San Pierino fa l’elemosina al Duomo

San Pierino fa l’elemosina al Duomo

Ieri ero fermo al semaforo in cui l’Aurelia si incrocia con viale della libertà. Una rom si avvicina, col consueto piglio e abbigliamento colorato, mostrando il palmo ad una signora bionda che, in auto, accanto a me, stava aspettando che il semaforo diventasse verde.

E qui il colpo di scena.

La signora abbassa il finestrino, e con un tocco di disperata genialità, tira fuori la mano sinistra mostrando il palmo alla malcapitata rom. E qui inizia il siparietto tragicomico: la ragazza comincia a frugare nervosamente in mezzo alle sottane colorate, tira fuori dieci centesimi e li mette nel palmo della signora. Il tutto sotto gli occhi sbigottiti degli altri guidatori in fila. Io ero in prima fila, come fossi a teatro: mi mancavano bibita e popcorn.

Siamo arrivati a questo: “San Pierino fa l’elemosina al Duomo”, direbbero i pisani. Anche noi abbiamo tanti detti celebri: uno su tutti è “I discorsi li porta via il vento”. I numeri no. la matematica non è una opinione. E allora, leggendo questo dato Istat sono letteralmente rabbrividito: la disoccupazione, a livello provinciale, nel 2004 era al 5,6 % della popolazione del territorio labronico. Nel 2013? 8,6 %. Questo vuol dire, senza tanti conti difficili, che se facciamo cifra tonda e consideriamo di essere 150 mila in città (ma siamo qualche migliaia in più), vuol dire che dieci anni fa i disoccupati erano 8400, mentre quasi 10 anni dopo (dati 2013) siamo arrivati a 12.900 persone. Quasi tredicimila livornesi senza lavoro, disoccupati.

Il nervosismo in città si respira, eccome. Tanti giovani scappano letteralmente verso nuovi lidi (solo a Milano esistono due gruppi di livornesi che sono centinaia e fanno macchinate per rientrare in città nei weekend) in Italia o all’estero.

Siamo in campagna elettorale, le idee e le promesse sono moltissime. Ben vengano le diversità tra i pensieri e gli obbiettivi, io trovo che pensarla diversamente sia proprio un modo per allargare gli orizzonti, per azzerare i clientelismi, per ragionare ad obbiettivi. Per far ripartire questa città.

Inutile dire che la crisi mondiale in questi ultimi anni non ha aiutato: se Atene piange Sparta non ride. Sfido a trovare una città, in Italia, che ha avuto una crescita sullo sviluppo e sul lavoro. Adesso però non è più il tempo del lamentio: dobbiamo guardarci nelle palle degli occhi e capire come far fruttare al massimo le potenzialità di questo comune, di questa provincia. Valorizzando ed esaltando quello che c’è, creando delle squadre di lavoro a progetto, che, come in una vera e propria azienda, mostrino annualmente i progressi (o i regressi) fatti. E’ il solo modo per sperare in un futuro per i bimbi livornesi che stanno andando all’asilo in questi anni, con tanto di salti mortali per il pagamento delle rette da parte dei genitori.

Siamo senza dubbio un popolo originale, istrionico, artistico, che sdrammatizza su tutto (o quasi). E’ arrivato il momento di quagliare e non perdere altro tempo. Anche l’occhio vuole la sua parte ovviamente: mi immagino una Livorno dove i tanti turisti che passano per prendere i traghetti per le isole, in estate, possano nutrire il desiderio di fermarsi un giorno in città per visitarla. Una Livorno dove i negozi sono aperti e alle 19,30 si trova un cambio valuta in zona porto. Di una Livorno con un senso civico degno di questo nome, dove le barriere architettoniche sono abbattute e le auto parcheggiate ovunque ma non a caso sugli spazi handicap. Non serve moltissimo: siamo uno dei comuni italiani con la proporzione più alta di volontari nel sociale. Abbiamo nel dna una generosità enorme: vantiamocene e appoggiamoci alle nostre radici. In una frase? “Boia deh, e tanto son nato a Pappiana!”.