burocrazia

L’insostenibile leggerezza labronica

Qualche giorno fa ero in fila, in comune, per una pratica. L’ufficio aveva come orario di apertura le 15.30. Alle 14.45, come se tutti attendessero il numero dal dottore, c’erano una ventina di persone. Ma dei famosi numeri da strappare per avere una sorta di coda ordinata neanche l’ombra. Alle 15,15 arriva una impiegata a portare, fisicamente, il rotolino con i numeri. Divertente, perché in quei venti minuti si era scatenato un dibattito: era giusto che non ci fossero i numeri prima delle 15,15? Fronte del si e del no, ovviamente. Con orazioni che inneggiavano alla lealtà, al rispetto delle regole, al senso civico. Nel momento in cui la signora ha messo al suo posto i numeri si è scatenato un vero assembramento con tanto di urla. Per fortuna che un’anima intelligente aveva provveduto a prendere foglio e penna e far segnare i nomi delle persone, in ordine di arrivo.

Siamo fatti così, è inutile. Siamo tutto ed il contrario di tutto. Leggeri, ironici, geniali e poliedrici. Ma anche pesanti, irrispettosi, viziati, e paradossali. Non perdiamo un attimo per lamentarci di qualcosa: i servizi che non funzionano, la città che è sporca, le buche in strada, la ztl, e tanto altro. Basta passeggiare per il centro ed il lamentio è quasi perpetuo. Siamo una città di allenatori: tutti hanno la ricetta giusta per evitare all’amato Livorno la retrocessione. Ma siamo anche tutti sindaci. “Ah, se fossi sindaco io… sempre i soliti, è uno schifo!”. Forse si. Ma invece di continuare ad impiegare tempo, fiato ed energie a lamentarsi, perché non fare una gesto minimamente costruttivo e partecipativo? Ve lo dico io perché: fa fatica. Fa fatica discutere, metterci la faccia e il tempo. Per cosa poi? Mica ti viene qualcosa in tasca se hai una buona idea per la città e fai di tutto per proporla.

Siamo nella modalità “Day by day” da sempre. Vivi alla giornata, vivi e soprattutto lascia vivere. Abbiamo un cuore enorme e la capacità innata di fare amicizia in cinque minuti. Questa caratteristica ci è propria, senza dubbio. Arrivati nel duemilaquattordici, bisogna rifare un po’ i conti. Con il clima depresso che circola in città, da qualche tempo. Con tanti anziani che non arrivano a fine mese dopo aver lavorato una vita, con persone di mezza età che lavorano (quelli che hanno la fortuna di avercelo, of course) e sono sempre più stressati e nevrotici perché il tempo che gli rimane per il resto è veramente poco. Quelli (tanti, tantissimi) che lottano con le unghie e con i denti e fanno i conti al centesimo per mandare il figlio (a profumato pagamento) all’asilo.

Il momento storico non è dei migliori. Ma mi fermo un attimo e ripenso ai racconti di mio nonno, quando nel dopoguerra non aveva niente, era sfollato e vedeva davanti a se una città sfigurata dai bombardamenti. E mi chiedo, da buon livornese se, rispetto a quella generazione, non siamo diventati un po’ “pottine”, come si dice da noi.