli, ai quali gli europei avevano conferito le mansioni più elevate. Gli Hutu, di media statura e con tratti più marcati, destinati all’agricoltura e alla manovalanza. E, infine, i Twa, di bassa statura, quelli che noi comunemente chiamiamo i “pigmei”. Ma le etnie, in realtà, si erano mescolate tra di loro e per distinguere l’appartenenza all’una o all’altra, gli europei avevano obbligato la distinta specificazione dell’etnia di appartenenza nella carta d’identità. Gli Hutu, grazie anche al favore dei belgi, nel 1959 avevano preso il potere e instaurato un regime dittatoriale, spingendo i Tutsi a emigrare nei paesi vicini, soprattutto in Uganda, e a costituire una “resistenza” organizzata: il Fronte Patriottico Ruandese (FPR o FLR). Il 6 aprile 1994, l’aereo presidenziale del presidente ruandese Habyarimana, di ritorno dalla Tanzania dove era andato a siglare un accordo di pace con il quale si riconosceva un ruolo politico al FLR, viene abbattuto da un missile terra-aria. Quel giorno, con il pretesto di una vendetta contro i Tutsi, un messaggio alla radio invitava a seviziare e uccidere gli “scarafaggi” Tutsi. Nei tre mesi successivi, i Tutsi verranno trucidati a colpi di machete e mazze chiodate dalle milizie governative, l’Interahamwe. Il conto, in soli 105 giorni, sarà stimato tra le 800.000 e il milione di vittime. Un morto ogni 18 secondi.

Il Dott. Enrico Frontini (classe ’46) è pediatra a Collesalvetti. É un tipo particolare, con un’idea personale della medicina pediatrica. Per intendersi, quando può evita di prescrivere farmaci superflui. Anche per questo motivo, ma non solo, è molto apprezzato e ricercato dalle mamme della zona. É un tipo cordiale, gentile, ma non timido. Mi riceve nel suo studio a meno di 24 ore dalla mia telefonata, dimostrando da subito molto interesse per quello di cui voglio parlare con lui. Abbiamo a disposizione mezzora ma, alla fine, rimarrò con lui per quasi un’ora e mezza. Visto che sono stato suo paziente dalla nascita, decidiamo di togliere di mezzo i formalismi e di darci del tu.

Il massacro del Ruanda è avvenuto quando io non avevo ancora otto anni e, a dire il vero, non ricordo molto circa l’informazione che veniva data dai media in Italia. Tu come hai saputo di quello che stava avvenendo?

Infatti, è stato un caso, perché di solito queste notizie da noi non arrivano. Quella volta, un reporter aveva fotografato cadaveri trascinati da un fiume, il Kagera – che si tuffa nel lago Vittoria – che, proprio per l’alta concentrazione di cadaveri trasportati, era diventato tutto rosso. Quelle immagini, in quei giorni, avevano fatto il giro del mondo. E io me ne accorsi proprio grazie a quel reportage. Telefonai al CUAM (ora Medici con l’Africa, n.d.r.), un’organizzazione non governativa di volontariato che si occupa non tanto di emergenza quanto di sviluppo nel settore sanitario, chiedendo informazioni in merito. Loro mi risposero dandomi un biglietto aereo per l’Uganda, dove atterrai a fine maggio e proseguii fino al confine con il Ruanda.

Alla base della guerra c’era la questione razziale, vero?

In realtà, la questione razziale è stata più un pretesto che un problema vero. Il 70% della popolazione era costituito un miscuglio di etnie. Girando per le strade, nel 1994, era difficile vedere il tipico Tutsi. Questi, alti, con la pelle leggermente più chiara degli altri, erano stati identificati dai colonizzatori europei come la razza superiore ma, in realtà, erano solo dei pastori. Per distinguerli tra di loro, il governo belga utilizzò il metodo delle vacche possedute: con più di 5 eri un Tutsi; meno di 5 un Hutu. Le differenze tra di loro erano minime, anche perché parlavano da sempre la stessa lingua ed erano tutti convertiti dal 1912 al cattolicesimo. C’è più differenza tra un piemontese e un calabrese che tra un Tutsi e un Hutu.

