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La politica che viene da lontano: intervista a Pierluigi Bosco

La politica che viene da lontano: intervista a Pierluigi Bosco

Nella mia famiglia non è mai stata fatta attività politica di nessun genere e neanche io la svolgo attivamente, visto che non sono iscritta a nessun partito. Per chi ha letto la mia bio, infatti, dico che il mio interesse all’attualità e alla politica è un po’ tardivo, in vecchiaia insomma. Quando ho conosciuto Pierluigi Bosco e la sua famiglia (diversi anni or sono) mi sono sentita come un’estranea e in effetti non abbiamo mai affrontato temi o discussioni tipicamente politiche faccia a faccia, nonostante le occasioni di incontro siano state tantissime. Quindi, quando questa intervista si è costruita pezzo dopo pezzo mi sono resa conto che la politica può essere davvero una passione, un impegno continuo di tutta una vita senza scopo di lucro diciamo così. Rileggendola, ci sono parole che mi hanno colpita e spronata ad agire. Spero che anche a voi faccia lo stesso effetto.

Come prima cosa le presentazioni. Chi sei, qual è stata la tua esperienza e la tua storia politica e che ruolo ricopri adesso.

Ho iniziato a far politica con il ruolo di segretario del circolo di Vicarello della Federazione Giovanile Comunista nel 1960, svolgendo attività politica anche nell’ambito della scuola, avendo frequentato, in quegli anni, l’ITI di Livorno. Nel 1963 ho abbandonato gli studi e ho accettato di svolgere l’attività politica a tempo pieno come membro della segreteria provinciale ( di Livorno) e responsabile dell’organizzazione. In quegli anni la FGCI di Livorno aveva circa 2800 iscritti.

Nel 1969 sono stato eletto segretario provinciale della FGCI, nel pieno delle lotte studentesche e della nascita del movimento politico “Il Manifesto”, incarico che ho mantenuto fino agli inizi del 1971, quando sono stato eletto nella segreteria del comitato cittadino del PCI livornese e successivamente, per quasi due anni, ho svolto attività politica in Sicilia, prima a Gela e poi a Caltanissetta, in qualità di responsabile dell’organizzazione di quella federazione. Nel frattempo, nel 1970, ero stato eletto consigliere comunale a Collesalvetti. Nel 1972 fui eletto segretario comunale del PCI a Collesalvetti, incarico che ho ricoperto fino al 1978, quando fui nominato responsabile dell’amministrazione della federazione livornese del PCI. Allora gli iscritti al PCI nella provincia di Livorno erano oltre 28.000.

Agli inizi degli anni ’80 fui chiamato ad assolvere ad un’ulteriore esperienza come membro della segreteria del comitato cittadino prima, come segretario comunale a Livorno e successivamente come responsabile dell’organizzazione provinciale fino al 1989. Dopo la festa dell’Unità del 1989 cessai l’attività di funzionario di partito e assunsi incarichi nella Confederazione Nazionale dell’Artigianato, ricoprendo nel tempo varie responsabilità. Coordinatore: dagli autotrasportatori, ai riparatori auto, dagli elettricisti agli idraulici, dagli addetti alla cura della persona ai panificatori, al comparto metalmeccanico.

A Livorno la CNA organizzò fra le prime in Italia corsi ADR per il trasporto merci pericolose e per l’accesso alla professione di autotrasportatore. La FITA (autotrasportatori) di Livorno fu tra le principali associazioni impegnate nella definizione del primo contratto delle “bisarche” e per quello del trasporto contenitori.

Nel 1999 ho cessato le attività a tempo pieno e mi sono dedicato ancora alla mia passione originaria: “la Politica”.Consigliere comunale a Collesalvetti, assessore in quel Comune, membro della segreteria della federazione di Livorno dei Democratici di Sinistra e da sempre organizzatore delle Feste dell’Unità e di quelle Democratiche.

Adesso sono impegnato nella costituzione di una Fondazione per garantire il mantenimento e l’utilizzo di un patrimonio immobiliare costruito negli anni del PCI, grazie al contributo in termini di progettazione, costruzione, di reperimento di risorse, di centinaia di giovani, di operai, di tecnici, di uomini e donne che credevano in un ideale, che avevano la passione di esserci, non per se, ma insieme a loro con gli altri.

La tua attività politica nasce da lontano: che cos’è che ti ha spinto da prima ad impegnarti e inseguito a proseguire in modo così costante?

Mio padre era un operaio edile e credeva nella necessità di lottare per il riscatto dalle condizioni di sudditanza economica e culturale cui lo aveva costretto il regime fascista. La sua sfida alla società borghese, la sua voglia di riscatto come comunista e come cattolico in un momento in cui le gerarchie ecclesiastiche erano apertamente schierate contro le forze che aspiravano al progresso, sono stati gli input che mi hanno spinto ad impegnarmi per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di gran parte del popolo italiano. E ancora, significativa per il mio impegno in politica è stata la lotta contro il governo Tambroni, un governo appoggiato, a pochi anni dalla fine della guerra, dal MSI.

