L'ospedale di Livorno (e provincia)

L’ospedale di Livorno e provincia

Due giorni fa, nell’ambito della Festa de L’Unità di Livorno, ho avuto il piacere di intervistare – insieme ad altri due consiglieri comunali dei Comuni di Cecina e Rosignano Marittimo – il Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi. Dopo le nostre domande, rivolte spesso a interrogare l’ospite sul ruolo di un Partito “di sinistra” nella società attuale ma anche sul suo operato durante gli scorsi quattro anni e sulle proposte per il futuro, è arrivata dal pubblico l’immancabile domanda sul Nuovo Ospedale. Rossi, in sintesi, ha risposto confermando la sua proposta di un referendum non sul “dove” ma sul come provvedere ad una nuova struttura ospedaliera: ospedale nuovo o ristrutturazione dell’esistente?

Tralasciando la polemica che si è creata tra il neosindaco livornese a cinque stelle e Rossi su chi avesse titolo, in base ai voti ottenuti, a rappresentare meglio la volontà livornese, a mio parere ci sono alcuni punti che meritano di essere approfonditi. Prima di questi, però, vorrei dire che, per quanto non ritenga i referendum consultivi Panacea di tutti i mali, in quanto credo che la politica abbia il dovere di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, sono d’accordo con Rossi. Il referendum più spesso citato di Novembre 2010, per chi non se lo ricordasse, aveva sancito la vincita dei “sì” con il 73% e, cioè, bocciato la nuova localizzazione dell’Ospedale in periferia (a Montenero). Ma il quorum fissato dagli organizzatori non si era raggiunto, essendosi la partecipazione fermata al 20% circa degli aventi diritto di voto. Se si vuol essere precisi, avevano votato solo 20.738 persone (tenete a mente questo numero). Quindi, non solo il risultato non era stato considerato valido dagli stessi organizzatori, bensì il referendum verteva sul loco e non meramente sull’opportunità di costruirne o meno uno nuovo. Riproporre una consultazione popolare sul “cosa fare” ora, dopo aver debitamente informato i cittadini sui pro e i contro delle due scelte (compreso il fatto che un ospedale ristrutturato non abbia una prospettiva di vita pari a quella di una struttura nuova), non sarebbe una cosa affatto strampalata.

Ci può essere utile, però, per non schierarsi già in trincea nella lotta dei “sì” contro i “no”, partire da lontano, da un principio che a volte ci sfugge quando siamo troppo concentrati sul nostro ombelico (prerogativa tipica del livornese). Le politiche sanitarie – che, tra l’altro, sono devolute volutamente dallo Stato alle Regioni – devono essere programmate ad un livello che è “più alto” di quello locale. Mi spiego: se due città a caso – ad esempio Pisa e Livorno – decidessero di avere due reparti di eccellenza praticamente identici a distanza di 15 km in linea d’aria l’una dall’altra e tutta l’area a nord e a sud di queste due ne fosse sprovvista, forse – forse – sarebbe opportuno un intervento dall’alto volto a decentrare uno dei due reparti in una posizione più consona ad una corretta copertura delle esigenze del territorio. E questo, bada bene, senza che nessun abitante delle due città si possa sentire derubato di un qualcosa: sarebbe la naturale conseguenza di una corretta pianificazione territoriale. Un po’ come, scusate la banalizzazione, in una cena a casa di amici, ognuno si occupa di qualcosa: chi affetta il prosciutto, chi porta il riso freddo, chi sta alla brace. Se tutti stanno alla brace o tutti portano vino, nessuno si lamenti se la cena va un po’ male.

In sintesi, quando si sta in una comunità sovraordinata, capita che alcune decisioni debbano necessariamente essere concordate con i livelli più alti, proprio perché, altrimenti, si rischia di toppare. Quindi, Nogarin smetta di citare il programma del M5S come fosse una filastrocca – come ha fatto nella risposta a Rossi di poche ore fa – e di minacciare di utilizzare la questione ospedale nella campagna elettorale per le prossime elezioni regionali. O si riconosce il ruolo della Regione nella decisione in merito al nuovo Ospedale – e allora trovo una correlazione logica, che pure non condivido, tra decisione e protesta – oppure la minaccia è un bluff. E questo i cittadini devono saperlo.

Dulcis in fundo, la decisione deve essere condivisa assolutamente con i territori circostanti, naturali usufruitori dell’Ospedale. Il bacino di utenza, se si considera un mantenimento in essere dell’Ospedale di Cecina e un potenziamento di quello di Livorno, comprenderebbe una popolazione potenziale di 209.215 abitanti, di cui 48.703 non residenti nel Comune di Livorno (circa il 24%). Se poi, oltre ai comuni di Collesalvetti e Rosignano Marittimo, si considerasse anche la popolazione cecinese (28.027), la percentuale sul totale salirebbe al 33% circa. Quindi, una persona su 4 o una su 3, se si considerano anche i cecinesi (in numeri assoluti comunque maggiori degli appena 20.738 che si espressero nel 2010), potrebbe avere interesse ad esprimersi su dove e come vorrebbe curarsi. E, finora, non è stata ancora consultata.

Io, da cittadino colligiano che vive a pochi chilometri da un’eccellenza in campo ospedaliero quale l’Ospedale di Cisanello di Pisa – che attrae, dall’area extrapisana, non solo degenti colligiani ma sempre più spesso “livornesi di scoglio” (oltre che da altre parti d’Italia, chiediamoci perché) – vorrei sapere dal dott. Nogarin se ritiene di dover ascoltare anche chi potrebbe in futuro usufruire del “suo” Ospedale oppure se ritiene sufficiente l’opinione espressa nel 2010 o nello scorso maggio durante le elezioni amministrative. Tenendo presente che quelle elezioni non si siano esaurite in un “Ospedale sì / Ospedale no” – lo auguro di cuore ai livornesi, affinché si parli anche di altro durante i prossimi anni – e che i votanti a favore siano stati comunque inferiori a quel cittadino su 4 che ho citato prima, questo vorrei capire. Perché, se con le recenti gestioni troppo spesso ci si è guardati l’ombelico senza confrontarsi con i vicini di casa, dai primi passi di questa nuovissima amministrazione non mi sembra che si stia invertendo questa brutta abitudine. Anzi.