Quindi, possiamo affermare che la questione razziale era una scusa. Fondamentalmente si contendevano il territorio.

Certo. Quella zona (al confine tra Congo, Ruanda e Uganda, n.d.r.) è molto ricca di metalli preziosi, in particolare di Coltan, che lì è molto facile da estrarre. Trent’anni prima c’era stato un altro genocidio. E i Tutsi erano emigrati in Uganda e avevano cercato di riprendersi il potere. Avevano costituito il FLR e cercavano di sovvertire il regime dittatoriale francofono.

Un po’ come i nostri partigiani durante il ventennio fascista.

Infatti. Il Ruanda è un paese dove si esportano principalmente caffè e cotone. Nel 1990, il prezzo del caffè crollò del 30%. In una situazione di povertà diffusa, questo creò un danno non indifferente. Aggiungi, poi, che il governo era estremamente corrotto e la moglie del presidente era a capo di un clan mafioso che aveva in mano tutto il paese. Quindi si cercò un capro espiatorio: “La colpa della crisi è dei Tutsi. Loro sono degli scarafaggi e noi dobbiamo liberare la casa dagli scarafaggi”. Il parallelo fatto da alcuni storici con Hitler e gli ebrei è purtroppo veritiero. E il governo ruandese è stato, passami l’espressione, persino più “efficiente”. Hitler ha ucciso 6 milioni di persone in 5 anni. Loro, in tre mesi, ne hanno uccisi più di 800.000 mila. Il machete è stato più veloce delle camere a gas, anche perché nessuno si preoccupava di smaltire i cadaveri. Ma c’è di più. Il figlio di Mitterrand, all’epoca presidente francese, commerciava armi con il regime dittatoriale. Tant’è che l’aereo che è stato abbattuto, quello del presidente, era un regalo del figlio di Mitterrand. Il missile che l’ha abbattuto, poi, è partito da una base militare francese vicina all’aeroporto, nella quale l’Interahamwe, le milizie governative, erano addestrate e armate dai francesi. I quali, però, non erano in grado di abbattere un aereo.

Ho letto che la Francia e gli Stati Uniti all’epoca non si diedero molto da fare per intervenire.

Gli americani avevano appena perso in Somalia alcuni marines. L’unica missione fu quella della Francia, ma fece solo danni. Prima intervennero per portare via i cittadini europei e, vabbè, quello lo fanno sempre (sospira, n.d.r.). Poi mandarono i parà a dividere il Fronte di Liberazione Ruandese che, entrando da Nord, dall’Uganda, stava inseguendo i genocidari Hutu, i quali scappavano in Congo. Ma, facendo così, hanno permesso a degli assassini di rifugiarsi in Congo in tutta tranquillità, avendo le spalle coperte. Potevano e dovevano intervenire prima. Quello è stato l’inizio di quella che io chiamo la “guerra mondiale africana”, passata in sordina e ignorata da tutti gli europei. Sono morte più di 3 milioni di persone e coinvolti più di 10 stati.

Eri già stato in Africa?

La mia prima volta è stata nel 1973 in Uganda dove, appena laureato e obiettore di coscienza, ho conosciuto mia moglie, infermiera. Dopo la guerra civile in Uganda, credevo di aver già visto tutto. Sicuramente il peggio: bambini morire di malnutrizione, epidemie tremende, fame, violenza, stupri. Invece, quello che ho visto lì è stata un’esperienza tremenda. Sono stato depresso per due anni. Ero diventato vegetariano perché non sopportavo più l’odore della carne. Poi mi sono ripreso, ora sto benissimo. Però è stata una cosa a dir poco scioccante.

Quindi, torniamo al tuo arrivo.

Io sono arrivato lì a Maggio e, durante il rapid assessment (la valutazione, n.d.r.), ho osservato che in un paese chiamato Niamata si erano concentrati duemila bambini. Tutti soli, non accompagnati. Questo perché durante la fuga di massa verso la Tanzania e verso l’Uganda, i bambini perdevano i loro genitori o venivano separati. E noi ci trovavamo davanti masse di bambini che non mangiavano da giorni, se non addirittura settimane. Ho proposto subito all’UNICEF, d’accordo con il CUAM, di fare un programma di assistenza a questi bambini. L’UNICEF ha accettato, finanziando il programma, e da lì siamo partiti per un anno.

