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Mondiale Brasile 2014

Dalla A di Argentina alla Z di Zuniga: l’alfabeto di Brasile 2014

Il mondiale è finito con il seguente verdetto: Deutschland uber alles! Cosa ci ricorderemo a distanza di tempo di questo campionato del mondo? Ecco le parole e le immagini che sono rimaste a me a poco più di 12 ore dalla finalissima.

A di Argentina: la squadra del fenomeno Lionel Messi, nelle sue prime apparizioni, non era sembrata molto convincente, tantoché c’era chi ipotizzava una sua sconfitta contro Svizzera prima e Belgio poi. Ma è arrivata comunque alla finale. E che finale! Peccato per i sudamericani, anche se (forse) questa sarà la volta buona in cui smetteranno di paragonare la Pulce – penosa la sua premiazione fasulla – al Pibe de Oro. Il vero idolo argentino è Mascherano.

B di Belgio: partita tra le favorite, si è scontrata (ed è affondata) contro la corazzata Argentina. Certo, poteva andare meglio. Partecipare ad un mondiale con una squadra giovane e avere tutte quelle pressioni addosso, effettivamente, non è facile. Il futuro, però, fa ben sperare. E, ad avere nelle proprie file gente come Lukaku, Origi, Hazard c’è solo da essere ottimisti.

C di Costa Rica: è la sorpresa del mondiale. Non tanto per il calcio giocato – non propriamente eccelso – quanto per il traguardo raggiunto e sfiorato, la semifinale. Parte come squadra materasso che deve limitare i danni e, invece, fa vedere i sorci verdi prima all’Uruguay, poi all’Italia. La rivincita degli operai.

D di David Luiz: ci siamo emozionati vedendolo segnare il goal decisivo contro la Colombia su punizione. Appena dopo il fischio finale, l’abbiamo applaudito mentre abbracciava i giocatori avversari distrutti. Eroe per una sera. Purtroppo, fino a quella sera. Nella semifinale, infatti, è tra i responsabili della tragedia brasiliana. Pur rimanendo uno dei protagonisti del torneo, è l’emblema della sconfitta della sua squadra.

E di España: la squadra campione del mondo in carica esce ai gironi. La peggior prestazione mondiale degli ultimi anni insieme a quella dell’Italia del 2010. Sarà la fine del tiki-taka? Anche se le nuove leve non mancano, pare proprio che si stia avviando al termine l’era di Xabi e Iniesta.

F di Fred: assolutamente il peggior giocatore del torneo. Cioè: sicuramente esiste giocatore tra i convocati più scarso di lui, ma non credo che si sia visto un titolare inamovibile così evanescente e assente dal gioco. Se il Brasile non esprime calcio, è anche per colpa sua. Ad esclusione dei suoi baffetti che fanno tanto attore americano anni ’80, di lui ci ricorderemo poco altro. A vederlo giocare viene voglia di prendere un paio di scarpette e intraprendere la carriera da calciatore. Se ce l’ha fatta lui, perché non potrei farcela io?

G di Germania: è la squadra più tosta e quadrata del campionato. Vacilla appena nella seconda partita con il Ghana, ma qualunque avversario (escluso quello della semifinale) che incontra sul suo cammino da il massimo, costringendola a superarsi. E ce la fa. Con le certezze di Muller e Klose (16 goal, nessuno come lui) nella finale parte favorita e infatti si conferma vincente. Meritato traguardo per anni di piazzamenti sul podio, sia agli europei che ai mondiali. Modello da imitare.

H di Hummels: insieme a Boateng, Lahm e Neuer, rappresenta il perno della roccaforte tedesca. Se la Germania vince non è solo per i tanti goal fatti, ma anche per i pochi subiti. Un po’ come Materazzi, Cannavaro, Nesta e Buffon nel 2006. Non c’è da stupirsi se il prossimo Pallone d’Oro pioverà da quelle parti.

I di Italia: c’è poco da dire. A parte la partenza a razzo con l’Inghilterra che ci aveva fatto sentire di nuovo in corsa per una finale, le altre due partite testimoniano una scarsità notevole in attacco, ma anche in difesa. Si salva il centrocampo, dal quale possiamo ripartire. Ma è tutto il calcio italiano che deve essere ripensato. Senza andare a ricercare la causa tra gli annosi problemi (tra i quali stadi fatiscenti, violenza e predominio degli ultras, mancanza di investimenti nei settori giovanili), è soprattutto la preparazione atletica che ci penalizza quando varchiamo il confine per una partita internazionale. Per info: chiedere ai tedeschi.

L di Lentezza: la grande assente. Ad eccezione di un paio di partite (es. Italia-Uruguay) in tutte le altre si è assistito ad una corsa a perdifiato dei ventidue in campo. Ritmi così alti, nonostante il caldo tropicale, non se li aspettava nessuno. Ed è anche merito loro se ne è venuto fuori uno dei mondiali più belli di sempre.

