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"I have a dream" e la mercificazione dei diritti

“I have a dream” e la mercificazione dei diritti

Ogni volta che le icone della lotta per i diritti civili tornano alla ribalta per la celebrazione di anniversari e ricorrenze, pensiamo sempre che le loro parole siano la base della democrazia. Perché sul momento e nel tempo hanno davvero contribuito a svolte e cambiamenti importanti. A creare i fondamentali della democrazia, viene da dire.

Martin Luther King, Gandhi, Che Guevara, Malcom X, sono nomi importanti che tutti, davvero tutti, dovrebbero conoscere a partire dai primi anni di vita cosciente. Da bambini, per esempio, perché se si conoscessero le loro parole fin da piccoli, anche la vita ai giochi dei giardini pubblici sarebbe migliore.

Oggi, però, a 50 anni dal popolare discorso “I have a dream” che ha guidato la lotta pacifica per la fine di ogni forma di segregazione sociale, se ne scopre un aspetto sottovalutato negli anni e che ne limita, probabilmente, la forza comunicativa da un lato e socio-politica dall’altro.

Già a partire dal 1963 a pochi mesi da quel 28 agosto, uno dei discorsi più pacifici del mondo è stato oggetto di una lotta giudiziaria che non ha quasi mai avuto tregua fino ad oggi. Il motivo è semplice: la proprietà del discorso e la sua diffusione audio video. Per ovvie ragioni, la proprietà intellettuale del discorso fu assegnata, praticamente da subito, allo stesso Martin Luther King e, alla sua morte, i diritti passarono alla famiglia.

Le limitazioni riguardavano, infatti, la riproduzione di spezzoni video o tracce audio del discorso a scopi non educativi, mentre la trascrizione del testo è disponibile e consultabile in diverse lingue direttamente dagli Archivi di Stato Americano.

Ma perché tutto questo? Perché il discorso, nonostante si fosse svolto in pubblico, non è di pubblico dominio a meno che la proprietà non ne accetti la diffusione. E la famiglia Luther King non sembra molto disponibile in questo senso se non per scopi educativi.

È stato dimostrato, però, che la visione e l’ascolto di un discorso, al contrario della sola lettura, permette di captare e elaborare al meglio il messaggio grazie alle emozioni trasmesse dalle espressioni e dalla voce, tanto che i bambini che hanno visto lo spezzone video sono rimasti maggiormente colpiti rispetto a i ragazzi che lo hanno letto.

E adesso viene da chiedersi: ma il copyright è davvero necessario quando si parla di diritti civili? Occorre essere così rigidi per vendere un dvd a 20 dollari? Probabilmente no.

Quando le parole di un uomo mobilitano piazze e conquistano mete importanti come uguaglianza, democrazia e libertà non si dovrebbe porre un limite alla loro diffusione, in ogni tempo e con ogni mezzo.

La divulgazione è l’anima della democrazia, avrebbe detto Margherita Hack.

Come darle torto.