Ti è mai capitato di aver paura di essere tu stesso vittima di violenza?

Anche se mi sono passate più volte pallottole sopra la testa, io non ho mai subito niente di più che minacce. E poi la situazione era talmente drammatica che non sentivo paura, ma solo orrore. Non riuscivo a dormire perché ero ossessionato da quello che stava succedendo intorno. Una cosa straziante. Tu immagina: duemila bambini che venivano raggruppati dall’esercito (il FLR, n.d.r.), che li portava lì, da noi, tutti insieme. E tu sei un bambino, uno tra quei duemila, e non vedi più né i tuoi fratelli né i tuoi genitori. Potrei raccontarti di quelle storie…

Quindi, direttamente o indirettamente, tutti i bambini sono state vittime di violenza.

Certo. Tutti i ruandesi, o perché l’hanno subita o perché l’hanno perpetrata, hanno convissuto con la violenza. Spesso i bambini venivano usati per stanare gli altri bambini, che poi venivano finiti a sassate. Chi non voleva ammazzare dei Tutsi, veniva minacciato con le armi. E se non lo faceva, veniva ucciso. Sono stati 3 mesi di follia pura. La gente era fuori di testa. Molti degli Interahamwe erano anche drogati. Dovunque c’erano cadaveri. Hai visto il film Hotel Ruanda, quando la macchina cammina sui cadaveri? Ecco.

E dopo la violenza, immagino, le epidemie.

Tanti bambini erano malnutriti. Per settimane si erano nascosti nelle paludi, tra i papiri. Mangiando, al massimo, qualche patata cruda. L’oratorio dove avevamo attrezzato il centro di accoglienza, tutte le notti era un lago di diarrea. Ci fu un’epidemia di dissenteria bacillare che ne uccise tanti, troppi. In quella situazione, la cosa principale è stata procurarsi dell’acqua. Acqua che serviva per lavarli e curarli. Una volta curato il corpo, c’era però da curare la psiche. Devastata.

Quali metodi avete utilizzato?

Intanto, per organizzare il campo, avevano diviso i bambini in gruppi di 10 e ciascun gruppo lo avevamo affidato ad una ragazza un po’ più grande, come questa ad esempio (mi mostra alcune foto sul computer, n.d.r.). Undici, dodici anni. Tutte violentate. Lo stupro era stato uno strumento di violenza metodico. Era stato lo stesso ministro degli affari femminili (una donna) ad incitare allo stupro: “Tutte le Tutsi sono superbe e vanno punite. E voi ve lo meritate per il lavoro che fate”. Prima violentate e poi ammazzate. Qualcuna si è salvata dallo stupro solo perché i genocidari erano troppo stanchi per violentarle. Poi, già a Luglio ’94, fino al ’95, con i consigli di uno psicologo dell’UNICEF, abbiamo iniziato a curare la sindrome di stress post-traumatico (che comporta anche comparse improvvise dei traumi che hai subito). Quelli più grandi, li abbiamo fatti disegnare. Quelli più piccoli, raccontare. Sia il disegno che il racconto servivano a superare i traumi. E dai disegni che facevano emergevano le scene del genocidio (ancora immagini dei disegni sul pc, n.d.r.). I mitra che sparavano, il fiume rosso pieno di cadaveri, la mamma fatta a pezzi. Guarda qui, una ruspa (quella di Medici Senza Frontiere) che seppellisce i cadaveri. E poi sangue, case in fiamme. Dai disegni si capiva cosa avevano sofferto i bambini. Questo qui (foto sul pc di un bambino rannicchiato, n.d.r.) è un bambino di 4 anni che ce l’hanno portato così, in posizione fetale. Era stato così per settimane. Non mangiava, non beveva e, se ti avvicinavi, digrignava i denti. Abbiamo iniziato quindi ad alimentarlo con un sondino e poi a fare un po’ di fisioterapia. Quando ha iniziato a parlare ci ha raccontato: “Eravamo in casa e sono venuti i soldati e siamo morti tutti”. Capisci? Lui si considerava morto perché tutta la sua famiglia era morta. Lui, per fortuna, era scappato dalla finestra ed era stato trovato dai soldati. Oggi ha 24 anni e sappiamo, purtroppo, dalle statistiche, che è altamente probabile che sia diventato un criminale.