M di Mario (Goetze e Balotelli): il primo è il protagonista della finale. Con un gran goal, alla sua prima occasione, si dimostra decisivo nel momento che conta. Promosso a pieni voti. Il secondo, invece, piaccia o no, è il nostro protagonista del mondiale. Gioca bene o gioca male, si parla sempre di lui. In Brasile è un idolo, in Italia un po’ meno. Da lui ci si aspettava di più, e non solo per il suo look. Vedremo se resterà al Milan o volerà altrove. Rimandato a settembre.

N di Neymar Jr: senza di lui il Brasile è poca roba. Porta la sua squadra fino ai quarti di finale a suon di gol e assist. Nella partita con la Colombia accusa forse un po’ di stanchezza e appare meno nelle trame del gioco. L’infortunio ci preclude la possibilità di sapere come sarebbe stato lo scontro con la Germania con lui in campo. Resta comunque uno dei migliori giocatori del torneo.

O di Olanda: gli orange partono a razzo contro la Spagna, riducendone subito le possibilità di qualificazione. Dagli ottavi in poi, però, convincono sempre meno e, difatti, escono con l’Argentina di Mascherano. Peccato, perché questa poteva (e doveva) essere la volta buona per un movimento calcistico che tanto ha dato negli anni al calcio globale ma che ha sempre raccolto meno di quanto meritasse.

P di Palestina: lontanissima dal Brasile, e non solo per i chilometri. Siamo stati tutti presi dalle partite che ci siamo dimenticati, per l’ennesima volta, della guerra in medio oriente. Israele ha ripreso i bombardamenti nei villaggi palestinesi, con la scusa di colpire i terroristi. Ma sappiamo che è impossibile essere così precisi con dei missili. Il risultato è che, una volta finita la sbornia mondiale, ci accorgeremo di avere una nuova emergenza umanitaria. Palestina, Siria, Iraq. Una bomba ad orologeria pronta ad esplodere.

Q di Questa sera c’è il delirio al Maracanà: il jingle estrapolato dalla canzone di Emis Killa e riproposto all’infinito su Sky è entrato nella testa di ciascuno di noi e ci accompagnerà per tutta l’Estate, facendoci sentire la nostalgia di queste notti mondiali. Azzeccato.

R di Rodriguez, James: il numero 10 della Colombia è il diamante del mondiale. Il suo trasferimento al Monaco è avvenuto nel 2013 per diversi milioni di euro (circa 35), ma si prospetta un’altra estate calda per il suo cartellino. I grandi club europei stravedono per lui e il goal contro l’Uruguay parla da sé. Ha un futuro assicurato.

S di Slimani, Islam: personalmente, mi ha impressionato in positivo, come tutta la sua squadra, l’Algeria (alla A c’era già l’Argentina). Una prima punta che si è letto il manuale del calcio e fa quello che deve fare, niente di più, niente di meno. Ma è altro quello per cui si merita la menzione. Mentre tra tanti degli eliminati il primo pensiero pare essere quello di andare a Formentera, l’Algeria di Slimani decide di donare il proprio premio ai bambini di Gaza. Applausi.

T di Tasso tecnico: la cosa che più ha colpito di questo torneo mondiale, oltre ai ritmi forsennati e alle valanghe di goal, è stato l’assottigliarsi tra il tasso tecnico delle squadre cosiddette “di provincia” e le più blasonate. La Germania ha faticato con l’Algeria, l’Argentina con la Svizzera, l’Italia con il Costa Rica. Se il trend è questo, non ci sarà da stupirsi se ai prossimi mondiali sempre più grandi squadre usciranno ai gironi. Uomo avvisato mezzo salvato.

U di Umiliazione: d’ora in avanti, alla voce “umiliazione” sui dizionari o su wikipedia, comparirà l’1 a 7 tra Brasile e Germania. Nel 1950 c’è stato il Maracanaço. Adesso, il Mineraço. Non si era mai vista una semifinale così e, probabilmente, difficilmente se ne vedranno altre. Il Brasile ha fatto la storia e, purtroppo, non è questa quella della quale voleva essere protagonista nel torneo di casa.

V di Verratti, Marco: il talentino scoperto da Zeman nel Pescara è l’unica nota positiva, insieme a Darmian, di questa spedizione sudamericana. Se il Paris Saint German l’ha voluto subito un motivo c’è. Si parlerà a lungo di lui e altre saranno le occasioni nelle quali ci dimostrerà tutta la sua bravura. Ad avercene di giovani promettenti e coraggiosi (i suoi dribbling davanti l’aria di rigore con l’Uruguay ci hanno fatto sudare freddo) come lui.

Z di Zuniga: molto probabilmente, la semifinale tra Brasile e Germania sarebbe finita comunque in favore dei tedeschi. Ma l’aver messo fuori gioco il talentino di San Paolo con una ginocchiata gratuita sulla schiena lo rende protagonista (in negativo) del mondiale. In Colombia, al suo rientro, la polizia lo ha messo sotto scorta.

E con la Z di Zuniga siamo arrivati alla fine dell’alfabeto… al prossimo mondiale, che sarà in Russia. Speriamo non sia ancora quella di Putin.