La voglia di un riscatto del mondo del lavoro, non solo della classe operaia, ma dei contadini, degli artigiani, la volontà di emancipazione delle classi lavoratrici, dell’affermarsi e consolidarsi della democrazia, assieme al sostegno alla lotta dei popoli per la loro indipendenza, la riflessione sui risultati ottenuti e sugli errori commessi, l’assoluta esigenza morale di un superamento delle disuguaglianze in termini economici, culturali, di sesso e di razza sono alla base del mio continuum politico.

Si parla tanto di nuova politica, ma in che cosa è diverso dal vecchio modello? Quali sono i pregi ed i difetti?

Oggi riscontro difficoltà a muovermi nel mondo della politica: i nuovi strumenti di comunicazione sono a mio giudizio essenziali e nello stesso tempo, per il modo in cui molti li utilizzano, antropologicamente limitati in quanto non consentono fino in fondo lo scambio di opinioni, di idee e il confronto, ma anche l’incontro di personalità diverse. Negli anni 70-80 si è parlato molto di rinnovamento nella continuità. Credo sia giusta, oggi, l’impostazione di un radicale cambio di passo. Nel nuovo secolo molti si sono adagiati a contemplare i risultati ottenuti; non sempre l’interesse generale ha prevalso sul particolare e spesso sull’individuale. Serve uno scatto, ma serve anche recuperare valori che non hanno confini, né hanno età: la democrazia, l’eguaglianza, la solidarietà, la voglia del confronto e del dialogo.

Da un punto di vista generazionale che cosa pensi del nuovo che avanza? Giovane è sempre meglio?

Giovane è bello, è importante, è necessario perché il futuro è dei giovani.

Secondo te cose’è la buona politica? È mai stata attuata in Italia e nella nostra città?

Quest’anno ricade il 30° anniversario della morte di Enrico Berlinguer. Per me Berlinguer, Moro, Pertini rappresentavano e rappresentano la buona politica. Badaloni, Raugi, Nannipieri, per citare alcuni sindaci del passato livornese, hanno rappresentato ai miei occhi, ma credo anche agli occhi di moltissimi livornesi, la buona politica. Ma sia a livello nazionale che locale, non solo loro. Ho fatto alcuni nomi, ma se ne possono e se ne devono ricordare molti, moltissimi altri, di ieri e di oggi. Quando prevale la cura dell’altro, l’attenzione al diverso, a colui che ha bisogno, quando prevale la non autosufficienza, questa è la buona politica e nonostante la crisi morale che investe il nostro Paese, ne vedo ancora tanta in giro. Ho bisogno di una buona politica per poter continuare a sognare, a credere in un domani migliore.

Veniamo alla nostra città: che cosa servirebbe a Livorno per attuare un rilancio reale? Da che cosa dovremmo partire?

La Livorno che ho conosciuto ha avuto momenti di splendore, ma anche di gravi difficoltà che ha saputo affrontare e a molte dare risposte. Ricordo il grande dibattito non solo culturale, non solo astratto a fronte della crisi delle Partecipazioni Statali: il Cantiere, la Spica, la CMF. Un pezzo fondamentale dell’economia livornese che andava in crisi. Eppure superando resistenze, sacche passive, lo spirito labronico seppe avere la meglio. La città reagì, le forze politiche ed economiche dettero il loro contributo per evitare un pericoloso tracollo non solo economico, ma anche sociale e morale. Ecco, credo che a fronte di problemi derivanti in larga misura da una crisi economica e finanziaria di dimensioni mondiali, ci sia bisogno di abbandonare sterili polemiche, spaccature nella società, voglie personalistiche, analisi strumentali ed invece di avviare un percorso di dibattito e di ricerca che veda impegnato il meglio delle forze politiche, delle rappresentanze istituzionali, delle forze economiche e sociali.

Il tuo impegno politico negli ultimi anni si è sviluppato soprattutto nel territorio di Collesalvetti. Il rapporto tra la città e la sua provincia è, dunque, fondamentale per attivare sinergie, dialoghi e collaborazioni costruttive. Qual è il futuro di questa collaborazione secondo te : l’unione dei comuni? Il comune unico?

Allo scopo di contribuire a superare questa crisi, credo sia giusto prestare attenzione al processo di collaborazione e di coordinamento annunciato dai candidati a Sindaco di Livorno e di Collesalvetti, cioè tra i due comuni facenti parte del sistema economico locale. Uno strumento urbanistico unico, una promozione del territorio unitaria, la gestione in comune di alcuni servizi, possono aiutare le due comunità ed agevolare risposte positive alla crisi economica. Allo scopo di dare concretezza a queste indicazioni è necessario l’impegno dei nuovi amministratori e assieme a loro di gran parte del sistema economico e sociale. Ma non basta: è necessario il contributo della società civile e della componente giovanile della stessa.

Vorrei concludere con un messaggio ai giovani: come convinceresti un ragazzo ad impegnarsi in politica?

Il Futuro si prepara, non si aspetta. Prepara il tuo Futuro.

E infine: a quale personaggio della politica italiana ti ispiri? Hai una sua frase da lasciarci?

Enrico Berlinguer diceva: “ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno”.