Ci sono scene che ti sono rimaste particolarmente impresse?

Mi ricordo di una bambina che stava in quest’angolo del materasso (foto sul pc, n.d.r.). Avrà avuto otto-dieci anni. Aveva una polmonite grave e, anche se non parlava, con lo sguardo mi diceva: “salvami”. E il giorno dopo era morta (si commuove, n.d.r.). Un altro ricordo che ho e che mi torna in mente spesso quando un genitore, qui in studio, mi dice che il bambino non vuole prendere le medicine è quello di un bambino di tre anni. Tutto nudo, coperto solo da un quadrato di coperta con un buco al centro, da solo in mezzo ad una folla di bambini, che tremava per la malaria. Avevo solo del chinino in pasticche grosse, amarissime. Ho spezzato una pasticca in due e lui l’ha mandata giù così, senza dire niente.

Siete mai riusciti a ritrovare i genitori in vita?

Si, avevamo addestrato gli assistenti sociali per andare alla ricerca dei parenti. A volte abbiamo ritrovato un genitore, uno zio, un fratello. Appurandoci che non fossero persone che prendevano i bambini per farli lavorare, perché c’erano anche quei casi. Quando però riuscivamo a ricongiungere i bambini, abbiamo iniziato ad avere problemi con il Fronte militare. Il governo non voleva che chiudessimo gli orfanotrofi in quanto i soldati venivano ad approvvigionarsi di cibo da noi. Mi hanno addirittura chiamato davanti ad un tribunale accusandomi di affamare i bambini.

Come è stato il rientro in Italia?

Qui, il mio compito è assistere i pazienti con tutte le loro problematiche, che agli occhi di laggiù possono sembrare banali. Ma è il mio dovere e non c’è niente di strano. E aggiungo: grazie al cielo che qui il problema, magari, è il raffreddore o la febbre, anziché la malaria. Ma non si può dire che qui si soffra meno e lì di più, perché anche qui, purtroppo, ci sono le patologie gravi. Lì ovviamente i problemi sono diversi e più diffusi. Io ero già abituato o, almeno, credevo di esserlo. Come ti ho già detto, quando sono rientrato sono stato molto male. Poi, dopo un po’, mi ricordo che mi sono svegliato una notte con un incubo: cadaveri in putrefazione, ovunque. E ho avuto come un’eureka. Ho realizzato, ahimè, che la vita è questa. L’indole umana è questa. E questo, a maggior ragione, quando ho visto certe cose ripetersi. Dopo quella c’è stata la Bosnia. E poi il Kosovo, dove sono stato. E l’Afghanistan, il Kurdistan. Dovunque l’uomo ripete le stesse cose. Se pensi, solo nel secolo scorso, abbiamo avuto il genocidio degli Armeni, poi la Shoah, poi i Khmer Rossi in Cambogia. E poi il Ruanda. Ma questi sono solo quelli più famosi.

Adesso, se tu dovessi indirizzare chi ci legge verso un’emergenza umanitaria, quale sceglieresti?

La Repubblica Centrafricana. Dall’anno scorso c’è stato un colpo di stato e poi una guerra civile dove muoiono persone ogni giorno. Ma anche la zona del Congo al confine con l’Africa è ancora instabile. In generale, comunque, è tutta l’Africa centrale a vivere una situazione d’emergenza da anni, situazione che è totalmente trascurata dall’opinione pubblica. Ce ne accorgiamo solo quando, pochi, riescono ad arrivare a Lampedusa. Ma quella è solo la punta dell’iceberg. E poi sono sempre i più deboli a pagarne le conseguenze: donne e bambini. I bambini, diventano carne da macello. Nel nord dell’Uganda, durante la guerra civile, i bambini venivano utilizzati come soldati. Gli venivano praticati dei tagli in fronte nei quali veniva inserita la cocaina. Un bambino non snifferebbe mai ma così si riusciva ad aizzarli contro i loro simili. E se non si prestavano al gioco, venivano uccisi dagli altri bambini.

