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“La politica non è un mondo chiuso”. OgniSette intervista Alessio Ciampini

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Gli amici del quotidiano online OgniSette mi hanno fatto qualche domanda sulla politica nazionale, su Livorno e su alcuni temi generali. La trovate qui per intero e di seguito solo alcuni stralci.

Da un anno Alessio Ciampini, 29 anni,  si è dimesso dagli incarichi che aveva nel Pd a Livorno ed ha concentrato il suo impegno nel lavoro dopo la laurea e la specializzazione come giurista dell’economia. Ciò nonostante, la grande passione per la politica e per l’amministrazione pubblica, lo ha spinto a creare un blog –  fuoricomeva.it –  per discutere di temi legati al ruolo dei partiti, alle riforme del sistema parlamentare, alla storia della politica italiana. Un nutrito gruppo di giovani suoi colleghi di studio e lavoro lo ha seguito ed aiutato a pubblicare note, articoli, recensioni, segnalazioni per tenere vivo lo sguardo sulle vicende della città, della regione e della politica. Gli riconosciamo due doti: deciso nelle scelte e scrive ciò che pensa. Per  le scadenze elettorali del prossimo maggio lo abbiamo incontrato e gli abbiamo rivolto molte domande, appunto sulla sua attività editoriale e sui temi più generali che occupano le cronache della politica.

Perché hai creato il blog ‘Fuoricomeva’?

«’Fuoricomeva.it’  nasce da due esperienze importanti che ho avuto: il master universitario che ho frequentato e la campagna elettorale per le elezioni politiche del 2013. In queste due esperienze ho trovato un filo comune: ragazzi e ragazze con tante competenze, qualità e la voglia di dire la loro ma che non credevano nella possibilità e negli strumenti della politica tradizionale e mi guardavano curiosi per la passione con cui frequentavo quel mondo, in un periodo storico in cui è più facile attaccare tutto ciò che ha a che fare con quegli ambienti. E in quelle occasioni e chiacchierate ho percepito una frattura che si è creata in questi anni tra le persone comuni: non credere più che la Politica sia perseguire l’interesse comune da un lato e credere convintamente che sia un mondo chiuso e autoreferenziale dall’altro. E allora ho semplicemente voluto sfidare quanti mi chiamavano a cominciare a dire la loro, su un blog, e diventare soggetti “pubblici” contribuendo a creare un piccolissimo, sicuramente parziale, bacino di idee e di coscienza comune».

Il prossimo sindaco di Livorno su quale tema dovrà incentrare la sua azione?

«Il prossimo sindaco di Livorno dovrà incentrare la sua azione sull’azione. Non è un gioco di parole. Oggi i cittadini hanno bisogno di fatti concreti e di vedere risultati. Talvolta basterebbero anche meno illusioni e meno promesse ma le poche parole dette devono essere mantenute. La chiara sensazione che si ha è che la politica degli annunci non basta più. Non basta in un momento di crisi e di difficoltà. Pesano come macigni vicende occupazionali come Delphi o Ippodromo, aspetti culturali come la chiusura delle Fortezze, aspetti di decoro urbano quali lo Chalet della Rotonda o aspetti industriali-economici come i dragaggi dei fondali in porto. Sono solo esempi che tutta la cittadinanza cita anche perché troppo caricati di rapidi interventi e poi non realizzati. Ed oggi purtroppo non è facile spiegare i perché no. Soprattutto quando si vedono territori vicini che sembrano più attrezzati nel dare risposte. Per cui bisogna fare quello che si dice, ecco. Secondo aspetto guarda anche ad una rinascita culturale di questa città. Il nuovo sindaco ha il dovere di valorizzare competenze e qualità del nostro territorio e di farla finita con posizioni consolidate che ormai non sono al passo con i tempi. La città di oggi è ancora per molti versi la città che era nei primi anni novanta. Non solo è cambiata Livorno nel frattempo, ma negli ultimi 5 anni è cambiato il mondo. Dobbiamo saper cogliere questa sfida».

Qual è la tua visione di Livorno domani?

«Lo dico con due parole: meno provinciale. Queste benedette potenzialità le abbiamo o no? Io credo di si e allora non ci possiamo più far coccolare dal nostro lato ironico e scanzonato di livornesi disoccupati all’Ardenza, ma tirare fuori quello determinato e inventivo delle generazioni che hanno fatto questa città. Oggi tra molti giovani si ritrova quel gusto per la sfida e per il fare il salto di qualità. La città del domani parte da questo patto tra generazioni virtuose e deve abbandonare la litigiosità e le divisioni che hanno bloccato questo territorio per troppo tempo».

Salvatore Settis ed ora anche Renzi, viste le costruzioni realizzate negli ultimi 20 anni, scrivono che l’urbanistica deve adottare l’opzione zero volumi nuovi. Sei d’accordo?

«Sono d’accordo. Pensare ad esempio di identificare ancora nuove aree edificabili da destinarsi ad ambito abitativo a Livorno è quanto meno preoccupante. Una volta consumato il territorio è difficile tornare indietro. Basta un semplice esempio: la Livorno di oggi ha la stessa popolazione del 1971 ma quanto invece si è edificato in questi 40 anni? Una città che si è allargata e allungata e che sta subendo problemi di mobilità e servizi. Ci sono interi quartieri corpo estraneo dal resto della città. Recupero e riqualificazione dell’esistente devono essere le parole d’ordine. In tal senso, “volumi zero” è una sfida interessante».

Comuni e Regioni dovranno rivedere i loro confini per rispondere alle esigenze economiche oggi così pressanti?

«Anche su questo dobbiamo essere seri ed uscire da facili semplificazioni. L’Italia ha attraversato tante fasi nell’ultimo secolo. Monarchia, Stato accentrato fascista, Repubblica, Municipalismo, Regionalismo, questione meridionale, macroregioni. Le elenco un po’ così, non solo in ordine temporale, quanto per sottolineare l’importanza che l’identità e la cultura del territorio rappresentano per il nostro paese. In Francia abbiamo 40.000 comuni, in Italia 8000, in Germania abbiamo uno stato federale e 16 lander, in Inghilterra le nove regioni non sono enti locali dotati di personalità giuridica ma semplici enti spaziali di riferimento per ripartire competenze. E ancora, in Francia le 22 regioni sono costruite a tavolino partendo generalmente dal garantire una certa distanza intorno al comune capoluogo ed i sindaci siedono in parlamento e sono insieme alla struttura ministeriale un vero e proprio potere forte. Tutto questo per dire che cosa? Per dire che esistono molteplici articolazioni degli enti territoriali in ogni paese che prendiamo a riferimento, il nodo è però quali motivazioni e competenze stanno alla base degli stessi. L’Italia ha questo problema: competenze frastagliate (non si sa mai a chi compete cosa), lentezze burocratiche, storia e tradizione che sfociano in localismo e campanilismo, difficoltà di applicare il principio di sussidiarietà (il livello di intervento preferibile è quello più vicino ai cittadini) laddove risorse economiche e potere di spesa sono spesso staccati da funzioni amministrative e di intervento. Se un cittadino o un’impresa vogliono sapere tempi e modi per avere una risposta, sanno per certo di doversi armare di buona pazienza. Per cui, che si parli di esigenze economiche o meno, non credo che il problema siano i confini, ma una vera semplificazione della nostra struttura territoriale, tesa a rendere rapido ed efficiente un ente in rapporto alla comunità che rappresenta. Poi i comuni possono essere 40mila come in Francia e funzionare meglio degli 8000 italiani».

 

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