Quando eri in Ruanda, si percepiva che il reale movente non fosse quello razziale ma interessi economici o che alcuni paesi europei spalleggiassero le rivolte?

Tutti lì sapevano le reali ragioni. Mentre in Europa i media facevano vedere le scene dell’orrore commentandole come guerre tribali. Il messaggio che passava era quello di guerre tra gente povera. E che a noi, di quella gente, fondamentalmente poteva non interessare niente.

Un po’ come quando si presentano le faide tra camorristi, ndranghetisti o mafiosi come guerre interne tra delinquenti, che niente hanno a che vedere con noi “italiani”.

Esatto. Ma sul posto tutti sapevano. Il generale dei Caschi Blu, Romeo Dallaire, canadese, che era di stanza in Congo e ascoltava la radio e sentiva l’incitamento al genocidio, aveva sollecitato l’ONU a farsi dare l’autorizzazione per intervenire militarmente. Eventualmente anche a sparare. Ma nessuno gli diede l’autorizzazione perchè, se si fosse accertato un “genocidio”, sulla base del trattato del 1948, tutti i paesi firmatari sarebbero dovuti intervenire. E nessuno voleva intervenire.

Com’è il Ruanda ora?

Io ci sono tornato nel 1999, cinque anni dopo, per la cooperazione italiana e il paese era, ancora, un paese di pazzi. Erano tutti sconvolti. Nel frattempo però, chi era lì ha svolto un lavoro eccezionale. Hanno fatto scomparire la parola “etnia” dal vocabolario. Oggi è proibito nominare Tutsi e Hutu: sono tutti “ruandesi”. Hanno istituito poi i tribunali del popolo. Lì venivano portati gli imputati e se questi, accusati da compaesani che li riconoscevano, ammettevano le loro colpe e chiedevano perdono, venivano rilasciati. Hanno fatto quello che è stato fatto con i poliziotti dell’Apartheid in Sudafrica. Solo così sono riusciti a ricostruire la società.

Ultimamente so che ti stai impegnando anche in campagne informative sull’immigrazione.

Sì. Ecco, vedi, l’immigrazione è la forma di cooperazione internazionale più efficiente che ci sia. Perché quei soldi che, ad esempio, il senegalese manda giù attraverso il money transfert, sicuramente a casa sua ci arrivano. Ma quando fai l’intervento umanitario, buona parte dei soldi si perdono per strada, perché magari vanno a finire nelle mani sbagliate oppure perché si perdono in corruzione.

Ultima domanda. Anzi, lasciamoci con un ricordo che conservi piacevolmente.

Io ho fatto un conto, un po’ di tempo fa, che ho salvato – credo – 200 bambini circa. Se consideri che su 800.000 persone uccise almeno 200.000 erano bambini, io ne ho salvato solo l’uno per mille. Sarebbero serviti almeno altri 999 medici come me. Poi aggiungi il fatto che, se ci penso, sento su di me il peso dell’impatto che il nostro stile di vita, quello occidentale, ha sull’Africa e, quindi, anche sulle guerre che avvengono in quei paesi per il controllo delle materie prime. Però, quando sono venuto via, i maestri elementari ruandesi con i quali ho lavorato mi hanno regalato una cartolina che ho sempre con me. Sopra c’è scritto: “Ti ringraziamo perché non ci hai portato solo un aiuto materiale” – il sostegno umanitario e le cure mediche – “ma anche la speranza. Ti ringraziamo perché abbiamo imparato molto da te sui rapporti umani”. Cioè, in un momento in cui la vita non vale più niente, dove le persone si uccidono barbaramente tra di loro, tu sei riuscito a portar loro un barlume di speranza, facendogli capire che l’umanità è anche altro. La solidarietà, insomma. E per me questo vale tantissimo.

Ci salutiamo. Il Dottor Frontini corre via verso l’auto. Va a tenere l’ennesima lezione all’Università sul genocidio in Ruanda.

Qui il reportage di James Nachtwey